Maestri di Strada, da “Vita” un’intervista a Cesare Moreno di Anna Spena

Il fondatore di Maestri di Strada compie 80 anni e ripercorre una vita controcorrente: dai tempi di Lotta Continua all’insegnamento nelle classi delle periferie di Napoli fino all’impegno accanto ai ragazzi che la scuola rischia di perdere. «Non ho fatto niente di speciale: semplicemente non mi sono arreso. Dobbiamo tornare a occuparci della scuola come ci si occupa della vita: non come istituzione specializzata, ma come compito primario di una civiltà. L’educazione è troppo importante per lasciarla ai soli insegnanti»

«La crisi della scuola non è la crisi di un’istituzione, ma una crisi di civiltà». Cesare Moreno oggi, 3 settembre, compie 80 anni. Lui è il fondatore dell’associazione Maestri di Strada, presidio umano, sociale ed educativo nella periferia di Napoli est, che abbraccia i quartieri di Ponticelli, Barra e San Giovanni a Teduccio.

Partiamo dall’inizio…

Sono nato a Napoli, in Corso San Giovanni, nella casa dove abito tuttora. Ho vissuto qui dalla culla alla vecchiaia, anche se sono passato pure da altre parti. San Giovanni a Teduccio è un quartiere povero, un quartiere operaio, che però anticamente era anche una zona di villeggiatura: qui convivevano case operaie povere e villette del ceto medio dell’epoca. La casa dove vivo era la casa di villeggiatura di un notaio, è una casa relativamente ricca in un quartiere molto povero. Di fatto sono stato a contatto con i poveri fin dalla prima infanzia. Il mio primo ricordo, infatti, riguarda gli inquilini del piano terra, che periodicamente sparivano per ritornare tutti “lavati”, cioè con i capelli rasati a zero, maschi, femmine, adulti, bambini, tutti, dopo aver preso il tifo. Diciamo che questa è la prima immagine che ho dei poveri: persone che vivevano in un ambiente malsano, in un’ex stalla da cui l’acqua risaliva dal pavimento, con sette persone che vivevano in una sola stanza. E che si ammalavano periodicamente a causa di quelle condizioni.

A che piano abitava lei?

Al primo, appartenevo ai privilegiati.

La sua era una famiglia numerosa?

Sì, io sono il primo di cinque figli, tre maschi e due femmine. Ho avuto modo di assaporare le “gioie” del primogenito, che da un lato è il preferito, dall’altro deve assolvere a doveri e impegni che poi hanno improntato tutta la mia vita.

Quali sono questi doveri e questi impegni?

Occuparsi delle persone più deboli, meno intraprendenti, con meno competenze. Capire i problemi, imparare a risolverli. Non tutti hanno voglia di farlo. Io ho avuto voglia di farlo fin da bambino e così un po’ tutti se ne sono approfittati. I miei fratelli per primi, nel senso che facevano finta di non essere capaci di fare le cose e così finiva che dovevo farle sempre io. Poi io in realtà sono andato via di casa praticamente a 15 anni. Mia madre, saggiamente, aveva capito che con i miei professori del liceo la cosa sarebbe finita male: litigavo con loro un giorno sì e l’altro pure.

Liceo classico?

Sì, il liceo classico Vittorio Emanuele. Ero più o meno sempre promosso, ma per il rotto della cuffia: non sono mai stato né il primo né l’ultimo della classe, stavo giusto in mezzo. Ecco, mi potrei definire “l’ultimo dei promossi”. Litigavo spesso con gli insegnanti perché non accettavo le loro osservazioni: facevo sport e mi piaceva, ma secondo loro lo sport faceva perdere tempo. Io rispondevo che erano stati loro a insegnarmi il kalòs greco – che vuol dire “bello” – riferito a un corpo sano. Oppure, in latino, com’era… Mens sana in corpore…In corpore sano. In più litigavo con mio padre. Insomma, c’era tutto un complesso di motivi.

Che lavoro facevano i suoi genitori?

