Malta resti luogo di accoglienza e ponte tra le culture, di Tiziana Campisi ed Edoardo Giribaldi.

Un avvenimento che ancora oggi offre a tutti un insegnamento: il naufragio di san Paolo a Malta è «una narrazione profondamente evangelica sulla fiducia, la responsabilità e la relazione, narrata in un momento di pericolo e incertezza». Il cardinale segretario di Stato Pietro Parolin lo ha sottolineato nella concattedrale di San Giovanni, a La Valletta, durante la Messa celebrata ieri mattina, 1° febbraio, giorno in cui la Chiesa locale celebra la festa liturgica del Naufragio dell’Apostolo.

Nella sua omelia il porporato — in visita nell’isola del Mediterraneo per il 60° anniversario delle relazioni diplomatiche tra la Repubblica di Malta e la Santa Sede — ha ripercorso gli avvenimenti vissuti da Paolo mentre era in viaggio verso Roma, «prigioniero, portato da forze al di là del suo controllo, sballottato dalle onde, soggetto alle decisioni degli altri», ma «nel mezzo della tempesta» capace di vedere «chiaramente» le cose, di parlare «con autorità» e di incoraggiare equipaggio e passeggeri, infondendo speranza.

Il cardinale Parolin ha fatto notare come l’autorità dell’Apostolo non derivi «dal rango, dal potere o dalla forza» bensì «dal suo rapporto con Dio e dal suo senso di responsabilità verso gli altri»; così, «pur essendo prigioniero, diventa una guida», seppure «vulnerabile, diventa una fonte di forza». E la lezione che ancora oggi offre è che «la vera autorità, che sia spirituale, pastorale o diplomatica, non nasce dal controllo, ma dall’affidabilità; non dall’imporre soluzioni, ma dal rimanere fedeli nei momenti di prova».

Rievocando il racconto evangelico, il segretario di Stato si è soffermato, poi, sulla descrizione lasciata da san Luca degli abitanti di Malta, che «mostrarono “una gentilezza insolitaverso i naufraghi. Il primo atto cristiano sul suolo maltese è l’ospitalità», ha osservato il porporato, rammentando che «fin dall’inizio, la storia cristiana di Malta è segnata da questa capacità di accogliere l’altro, di trasformare il pericolo in incontro e la paura in relazione», tanto che «san Paolo arriva come uno straniero, ma se ne va come un padre nella fede».

Ma non è stata solo una rievocazione del passato quella del cardinale Parolin, che ha guardato anche al presente. È lo stesso mare «attraverso il quale popoli e nazioni navigano ancora oggi», ha detto, tra «guerra, sfollamenti, frammentazione sociale e paura del futuro» che alimentano la tentazione «di abbandonare le proprie responsabilità o di cercare sicurezza con la forza». Ma proprio l’Apostolo «mostra un’altra via», rimanendo «attento», ascoltando e parlando «quando necessario».

«Ricorda a tutti che la loro vita è importante e che sono nelle mani provvidenziali di Dio» ha rimarcato il porporato, aggiungendo che «questa è anche la vocazione della Chiesa nella comunità internazionale» e che «la Santa Sede non pretende di placare ogni tempesta. Ma cerca, con umiltà e perseveranza, di mantenere viva la convinzione che nessuno deve essere perduto, che la pace è possibile e che il dialogo non è mai vano».

Infine, nelle parole del cardinale, il ricordo delle visite dei Pontefici a Malta. Essa «ha accolto i Successori di san Pietro come aveva accolto san Paolo: non con timore, ma con grande entusiasmo e generosità», ha concluso il segretario di Stato, esortando ad avere a cuore le persone, che «non devono mai essere abbandonate». Un principio, quello del primato della persona umana, che è «al centro della missione della Chiesa e del suo impegno diplomatico» e che «Malta e la Santa Sede hanno cercato, ciascuna a modo suo, di mantenere vivo» con il dialogo e la cooperazione.

In precedenza, sabato 31 gennaio, il cardinale Parolin era intervenuto alla presentazione del volume Peter in the Island of Paul. Milestones in the History of Relations between Malta and the Holy See, commemorativo del sessantesimo anniversario delle relazioni diplomatiche, formalmente istituite il 15 dicembre 1965.

