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Bimbi afgani in viaggio per la vita, di Angela Rinaldi

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 14/09/2015 18:00
Le storie dei minori, provenienti dai Paesi dell’Africa del Nord, sub-Sahariana e del vicino Oriente, sono spesso raccapriccianti e fanno riflettere sulle situazioni che sono costretti a vivere durante questi viaggi interminabili...

 

 

Il fenomeno migratorio interessa tutti gli Stati del mondo, nell’ambito di una globalizzazione crescente a ritmi serrati, accompagnata da un atteggiamento sempre più indifferente nei confronti della vita e della storia altrui.

Le storie dei minori non accompagnati (MSNA) dai genitori o da chi ne esercita la responsabilità legale (DPCM 535/99), provenienti dai Paesi dell’Africa del Nord, sub-Sahariana e del vicino Oriente, sono spesso raccapriccianti e fanno riflettere sulle situazioni che sono costretti a vivere durante questi viaggi interminabili.

Il presente articolo si focalizza sui percorsi e progetti migratori dei MSNA afghani che lasciano le loro famiglie per fuggire da una vita dove il rispetto dei diritti fondamentali non riceve la giusta considerazione.

I minori afghani a Roma.

Figli di famiglie emigrate dall’Afghanistan negli anni ’70, i minori afghani partono dall’Iran o dal Pakistan crescendo vittime di discriminazioni razziali per le quali non hanno la possibilità di ottenere la cittadinanza, regolarizzare la propria posizione sociale e frequentare l’università. Il motivo del loro viaggio non è quasi mai economico.

Secondo i dati di Save the Children, il 98% degli afghani che emigrano soli sono principalmente Pashtun e Hazara; al momento della partenza sanno già quale sarà la loro destinazione: i primi sono diretti in Inghilterra; i secondi emigrano in Svezia, Norvegia, Finlandia, Austria e Germania: i paesi dell’Europa centrale e settentrionale garantiscono standard di accoglienza migliori e maggiori possibilità di integrazione, a livello scolastico, universitario e lavorativo.

Dopo aver pagato ingenti somme di denaro ai trafficanti, consapevoli che sarà difficile tornare a casa, i minori afghani viaggiano nascosti dentro o sotto i TIR, rischiando la vita in ogni momento. In genere, approdano prima in Turchia, poi in Grecia e in Italia. Una nuova rotta, scoperta da poco, che devia per la Bulgaria, risparmierebbe la tappa nella penisola ellenica.

Alle precarie condizioni si aggiungono esperienze traumatiche come abusi, torture e detenzioni, vissute durante il viaggio. Il passaggio in Grecia è la fase più dura: la vita è disagiata a causa delle aggressioni da parte delle forze dell’Ordine di Stato e dei gruppi neonazisti. Qui i minori migranti sono costretti a vivere nascosti, soli o in “compagnia” dei trafficanti che non rappresentano certo una sicurezza. C’è la speranza che la situazione possa cambiare con l’insediamento del nuovo governo greco.

A seconda del tempo passato in Turchia o in Grecia, il viaggio nella sua complessità può durare mesi o anni.

Giunti in Italia e diretti al Nord Europa, gli afghani entrano a far parte della categoria dei minori cosiddetti “in transito”: soggiornano nel nostro Paese per una o due settimane con la paura del foto-segnalamento che potrebbe identificarli come maggiorenni, decidendone il rimpatrio. Per questo studiano strategie di fuga, vivendo in una permanente condizione di invisibilità che li rende sempre più esposti al rischio di sfruttamento e incapaci di far valere i propri diritti.

A Roma, per esempio, gli afghani “in transito” organizzano la fuga in Europa: in genere contattano dei tassisti illegali stranieri che, con auto regolari in Italia, eludono i controlli della polizia e scortano i passeggeri oltre il confine.

Il 2% dei minori afghani rimane nel nostro Paese, di propria volontà o perché segnalato, procedendo alle pratiche di adozione, al collocamento in case/centri di accoglienza e all’orientamento scolastico e lavorativo.

Per esempio, secondo quanto riportato dai dati dell’ANCI, Roma è un luogo molto desiderato dai MSNA di ogni nazionalità che arrivano in Italia. Essa garantisce la prima accoglienza sia a chi decide di restare sia a coloro che sono intenzionati a soggiornare in Italia per poco tempo. Tutto questo grazie alla rete informale capitolina che va a compensare le mancanze istituzionali. Questo network è caratterizzato soprattutto da case di accoglienza, associazioni e organizzazioni che si occupano specificamente di soggetti vulnerabili ed emarginati, come i minori migranti. A Roma sono nati i centri “a bassa soglia”, tipici per la capacità di garantire accesso, orientamento, accoglienza e protezione a queste persone senza richiedere innumerevoli carte, se non i dati anagrafici e i documenti di identità, dove possibile.

Da ciò consegue la spinta verso una maggiore cooperazione tra gli enti romani, che sta pian piano avendo luogo, nonché una situazione più stabile per i MSNA che approdano nella capitale con il rischio di perdersi nei cavilli burocratici o, nella peggiore delle ipotesi, nelle stazioni dei treni dove passano intere notti.

Conclusioni

Possiamo giungere ad alcune conclusioni generali: sul piano politico-sociale, va creata una Leadership forte, con la quale non intendiamo solo la politica, ma anche sindacati, organizzazioni ed enti affini. Il sistema di accoglienza italiano è tenuto in piedi dal network informale a cui si è precedentemente accennato. Nella capitale, per esempio, i minori riescono a trovare un appoggio consistente nelle strutture “a bassa soglia”, che si bilanciano con la mancanza di una politica nazionale ed europea condivisa su tali questioni.

È necessario un dialogo continuo tra le istituzioni e gli enti della Società Civile affinché le procedure di accoglienza siano più uniformi sia nella nostra penisola sia tra gli Stati Europei. È possibile pensare ad una cooperazione con i Paesi di origine affinché si facciano garanti dei diritti umani fondamentali: potrebbe anche essere un canale investire nei cosiddetti aiuti “a casa loro”.

I minori afghani partono per garantirsi una vita dignitosa che evidentemente oggi non è per tutti. I MSNA, sono soggetti deboli e per tale motivo devono ricevere una maggiore protezione da parte degli Stati di origine e di quelli in cui approdano. La Comunità Internazionale, fatta di esseri umani prima che di istituzioni, dovrebbe accrescere la propria sensibilità rispetto a tale fenomeno e tenere presente che l’oggetto della disputa sono persone, titolari di diritti fondamentali e inalienabili, per giunta minori. L’indifferenza equivale alla soppressione del diritto alla vita.

È auspicabile che gli uomini e le donne che vivono nel mondo cooperino in vista del bene comune e condividano l’interesse alla giustizia e alla pace: dimenticarsi di tale impegno e della sua portata, permettendo alla globalizzazione dell’indifferenza di diffondersi, sarebbe irrimediabilmente distruttivo.

 

Angela Rinaldi, dottoressa in Scienze dello Sviluppo e Cooperazione internazionale, Roma

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