Erano entrambi insegnanti: mia madre alla scuola elementare, mio padre alle medie. A Salerno c’era una zia, sorella di mio padre, che insegnava al liceo e mia madre mi ci mandò. Fu una benedizione: quella zia era un tipo strambo ma molto libertario nella disciplina familiare. Mi lasciò vivere l’ultimo anno di liceo in santa pace, senza rimproveri né richieste continue. Dai 16 ai 17 anni mi sono gestito da solo e sono stato bene. Poi mi misi in testa che all’Università dovevo fare fisica: fisica nucleare, astrofisica. La migliore facoltà sembrava essere a Pisa, così decisi di andarci con il pretesto di provare il concorso per la Normale. Non era pane per i miei denti: feci un corso preparatorio, con risultato pessimo, e non fui ammesso. Restai comunque a Pisa a studiare: era il 1964, avevo appena compiuto 18 anni.

E poi?

Nel novembre 1966 ci fu l’alluvione di Firenze. Feci parte delle squadre di volontari: per la prima volta i giovani si cimentavano in un’attività di volontariato su vasta scala, spontanea, senza organizzazione. Lì ebbi il mio primo contatto con la politica, perché la maggior parte dei ragazzi che spalavano fango con me erano affiliati a organizzazioni giovanili: Partito Comunista, Socialista, Repubblicani, Democrazia Cristiana. Io invece non sapevo nulla di politica, sono cresciuto nella totale ignoranza della materia. Fu nei treni parcheggiati alla stazione di Firenze Campo di Marte, tra notti passate a parlare e discutere, che ebbi la mia prima iniziazione politica. Tornato a Pisa, cambiato da quella full immersion, fui tra quelli che promossero l’occupazione, per protesta contro le inadempienze del corpo accademico: non ci davano tutor né aiuto nelle esercitazioni. Fummo subito classificati come rivoluzionari, contestatori, extraparlamentari… Io venni classificato come anarchico, mentre io non sapevo niente di niente. La verità è che ci fu una gara a “vestire” i giovani con l’etichetta che si voleva dare loro: questa è la mia opinione anche sul ’68. Fatto sta che nel dicembre 1966 occupammo l’università con rivendicazioni studentesche; nel febbraio 1967 organizzammo un’occupazione nazionale contro una legge allora in discussione, la 2314. Cominciai a essere schedato dalla polizia, denunciato, minacciato di morte da una sedicente falange armata. Nella primavera del ’68, quando scoppiò la lotta studentesca, temendo un mandato di cattura, presi un treno e me ne andai.

Torna a Napoli?

No. Prima ho vissuto per un periodo a Roma, solo dopo tornai a Napoli, dove organizzai gruppi di studenti e operai. Andavo all’Italsider a distribuire volantini, finché riuscimmo a organizzare uno sciopero delle maestranze precarie delle ditte d’appalto, quelle di cui nessuno si occupava. Le ditte d’appalto dell’Italsider contavano più di 3mila operai addetti ai lavori più sporchi, rischiosi e nocivi. Feci l’agitatore politico: dopo quello sciopero ne organizzai uno dei contadini per il prezzo del pomodoro ad Acerra. Dovunque ci fosse un motivo di protesta, io e tanti altri intervenivamo per proporre soluzioni rivoluzionarie. È durato più o meno fino al ’76, quando si sciolse Lotta Continua, l’organizzazione che avevo contribuito a fondare. A seguito dello scioglimento ci furono alcune manifestazioni, tra cui una famosa nel ’77 a Roma, con armerie saccheggiate e violenze di ogni tipo. In quell’occasione io e mia moglie, una ragazza che avevo conosciuto a Pisa e che nel frattempo avevo sposato, decidemmo che non avremmo mai più partecipato a quel tipo di manifestazione, perché non eravamo d’accordo con quella violenza gratuita. Ci dedicammo a capire le ragioni di fondo, prendendo atto che il discorso che avevamo portato avanti dal ’68 al ’76 sull’essere “rivoluzionari” non funzionava, perché i protagonisti di quel cambiamento non erano affatto cambiati rispetto a come erano stati “programmati” dal sistema vigente. Anche realizzando un capovolgimento rivoluzionario, ci saremmo limitati a girare la pizza senza cambiarne il condimento. Bisognava battere altre strade, cambiare modo di ragionare. Per questo scegliemmo di dedicarci molto di più all’educazione, cercando di capire quali motivi – anche psichici – impediscono un reale cambiamento delle persone.

