L’ordine che non c’era, di Alessandro Magnoli Bocchi

L’odierna turbolenza geopolitica ha radici precise.

L’ordine internazionale — democrazia liberale, multilateralismo, capitalismo — presentato per decenni come universale, non era neutrale: era un equilibrio storico specifico, funzionale a un impero.

Si reggeva su una narrazione morale — “regole uguali per tutti” — vera solo in parte: le regole esistevano, ma valevano in funzione dei rapporti di forza. L’architettura era gerarchica: il centro traeva benefici, la periferia otteneva concessioni intermittenti. Non un’eccezione, ma una configurazione ricorrente nella storia, simile all’Impero Romano: potere concentrato, alleanze asimmetriche, diritti differenziati.

L’ascesa delle potenze emergenti ha reso evidente che quell’assetto era il prodotto di equilibri contingenti, non di una convergenza universale. Non è crollato l’ordine: è crollata la narrazione che lo presentava come tale. L’idea della “fine della storia” non regge più. Trump ne ha accelerato la dissoluzione, rendendo esplicita la finzione.

Il comportamento della potenza egemone non è cambiato; è cambiata la narrazione. Dove prima c’erano pretese di universalità delle regole e cerimoniali da osservare — emblematico George W. Bush che manda Colin Powell all’ONU a giustificare la guerra in Iraq — oggi il potere viene esercitato senza mediazioni simboliche. La legittimazione non è più necessaria: basta l’esercizio diretto della forza. L’impero non ha problemi ad apparire nudo.

La metafora delle Indie Occidentali segnala un rischio: conservare mappe concettuali superate per evitare di riconoscere che il mondo è cambiato. Gli europei erano convinti di essere arrivati in India; quando le evidenze li smentirono, rinominarono l’errore invece di correggere la mappa — un equivoco che sopravvive, in inglese, come “West Indies”. Oggi il rischio è identico: perseverare in concetti esausti — ordine liberale, globalizzazione, regole condivise — anche quando i fatti li hanno già svuotati di contenuto.

Il compito che ci attende è la lucidità. Nostalgia e indignazione morale non aiutano a capire, né a decidere. Il mondo sta cambiando rapidamente: la competizione per il controllo delle risorse si intensifica, il potere diventa più esplicito, le istituzioni più fragili, le regole più frammentate. Dopo ogni shock le alleanze si rinegoziano, l’informazione diventa arma. L’incertezza non è un effetto collaterale della libertà, ma una variabile strutturale prodotta e gestita dai centri di potere. La sfida è riconoscere il cambiamento e progettare forme di convivenza compatibili con il conflitto. Evitare altre Indie Occidentali è una necessità strategica.

La brutalità semplificatrice associata a Trump è il prodotto di una crisi che matura da tempo. Negli ultimi decenni, la politica ha rinunciato al suo ruolo propositivo. In questo vuoto decisionale, i mercati sono stati liberalizzati più rapidamente di quanto i contratti sociali potessero adattarsi, le disuguaglianze sono cresciute e la fiducia nelle istituzioni si è erosa. Privata di sostanza, la politica è regredita a identità e appartenenze: la polarizzazione diventa risorsa, il populismo strumento di mobilitazione. Emerge in forma grezza ciò che prima era contenuto da procedure e rituali: la divisione produce consenso, la distruzione attiva lealtà.

La conseguenza non è solo lessicale. Prima cambia il vocabolario — spariscono eufemismi e decoro — poi cambia il perimetro dell’azione. Venuta meno la necessità di giustificare le decisioni entro un quadro morale condiviso, diventano praticabili scelte che erano già possibili sul piano operativo, ma restavano politicamente indifendibili. L’ipocrisia non era soltanto una maschera: era un vincolo. La sua dissoluzione amplia lo spazio del consentito, aumentando il rischio sistemico.

A questo punto la domanda è come reagire. La risposta non può essere ideologica: richiede un equilibrio instabile. Da un lato, rafforzare la capacità di difesa, anche militare: senza forza non esiste autonomia. Dall’altro, ricostruire un assetto internazionale capace di reggere conflitti tra fini incompatibili senza dissolversi — fondato su interessi riconosciuti, non su finzioni morali. Senza difesa si subisce, senza regole condivise, il conflitto deraglia in caos.

Si è chiusa la fase in cui il potere poteva fingere di essere regola e l’egemonia presentarsi come neutralità. Le potenze emergenti non sono una deviazione dall’ordine, ma la prova che quell’ordine era egemonico; lo rivelano nei fatti, certificando un mondo plurale.

Che l’ordine liberale fosse in parte una finzione non invalida i valori cui si richiamava. Indica che non erano universalmente negoziati, ma subordinati a logiche di potere, come spesso accade nella storia. Ambirvi non era un errore; lo è stato confonderli con l’ordine stesso e delegarne la tutela a un egemone. Il potere non custodisce valori: li usa finché funzionano.

In un mondo plurale, l’ordine non si eredita: si negozia. Il problema non è la fine di un ordine imperfetto, ma l’abdicazione al progetto.

 

econopoly.ilsole24ore.com/2026/02/25/lordine-che-non-cera/

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 – Un video di Alessandro Barbero in BARBERO SPIEGA LE RAGIONI DEL NO

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