“Mancano gli statisti”, ma dove li stiamo formando? di Giulio Albanese

Vi sono stagioni nelle quali la crisi della politica non coincide soltanto con l’inadeguatezza di certe classi dirigenti o con l’affanno delle istituzioni. È qualcosa di più profondo: investe il patrimonio ideale, culturale e morale dal quale la politica dovrebbe trarre alimento. È questa un’inquietudine del nostro tempo: una rarefazione delle visioni capaci di leggere la storia oltre il consenso immediato. Non mancano competenza e passione civile, né il passato fu un’età dell’oro. Ma perché fatichiamo a riconoscere figure capaci di suscitare fiducia e indicare un orizzonte? Il confronto con il secondo dopoguerra europeo è inevitabile. Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Konrad Adenauer ereditarono un continente devastato dagli odi nazionali e dai totalitarismi. Eppure, seppero immaginare un’Europa nella quale popoli che si erano combattuti potessero riconoscere un destino comune. Che fossero cattolici non autorizza appropriazioni confessionali, ma dice molto dell’humus nel quale erano maturati: personalismo, dottrina sociale, centralità della persona e bene comune. La fede non era un vessillo identitario, ma responsabilità. In Italia vengono alla mente, oltre a De Gasperi, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Aldo Moro e Piersanti Mattarella. Personalità diverse, accomunate da densità culturale e spirituale. Per loro la politica non si esauriva nella conquista del potere: era mediazione, rigore morale, responsabilità verso il futuro, servizio alla Res Publica. Ma quegli uomini non nacquero nel vuoto. Alle loro spalle esisteva un formidabile tessuto educativo: le università, le associazioni, le riviste, le parrocchie. Luoghi nei quali si imparava a leggere la società e a confrontarsi.

Prima di preparare candidati, quel mondo formava coscienze. È qui che la memoria diventa provocazione: siamo ancora capaci di farlo? Riprendere quella lezione significa ridare forza agli strumenti della formazione: riunioni, catechesi, incontri personali, libri, studio, ricerca. Non per restaurare il passato, ma per innestare quella profondità in quanto di nuovo, eticamente valido e fecondo offre la comunicazione tecnologica. Esperienze come il Meeting di Rimini meritano apprezzamento.

Mostrano, infatti, che esiste ancora un desiderio di confronto culturale. Ma un appuntamento annuale, per quanto prezioso, non può sostituire un lavoro formativo continuo. Senza questo intreccio tra radici e linguaggi nuovi, il richiamo ai testimoni di ieri rischia di ridursi a retorica.

Non si tratta di riesumare un partito confessionale. La questione riguarda la capacità delle comunità cristiane di educare alla cittadinanza, alla giustizia sociale, alla pace, al bene comune. Leone XIV, nella Magnifica Humanitas, richiama la politica al servizio del bene comune e della dignità della persona. Una Chiesa che rinunciasse a questa responsabilità lascerebbe campo libero alla personalizzazione del potere e all’impoverimento del linguaggio pubblico.

Forse il vero vuoto è proprio questo. Non mancano semplicemente i leader: si sono impoveriti i vivai. Ed è grave mentre guerre, disuguaglianze, migrazioni, crisi ambientale e rivoluzione tecnologica impongono decisioni destinate a segnare intere generazioni. Troppo spesso questioni epocali vengono compresse nel tempo effimero di un post o di una polemica televisiva. È questo il “vuoto pneumatico” che inquieta: non l’assenza di persone capaci, ma la rarefazione di una politica capace di produrre pensiero, visione e speranza. Non abbiamo bisogno di uomini della Provvidenza, ma di donne e uomini della responsabilità. Anche la Chiesa deve interrogarsi senza indulgenza, non per riconquistare spazi di potere, ma per generare coscienze adulte e libere. De Gasperi, Schuman, Adenauer, Dossetti, La Pira, Moro e Mattarella appartengono alla storia. Cercarne oggi delle copie sarebbe nostalgia. Ma la loro vicenda ci consegna una verità: prima delle grandi classi dirigenti vengono le scuole delle coscienze. Per questo la domanda decisiva non è dove siano finiti gli statisti. È un’altra, scomoda, soprattutto per noi cattolici: dove stiamo formando quelli di domani?

[missionario comboniano, giornalista]

Avvenire del 5 settembre 2026

PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


Con il 5×1000 e il ricavato della vendita dei libri sosteniamo:

scuole di formazione sociale e politica, sito web e periodico di cultura e politica, insegnamento dell’italiano per cittadini stranieri gruppo I Care, la biblioteca “Bice Leddomade”, incontri, dibattiti… 

          basta la tua firma 

          e il numero dell’associazione 

         91085390721

         nel primo riquadro sul volontariato

 

Ultimi Articoli

SORRIDENDO