E come diventa maestro?

Fui letteralmente sequestrato davanti all’Italsider, come nella scena di un film. Arrivò mia madre mentre distribuivo volantini: aprì la portiera della sua “1100” grigio topo, mi tirò dentro e mi portò a sostenere l’esame di magistrale, poi il diploma. Tre o quattro anni dopo, con la stessa modalità, mi costrinse a fare il concorso per maestro. Avevo 38 anni quando nel 1983-84 misi per la prima volta piede in una scuola. Fui assegnato a una quinta elementare da cui l’insegnante precedente era scappata, senza salutare. Entrai in una classe fatta, per usare un’espressione forte, di “rifiuti umani”: 25 ragazzi tutti ripetenti, bocciati perché erano culturalmente estranei, appartenevano a un’altra classe sociale rispetto al corpo docente, perché c’era incomunicabilità.

Si ricorda la sua prima classe?

Sì, assolutamente. Fui assegnato a una quinta elementare da cui l’insegnante precedente era scappata, senza salutare, perché i “bravi” insegnanti della scuola avevano ciascuno bocciato cinque alunni nelle quinte uscenti. Questi bocciati furono riuniti in un’unica classe, non assegnata a un insegnante di ruolo ma al supplente di turno. Si dava la classe peggiore, più difficile, a chi aveva meno esperienza: in quel caso, io. Entrai in una classe fatta, per usare un’espressione forte, di “rifiuti umani”: 25 ragazzi, tutti ripetenti, bocciati con i criteri con cui si bocciava allora, e per molti versi anche oggi: perché erano culturalmente estranei, appartenevano a un’altra classe sociale rispetto al corpo docente, c’era incomunicabilità.

Dov’era la scuola?

A Barra. L’anno successivo fui a San Giovanni, dove restai cinque anni consecutivi nella stessa classe: presi i bambini in prima e li portai fino alla quinta. È stata l’esperienza professionale più bella che io abbia fatto, ne ho tratto un diario, più culturale che quotidiano, perché ancora oggi ritengo che le persone da cui ho imparato di più siano i bambini di quella classe. In seguito ho avuto anche una terza elementare a Barra. Da quei bambini ho imparato una cosa banale: che il maestro può insegnare solo partendo da ciò che i bambini sanno e dicono. Io sono partito dalle loro esperienze, e soprattutto dalla loro condizione psichica.

Cosa le hanno insegnato quei bambini?

Da loro ho imparato una cosa banale: che il maestro può insegnare solo partendo da ciò che i bambini sanno e dicono. Io sono partito dalle loro esperienze, e soprattutto dalla loro condizione psichica. Scrissi un articolo, “Sicurezza e apprendimento”, in cui dimostravo, attraverso i loro temi, che quei bambini sentivano su di sé l’oppressione e il pericolo di una situazione di guerra, e che questo impediva loro di apprendere serenamente ciò che la scuola voleva trasmettere. L’unico modo per dialogare con loro era capire cosa passasse loro per la mente: e ciò che passava per la mente era che vivevano in una situazione di guerra.

Guerra rispetto al contesto, alle famiglie?

Guerra rispetto al fatto che si ammazzavano tra di loro. «Oggi lo zio di Carmelina ha ucciso il padre di Antonio», si diceva nella mia classe. Oppure «il padre di Antonio ha ucciso il cugino di Rosaria». Nella mia classe i litigi tra bambini avvenivano all’insegna del “chi ha ucciso chi”. Intervenni pesantemente, dicendo loro di smetterla, perché così spingevano gli adulti ad ammazzarsi.

«Oggi lo zio di Carmelina ha ucciso il padre di Antonio», si diceva nella mia classe. Oppure «il padre di Antonio ha ucciso il cugino di Rosaria». Nella mia classe anche i litigi tra bambini avvenivano all’insegna del “chi ha ucciso chi”

È rimasto in contatto con qualcuno di loro?

