L’ultima occasione, di Goffredo Buccini

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, Edward Banfield pubblicò per il Mulino un saggio certo urticante e tuttavia incisivo sull’idea che, come italiani, abbiamo a lungo nutrito di noi stessi: «Basi morali di una società arretrata». Studiando sul campo per nove mesi un paesino della Basilicata, il sociologo americano sviluppò la teoria del familismo amorale, una perniciosa attitudine che fa privilegiare l’interesse del proprio nucleo (familiare, nell’enunciazione originaria) a danno dell’interesse comune.
Banfield proiettava dal suo assunto conseguenze gravi sulla vita politica e istituzionale di una comunità affetta da familismo amorale: scarsa qualità e ancor minore credibilità dei pubblici ufficiali, propensione alla corruzione, tentazioni autoritarie, voto di scambio e trasformismo, pesante pregiudizio su un’economia priva di una sana dimensione associativa. Venne accusato di eccessi di conservatorismo da chi vedeva l’arretratezza quale causa e non effetto del familismo.

È però difficile negare che questa specie di variante popolana del particulare guicciardiniano abbia anticipato con preveggenza la crisi italiana tuttora in corso (quando il saggio uscì la nostra politica era ancora impregnata delle virtù repubblicane originate dalla ritrovata libertà e prescritte dalla poco più che neonata Costituzione). Ed è arduo ignorare che la malattia diagnosticata allora sia risalita dal nostro Meridione (primo oggetto di osservazione della ricerca) lungo la spina dorsale del Paese come la linea della palma, informando l’intera collettività nazionale di una sorta di filosofia del «noialtri» contro uno Stato sempre nemico: una specie di tribalismo predatorio che, contagiando via via gruppi, partiti, associazioni, individui in una caduta collettiva del senso di responsabilità, ha trovato nella crisi di Mani pulite, all’inizio degli anni Novanta, il suo pieno disvelamento e il suo momento di rottura.

La contrapposizione ultratrentennale fra politica e magistratura seguita a quella crisi è tutta figlia di una logica che ha trasposto la primigenia idea di famiglia nucleare dentro una dimensione di clan o di consorteria, certo allargata ma sempre tesa a contrastare la cosa pubblica come fosse estensione del Leviatano e non costruzione quotidiana di tutti e di ciascuno. Le due giornate del referendum appena trascorse devono e possono essere una pagina girata nella nostra storia complicata.

Tutto si tiene. L’umiliante ritirata dei partiti tradizionali, in rotta davanti alla rabbia popolare del 1992-93; la conseguente esondazione della magistratura in spazi a lei non dovuti; l’erosione della dignità degli indagati con la complicità di media spesso appiattiti sui pubblici ministeri; ma anche la persistente confusione tra interessi privati e pubblici dentro un ceto politico che tuttora pare ignorare l’articolo 54 della Costituzione (nel quale si prescrivono disciplina e onore per chi esercita pubbliche funzioni); una propensione al malaffare diffusa in molti gangli della società; una progressiva scomparsa del senso di opportunità quale limite all’azione di chi sia investito di un mandato rappresentativo: con questo e molto altro gravame la dolorosa litania degli ultimi tre decenni è venuta al pettine il 22 e 23 marzo. Il giudizio degli italiani su un quesito difficile per i più (cos’è un Csm? Cosa differenzia un pm da un gip?) testimonia, con una vasta e inattesa affluenza, e nonostante i toni talvolta riprovevoli delle due campagne referendarie, il bisogno collettivo di partecipare avvertito soprattutto tra i più giovani. Il voto, si dirà, è stato molto «politicizzato», proprio per l’impossibilità dei più di dare un giudizio tecnico sulla riforma costituzionale. Ma questa politicizzazione non è affatto un dato negativo se partiti e coalizioni saranno all’altezza di un compito non facile: ricucire e ripartire.
Non è semplice, certo. Le tensioni del giorno dopo, con la netta vittoria del No, si stanno scaricando sul ministero della Giustizia: le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi sono una prima scossa di terremoto. Fuori da via Arenula, è saltata la plurindagata ministra del Turismo, Daniela Santanchè. Eppure, sfide assai impegnative nel prossimo futuro richiederanno una composizione delle fratture tra maggioranza e opposizione e tra politici e toghe: l’apertura del viceministro Francesco Paolo Sisto all’Anm è un segnale incoraggiante.

Lunedì il New York Times metteva in guardia sugli effetti perniciosi del conflitto in Iran per tutte le economie mondiali: «Per i governi del mondo intero, la prospettiva di una guerra prolungata in Medio Oriente sta innalzando il pericolo di tensioni fiscali su bilanci pubblici già sotto stress». La nostra economia è, per ragioni storiche, tra le più esposte per dipendenza energetica e stagnazione delle dinamiche retributive, elevato debito pubblico e debolezza produttiva. I crolli in Borsa, la crescita dello spread e l’impennata del petrolio verso i suoi massimi possono rivelarsi fattori di tensione per noi più che per altri in Europa. Non è tempo, dunque, di guerre di religione nel percorso che ci condurrà alle elezioni legislative.

«Per trovare la giustizia», scriveva Piero Calamandrei nel suo splendido Elogio dei giudici scritto da un avvocato, «bisogna esserle fedeli: essa, come tutte le divinità, si manifesta soltanto a chi ci crede». Questa fede, da domani, deve diventare una fede nello Stato che le forze politiche, tutte, devono saper comunicare ai cittadini: non è un pio desiderio, è l’unica via per salvarsi insieme, forse l’ultima occasione. A prescindere dal risultato, gli italiani hanno scritto, con l’affluenza alle urne, l’incipit d’un potente messaggio di fiducia nella nostra democrazia al quale quasi nessuno credeva: un voto pulito e partecipato, prima medicina contro la malattia che Banfield studiò tanti anni fa.

corriere.it/opinioni/26_marzo_25/l-ultima-occasione-83ccd8b2-e40a-4564-9161-59d6b77d1xlk.shtml

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