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Banksy, fra religione e violenza, di Matteo Losapio

creato da Matteo L. ultima modifica 19/06/2020 08:33
Attraverso l'utilizzo di simboli religiosi nelle sue opere, Banksy riesce a far parlare ancora la fede fra denuncia delle attuali condizioni sociali e politiche e annuncio di un mondo migliore.
Banksy, fra religione e violenza, di Matteo Losapio

Banksy, Cristo Crocifisso che fa shopping

Uno degli artisti più discussi e meno conosciuti del nostro tempo è sicuramente Banksy. Street artist di cui non conosciamo l’identità e che ha realizzato opere d’arte in tutto il mondo attraverso la tecnica dello stencil, graffiti sui muri delle città. Per quanto si possa identificare un’artista con un movimento, le opere di Banksy si rifanno principalmente al movimento della guerrilla art ovvero un’arte di strada atta a provocare e a scuotere le coscienze. Non è un’arte che si incontra nei musei, come non è un’arte che appartiene ad un’èlite che può permettersi di decidere cosa sia e cosa non sia l’Arte. Si tratta, invece, di un’arte prettamente politica e di denuncia sociale, in grado di attraversare la storia e i luoghi in cui viene prodotta. Alcuni esempi sono il Naufrago bambino rappresentato a Venezia durante l’inaugurazione della Biennale nel novembre 2019, anno in cui l’Italia ha chiuso i porti alle imbarcazioni dei migranti, confondendo l’aiuto umanitario per invasione barbarica, o Season’s greetings apparso a Port Talbot, dove un bambino sembra giocare con la neve ma, in realtà, è la cenere di un cassonetto in fiamme. Basti ricordare che Port Talbot è una delle città più inquinate del Regno Unito. Sono opere, dunque, che riflettono pienamente la storia e il luogo in cui vengono prodotte, provocando non tanto un gusto artistico ma, potremmo dire, un disgusto per il male che l’essere umano è in grado di fare. Fra le opere di Banksy, poi, non mancano anche quelle di denuncia della guerra, dei crimini sugli animali, di violenza di ogni genere, soprattutto sui bambini. Ma fra le opere che possiamo ammirare di Banksy ci sono alcune che riflettono una particolare coloritura religiosa. Sono opere interessanti in quanto mettono in evidenza le contraddizioni lancinanti fra un messaggio religioso la violenza che si perpetra in quei luoghi. Vogliamo prendere in considerazione tre opere dell’artista: Gesù Cristo Crocifisso che fa shopping, Madonna con la pistola, Presepe di Betlemme.

La prima opera è una stampa che non ha una collocazione ben precisa, dal momento che riguarda un po’ tutto il mondo cristiano-occidentale. Si tratta di Gesù Cristo Crocifisso che fa shopping del 2005. Uno sfondo grigio, su cui campeggia una figura di Cristo dal volto stanco e deluso. Non è un volto tumefatto dal dolore o schiacciato sotto il peso della croce, ma è un volto che vive la croce dentro di sé, dove la pesantezza del patibolo è dato dalle buste della spesa che pendono dalle mani di Gesù. E dalle buste emergono giocattoli, bottiglie di spumante, pacchetti e regali. La crocifissione o, meglio, il Crocifisso, diviene denuncia contro il consumismo, contro le tante e tante vittime del divertimento di pochi. Regali di cui abbiamo piene le case mentre Cristo crocifisso rimane lì al suo posto, fuori da ogni nostro circuito di spreco e di denaro, rimanendo dalla parte dei poveri. Una denuncia in grado di unire la simbolica della croce con quella dell’oppressione, anche mielosa e inzuccherata di buone intenzioni, che viviamo giorno dopo giorno. E il volto del Crocifisso, assume i contorni della delusione non tanto per le violenze che ha subito lui in prima persona, quanto per la disparità economica e sociale che genera l’attuale sistema politico internazionale. Sembra dirci, in altre parole, che dopo duemila anni non abbiamo ancora capito nulla e che il prezzo del nostro riscatto, oggi, sembra essere più in quelle buste della spesa che nelle ferite della sua carne risorta.