Sì. Qualcuno è morto ammazzato, altri hanno avuto un relativo successo. Altri ancora hanno fatto la vita prevedibile in quel contesto: una vita misera, fatta di sussidi e cose simili.

E come passa da maestro a maestro di strada?

Avvenne perché constatai più volte che i ragazzi accompagnati fino alla quinta elementare, arrivati alle medie venivano “fatti fuori” nel giro di quindici giorni: sospesi a ripetizione, maltrattati; gli insegnanti non li volevano e loro non volevano gli insegnanti. In quel periodo partecipavo alle ricerche di un professore universitario che mi aveva preso in simpatia e pur non essendo io laureato, facevo con lui ricerche sociologiche sull’orientamento scolastico. In una terza media che sarebbe dovuta essere orientata alla scelta della scuola superiore, c’erano solo sette alunni su nove previsti: gli altri due erano stati bocciati e non venivano più. Scoprii così che nella scuola media il tasso di abbandono superava il 50%. Dissi al mio professore: “Il vero problema è che i ragazzi non ci arrivano nemmeno, alla terza media.” Mi rispose che si trattava di un tema già esplorato, che all’Università non interessava, non era accademicamente rilevante. E allora decisi che fosse meglio che le facessi io direttamente la ricerca. Entrai nella scuola con l’idea di una ricerca partecipata, e cominciai, con altri, una critica serrata dell’organizzazione scolastica. Costituimmo un “presidio permanente in difesa dell’infanzia e della scuola”: ogni settimana insegnanti e dirigenti si riunivano e stilavano l’elenco dei disastri della scuola napoletana. Mancanza di manutenzione, doppi e tripli turni, scuole pericolanti, banchi vecchi di un secolo, metodologie arretrate. Così raggiungemmo una certa notorietà, perché le autorità cittadine non stavano tranquille. Arrivarono televisioni, giornali, interviste. Il nostro sistema mediatico funziona così: una volta che ti “acchiappano”, non ti lasciano più. Diventai tra virgolette “celebre”, al punto che qualcuno disse che denunciavo la dispersione scolastica per motivi personali, senza specificare quali. Del resto, anche su questioni più serie, come la lotta alla mafia, c’era chi insinuava interessi personali. Come passo da maestro a maestro di strada? Perché constatai più volte che i ragazzi accompagnati fino alla quinta elementare, arrivati alle medie venivano “fatti fuori” nel giro di quindici giorni

Com’era fare il maestro quando ha iniziato, e com’è oggi? 

Tra maestri e professori c’è sempre stata una grande differenza, una “partita” che purtroppo si sta risolvendo a favore dei professori, nel senso che molti maestri oggi si atteggiano a professori. Sbagliano, perché dovrebbe accadere il contrario: chi fa il professore dovrebbe prima saper fare il maestro. “Maestro” viene da magis: “so di più di te, ti aiuto a capire e a migliorarti”. Il professore “professa” una fede in una disciplina: è un’altra cosa. Il maestro è semplicemente uno che ti aiuta a crescere, in modo diverso a tre, sei, nove o tredici anni, ma sempre come aiuto alla crescita, non come trasmissione di informazioni. Quando ho cominciato, tutti i maestri avevano bene in mente questa idea: oggi la conservano in meno persone.

Che altro cambiamento vede?

Vedo un peggioramento dell’insegnamento, sia alle elementari sia alle medie. Abbiamo cominciato con una fortissima impronta di classe: la scuola media serviva a riprodurre il ceto medio italiano, non a far crescere i poveri. Oggi nessuno crede più che l’istruzione sia una ascensore sociale e pochi credono che l’istruzione serva a diventare migliori, a superare sé stessi. Assistiamo a un imbarbarimento della vita civile. Bisognerebbe parlare della scuola come del luogo in cui si diffonde il patto sociale, il fondamento di una società. La crisi della scuola non è la crisi di un’istituzione, ma una crisi di civiltà: una civiltà che ha prodotto due guerre mondiali e ormai ne ha prodotta una terza, prima strisciante, oggi sempre più manifesta. La nostra è una società malata, che produce guerra e morte. E se una società è malata, la scuola lo è ancora di più: l’unica cosa che può trasmettere è la capacità di districarsi dentro questa montagna di macerie e di sopravvivere mentre è in atto la distruzione di ogni punto di riferimento. La differenza tra la scuola di ieri e quella di oggi è che la scuola oggi si trova a lavorare in un contesto molto più sfavorevole, mentre la sua missione è molto più importante di un tempo. La differenza tra la scuola di ieri e quella di oggi è che la scuola oggi si trova a lavorare in un contesto molto più sfavorevole, mentre la sua missione è molto più importante di un tempo