Rapporti che hanno come filo conduttore il termine Sliem, che in maltese indica la «pace» oltrepassando il concetto di semplice «assenza di conflitto» per comunicare armonia, riconciliazione e benevolenza. Pronunciarla, e soprattutto praticarla, passa anche attraverso una diplomazia che non ricerca il “dominio” sull’altro, ma il rispetto della sovranità e della dignità di ciascuno. E proprio in tale orizzonte si collocano i rapporti tra la Santa Sede e il Paese «crocevia del Mediterraneo», chiamati oggi ad affrontare le «nuove questioni»: la salvaguardia della pace e il fenomeno migratorio.

Il porporato, in visita nel Paese europeo fino a ieri, 1° febbraio, ha sottolineato come gli anniversari non siano semplici esercizi di memoria, ma occasioni per riflettere sul significato delle relazioni alla luce delle loro molteplici declinazioni: «tra popoli e istituzioni, tra storia e responsabilità e, nel caso della Santa Sede, tra la missione pastorale della Chiesa e il suo impegno nella comunità internazionale».

Nel suo discorso, Parolin ha richiamato il valore profondamente «relazionale» della missione della Chiesa e della sua presenza sulla scena internazionale, ricordando le parole di Leone XIV al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Guarendo lo storpio alla Porta del Tempio, aveva osservato il Pontefice, Pietro compie un gesto non di potere, ma di «incontro». È da questa prospettiva, ha spiegato il segretario di Stato, che si comprende la natura peculiare della diplomazia pontificia: non «orientata al vantaggio o al dominio», ma «al servizio della comunione, attenta a tutti i popoli e a tutte le culture, rispettosa della sovranità e animata dalla sollecitudine per la dignità di ogni persona».

In tale cornice si inserisce il rapporto tra Malta e la Santa Sede, che non nasce come un «atto politico isolato», ma come declinazione istituzionale di un legame «antico e profondo». L’isola occupa infatti un posto unico nella tradizione cristiana, segnata dal naufragio di san Paolo e da quella «non comune umanità» con cui l’Apostolo delle genti fu accolto «come straniero, vulnerabile e dipendente». Un racconto che, nei secoli, ha contribuito a plasmare l’identità maltese nella sua narrazione di «ospitalità, guarigione e fede». Accanto all’eredità paolina, il cardinale ha ricordato la costante sinergia di Malta con la Santa Sede, espressa attraverso «la sollecitudine pastorale di Roma» e la cura per l’unità della fede. Proprio questa duplice traiettoria, «apertura paolina e sollecitudine petrina», emerge con chiarezza dal volume presentato: «missione e governo, ospitalità e unità, identità locale e comunione universale».

L’istituzione delle relazioni diplomatiche avvenne in un momento storico definito «decisivo» dal porporato: Malta era da poco indipendente e la Santa Sede impegnata, all’indomani del Concilio Vaticano II, a ridefinire «la propria comprensione della presenza della Chiesa nel mondo moderno». Sotto san Paolo VI, la rappresentanza diplomatica fu riconosciuta come espressione concreta di quella che egli definì con la Lettera apostolica in forma di motu proprio, Sollicitudo omnium Ecclesiarum, «la responsabilità paterna del Papa per tutte le Chiese».

In questa visione, il nunzio apostolico è insieme rappresentante diplomatico e «ponte pastorale»: accreditato presso lo Stato, ma anche segno visibile di comunione con la Chiesa locale.

A Malta, ha osservato ancora Parolin, tale visione ha trovato un’applicazione «particolarmente coerente». In oltre sei decenni, le relazioni bilaterali si sono sviluppate in un quadro capace di tutelare le istituzioni democratiche e, al contempo, la libertà della Chiesa. Gli accordi in ambiti quali l’istruzione, il matrimonio, i beni ecclesiastici e la formazione teologica testimoniano come «la cooperazione tra Chiesa e Stato, quando fondata sul rispetto reciproco e sulla chiarezza delle competenze, serva il bene comune anziché comprometterlo».

osservatoreromano.va/it/news/2026-02/quo-026/malta-resti-luogo-di-accoglienza-e-ponte-tra-le-culture.html

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Articoli e video: 


- Alessandro Barbero che spiega le ragioni del NO, che trovi qui: 

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- Qualche dubbio sul SI di alcuni cattolici al prossimo referendum, di Rocco D'Ambrosio, che trovi qui:  

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