Una seconda opera risale al 2017 e si tratta della Madonna con la pistola, apparsa a Napoli, in piazza Gerolomini. Si tratta del ritratto di una Madonna in pieno stile raffaelita ma, al posto dell’aureola, ha disegnato un revolver. La simbologia della Madonna richiama immediatamente la devozione della città di Napoli e al suo vissuto del sacro noto anche a Walter Benjamin nel suo libro Immagini di città. Tuttavia, l’aureola che esprime la santità di Maria è una pistola, a simboleggiare la delinquenza che alberga nella città e il legame fra Camorra e riti religiosi, i quali garantiscono anche una certa visibilità ai boss locali. Tuttavia, la contraddizione fra la delicatezza del volto di Maria e la brutalità di una pistola puntata rendono l’immagine di un grandissimo impatto comunicativo anche per quanto riguarda ciò che avviene in città. Una denuncia, allora, che diviene anche annuncio di una combinazione che non può reggersi, che non sussiste se non per avvalorare il potere mafioso che nulla ha a che vedere con il messaggio cristiano, né tantomeno con la bellezza della Madonna. Eppure, la contraddizione a cui ci espone Banksy ci permette di comprendere anche come alcune devozioni e alcuni riti vengano invertiti nel loro messaggio attraverso l’occasione di pubblicità che deriva dallo stesso rito. In altre parole, il valore simbolico di una processione o di una devozione mariana, può cambiare significato nella misura in cui danno visibilità ai potenti di turno, che non sempre sono i politici o il sindaco del paese.

Infine, una delle scene più care alla cristianità: il presepe. L’opera si colloca all’interno del The walled off hotel di Betlemme che si trova proprio a ridosso del muro che separa Israele dai territori palestinesi. Nei suoi messaggi sui social, Banksy ha spesso definito quel muro una vergogna e una cicatrice inferta al territorio, a quella Terra Santa che parla al mondo di pace. I classici personaggi della natività sono riconoscibili a vista d’occhio e infondono serenità e tranquillità, come le scene che siamo abituati a guardare durante il periodo natalizio, tanto che l’opera è apparsa nel Natale del 2019. Tuttavia, ciò che stride con il candore della scena è la stella cometa creata dal buco di una granata lanciata sul muro. Ecco, allora, che la violenza entra prepotentemente nella scena, scambiata per altro e accordata con tutta la scena in una stridente armonia. Il messaggio è immediato: la città dove è nato Gesù è ancora oggi terra di guerra e di violenza, di oppressione su adulti come su bambini. L’evento cristiano della natività, allora, diviene simbologia universale di narrazione del territorio: fra la speranza di un bambino che nasce e la violenza di un presente che uccide.

Se volessimo, infine, fare sintesi fra le opere che Banksy ha dedicato al tema religioso cristiano, non potremmo non mettere in evidenza la crasi fra la speranza e la violenza. Non riguarda semplicemente l’eterna lotta fra il bene e il male, ma un intreccio in cui il messaggio cristiano aiuta a mettere in evidenza l’estrema crudeltà dell’essere umano, il suo sfruttamento economico, ambientale, umano. Dalla violenza economica alla violenza della guerra, passando per la violenza criminale, Banksy continua ad interrogare la simbologia cristiana per rivelare le grandi contraddizioni del nostro tempo. E, allora, mi chiedo: lo stridore di queste contraddizioni giunge anche al mio orecchio di cristiano e di cristiana? Un’artista provocatorio e irriverente come Banksy riesce ancora a smuovere quella parte idolatra di me stesso che cerca una religiosità chiusa nel recinto del controllo individuale e sociale, per farmi immergere nella realtà del mondo e nell’inquietudine dei cercatori di senso? Perché ogni volta che Banksy utilizza immagini cristiane per le sue opere, significa che questa fede in Cristo Risorto, Parola vivente, ha ancora qualcosa da dire alle donne e agli uomini di oggi.

[redattore CUF]

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