Come racconta, lei, il contesto in cui ha fatto e fa il maestro di strada?

È un posto dove c’è un’emarginazione sociale, fisica, urbanistica. Ma c’è una cosa fondamentale: la madre di tutte le emarginazioni è l’emarginazione primaria, dell’animo. Il Covid ci ha fatto capire che questo vuoto esistenziale attraversa tutte le classi sociali. Certo, a Ponticelli è più diffuso che a Brera (quartiere benestante di Milano, ndr), ma l’emarginazione dell’animo è dappertutto. Noi di periferia abbiamo qualche risorsa in più, perché abbiamo sperimentato cosa significhi districarsi nell’esclusione sociale. Chi incontra l’esclusione spirituale spesso ha più difficoltà, perché non ne ha fatto esperienza, essendo stato al centro di un narcisismo familiare sproporzionato, e chi cresce i figli così non si rende conto del disastro a cui li espone: quando entrano in società non è che la gente li veneri, sono trattati come tutti gli altri. Se sei presuntuoso, sei trattato anche peggio; se vai in crisi, nessuno ha pietà di te, perché tu non l’hai avuta per loro. Per questo abbiamo il ritiro sociale. Questo è il contesto in cui lavoro: deprivato, ma ricco di potenzialità. Chi lavora in contesti apparentemente floridi spesso non ha le risorse per combattere l’emarginazione interiore. Sono dieci anni che dico e scrivo queste cose: allora mi seguivano in pochi, adesso lo capiscono tutti, perché il problema ha toccato tutti. Sarebbe ora di parlare dell’educazione come problema di civiltà, non come problema sindacale, di organici, di stanziamenti. Se raddoppiassimo il bilancio della pubblica istruzione, i professori disorientati, stanchi, demotivati diventerebbero improvvisamente intelligenti e motivati? No, il mondo non funziona così: se prendi un insegnante demotivato e lo riempi di soldi, resta demotivato. Eppure c’è una cultura che continua a ripetere queste sciocchezze, come se raddoppiare lo stipendio potesse migliorare la società da un giorno all’altro. Dobbiamo tornare a occuparci della scuola come ci si occupa della vita: non come istituzione specializzata, ma come compito primario di una civiltà. L’educazione è troppo importante per lasciarla ai soli insegnanti. Il problema è che la nostra civiltà fa l’opposto: non vuole occuparsi dei giovani e crea un corpo specializzato che se ne occupi, fino a un certo punto

E quindi qual è una soluzione?

Tornare a occuparci della scuola come ci si occupa della vita: non come istituzione specializzata, ma come compito primario di una civiltà. L’educazione è troppo importante per lasciarla ai soli insegnanti. Il problema è che la nostra civiltà fa l’opposto: non vuole occuparsi dei giovani, e crea un corpo specializzato che se ne occupi, fino a un certo punto. Ciò che poteva funzionare un tempo oggi non funziona più, perché ciò che accade fuori dalla scuola vi si riversa dentro: il contesto oggi divora la scuola. Abbiamo una scuola schiava di tutte le mode del momento, incapace di porsi al centro della produzione culturale, che dovrebbe essere il suo ruolo, non la semplice trasmissione della cultura esistente. E oggi non è così.

Che cos’è l’educazione metropolitana, termine che lei ha coniato?

L’educazione metropolitana è il fatto che l’educazione non è più misurabile sulla piccola scala della scuola di paese, con il bravo insegnante, il modello ereditato dall’Ottocento e dal Novecento. È un’educazione che si confronta con la complessità stratificata della città ipermoderna: complessa, perché le interazioni sono molteplici; stratificata, perché avviene a diversi livelli di profondità che interagiscono tra loro, una specie, per usare un’immagine della teoria degli insiemi, di infinito di cardinalità multipla. Muoversi in un simile contesto è difficile. Ciò che dovrebbero fare gli adulti, e la scuola, è aiutare i ragazzi ad attraversare questa realtà caotica creando una propria linea, non cercandone una già stabilita da altri, perché è proprio trovando la propria linea che si può trarre alimento anche da un contesto poco ospitale. Siamo in una periferia densa di criminalità, eppure cerchiamo di crescere, e per certi versi cresciamo meglio che in un contesto di sole “brave persone”. Questa è l’educazione metropolitana.

Quando nasce l’associazione Maestri di Strada?

Si è costituita nel 2003 all’interno del progetto “Chance”, un progetto istituzionale, non come quello di oggi che lavora con soldi privati, fondazioni e bandi. Il ministero della Pubblica Istruzione, d’intesa con il ministero degli Affari Sociali e il Tribunale per i Minorenni, lo aveva creato per recuperare i ragazzi completamente persi. Era pensato come punto di partenza per una sperimentazione più ampia e per un cambiamento istituzionale della scuola. Invece, dopo undici anni di esistenza gloriosa, senza alcuna spiegazione, il progetto fu chiuso. Anzi, nemmeno fu chiuso, semplicemente venne abbandonato. Aspettavamo le nomine per iniziare l’attività e non arrivarono mai: non ci fu nemmeno un comunicato. Anche questo è un indizio di quale considerazione avessimo, non eravamo nemmeno degni di essere “mandati a quel paese” ufficialmente. Cominciammo quell’attività perché il Presidente della Repubblica dell’epoca, Carlo Azeglio Ciampi, aveva capito che quel progetto era strategicamente importante, come lo aveva capito il ministro Tullio De Mauro. Riuscimmo a dimostrare che era possibile recuperare anche ragazzi di 14 o 15 anni usciti dal sistema scolastico, “brutti, sporchi e cattivi”: imbruttiti da una vita dura, sporchi perché poco attenti a sé, volgari e aggressivi. Ragazzi considerati “persi” potevano essere recuperati, non con un miracolo ma con gradualità. Lo abbiamo dimostrato con undici anni di attività e i decisori politici hanno pensato bene di chiudere il progetto senza lasciarne nemmeno un’eredità scritta. Lo Stato italiano non ha conservato traccia di quell’esperienza: dovrebbe vergognarsene. Fondammo quindi Maestri di Strada come organizzazione parallela al progetto Chance, perché c’erano cose che con quel progetto non potevamo fare: aiutare ragazzi nascosti perché i camorristi li cercavano per vendetta trasversale; dare una borsa di studio a un ragazzo che a malapena raggiungeva la sufficienza, quando le borse sono riservate ai “capaci e meritevoli”; soccorrere una famiglia indigente prima che fossero esaurite tutte le procedure previste. Con i 50 milioni di lire donati dal Presidente della Repubblica, oggi circa 25mila euro, aiutammo ragazzi che non potevamo aiutare con i mezzi del progetto Chance. Quando Chance fu chiuso, alcuni amici mi chiesero cosa sarebbe successo di tutti gli insegnanti coinvolti e del sapere accumulato. Risposi: niente, senza risorse non potevamo fare nulla. Allora una fondazione mi offrì 100mila euro e con quella cifra ripresi le attività. Oggi siamo arrivati a un milione di euro di budget e continuiamo a fare le stesse cose del progetto Chance, ma migliorandole enormemente. Invece di aspettare che i ragazzi “marciscano” fuori dalla scuola, li individuiamo insieme agli insegnanti già dentro la scuola. Metodologicamente facciamo le stesse cose, ma in pratica c’è un abisso: allora seguivamo 15 ragazzi nuovi all’anno, oggi ce ne occupiamo di 200 0 300. Inoltre, essendo oggi un’organizzazione del privato sociale, abbiamo un rapporto con tutte le scuole del territorio, cosa che allora era impossibile, anzi vietata, perché eravamo considerati “speciali”, oggetto di invidia e competizione: “i cocchi di mamma”. Con progetto Chance per 11 anni riuscimmo a dimostrare che era possibile recuperare anche ragazzi di 14 o 15 anni usciti dal sistema scolastico, “brutti, sporchi e cattivi”. Lo Stato italiano non ha conservato traccia dell’esperienza: dovrebbe vergognarsene. Fondammo quindi Maestri di Strada per non disperdere quell’esperienza

Qual è la cosa più difficile che hai fatto dal punto di vista lavorativo? Qual è la più importante? E su cosa sta lavorando, cosa vuoi ancora realizzare?

La cosa più difficile è “durare”: arrivano continuamente tentativi, anche interiori, di dirti “hai fatto la tua parte, ora basta, puoi ritirarti”. Per sei mesi ho fatto lo scout, nella squadriglia “I Castori”: il nostro motto, a 13 anni, era “Castori sempre controcorrente”. È stata la mia condanna, andare controcorrente è una delle cose peggiori che ci siano, perché resti nel dubbio permanente: “ma perché tocca proprio a me?”. Di recente ho messo in scena, con alcuni ragazzi, un Amleto a metà tra quello danese e uno napoletano. Uno dei lamenti dell’Amleto, antico e moderno, è: “il tempo è uscito dai cardini, ma perché tocca proprio a me rimetterlo a posto?”. Ecco, questa è la cosa più difficile, ma anche la più bella: continuare a incontrare ogni giorno giovani che, pur delusi dal mondo adulto e da un futuro che appare nero, hanno una forza vitale che li porta comunque a impegnarsi. Ho notato che, forse più che in passato, i giovani hanno un forte desiderio di capire, di incontrare persone anziane come me che sono ancora in movimento: mi chiedono “ma come hai fatto?”. Non ho fatto niente di speciale: semplicemente non mi sono arreso, perché arrendersi non era nelle mie corde. Cosa voglio fare per il futuro? Speravo che, in occasione del mio 80esimo compleanno, avrei potuto dare le dimissioni da presidente. Invece non lo farò, perché non ci sono ancora le condizioni e non so se ci saranno. Non so se me ne andrò dicendo “è stato bello finché è durato”, o se riuscirò a dare continuità a tre o quattro cose che vale la pena portare avanti. Se ci riesco, ci risentiamo tra 12-18 mesi. Mi do questo tempo, perché di più non ce la faccio. Non sono decrepito, sto ancora in piedi, ma la stanchezza comincia a farsi sentire, come quello che attraversava a piedi gli Stati Uniti e, dopo la quarta traversata, si fermò e disse “sono un po’ stanchino”, e smise. Non ho fatto niente di speciale: semplicemente non mi sono arreso, perché arrendersi non era nelle mie corde. Tutte le mie energie continuano ad andare nella promozione dell’educazione, e non è nemmeno così male, perché è un’arte difficile. L’ho imparata strada facendo. Altre cose, come la pazienza, non le ho imparate: ma ormai è troppo tardi

A parte insegnare, cosa le piace fare?

Questo è un vero cruccio. Mi sarebbe piaciuto danzare, dico spesso che se sapessi danzare manderei a quel paese tutti i maestri di strada messi insieme. Mi piace moltissimo la danza, ma ne sono del tutto incapace. Poi la musica: sono un ascoltatore, ma non capace di farla. Sono un promotore dell’arte, del suo ruolo nella vita delle persone, ma sempre nella vita altrui, non nella mia. Al massimo riesco a fruirne, non a crearla. Tutte le mie energie continuano ad andare nella promozione dell’educazione, e non è nemmeno così male, perché anche quella è un’arte difficile. L’ho imparata strada facendo. Altre cose, come la pazienza, non le ho imparate: ma ormai è troppo tardi.

Sorride, ndr.

 

https://www.vita.it/storie-e-persone/ero-lultimo-dei-promossi-la-mia-rivoluzione-e-diventata-leducazione/

 

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