L’omicidio Kirk e la violenza politica nell’America di Trump, di Mario Del Pero

Questa calda estate della politica statunitense si è aperta con l’omicidio della deputata statale democratica del Minnesota, Melissa Hartman, e del marito e si è chiusa con quello di una delle figure pubbliche più influenti del movimento MAGA, Charlie Kirk. Ultimi tragici episodi, questi, di un’escalation della violenza politica in corso ormai da anni. Come rivelano tanti dati, per quanto parziali e incompleti, di cui disponiamo. Si tratta di cifre da prendere con mille cautele, vuoi per la definizione spesso imprecisa e vaga con cui si etichettano gli atti di violenza politica o di “terrorismo interno”, come sono talora chiamati, vuoi per l’oggettiva difficoltà di censirli, registrarli e archiviarli. Al netto di queste cautele, tutti gli indicatori di cui disponiamo sembrano mostrare in modo inequivocabile che – come ha scritto Robert Pape dell’università di Chicago, uno dei principali studiosi del fenomeno – il “sostegno alla violenza politica è ormai mainstream,” e “la violenza è diventata una caratteristica sorprendentemente ricorrente della vita politica americana”.

Come lo spieghiamo? E quali sono le cause di questa escalation?
La storia degli Stati Uniti e della loro democrazia è intimamente legata alla violenza come mezzo di lotta politica e strumento dispiegato dal potere o contro di esso. Con 4 presidenti su 47 assassinati, il lavoro di Presidente degli Usa è, statisticamente, una delle professioni più pericolose che possano esistere. Nel ventesimo secolo almeno un terzo dei presidenti è stato vittima di attentati politici e due di essi – McKinley (nel 1901) e John Kennedy (nel 1963)sono rimasti uccisi. Con fiammate intense, e rapide ritirate, questa violenza si è accesa e spenta frequentemente, anche in tempi relativamente recenti, si pensi solo alla fine degli anni Sessanta/inizio anni Sessanta o agli anni Novanta, quando a Oklahoma City si verificò nel 1995 il più drammatico atto di terrorismo politico interno nella storia del paese (nell’esplosione di un edificio federale per mano di militanti antigovernativi morirono 168 persone e altre 700 rimasero ferite).
Storicizzare, e in parte relativizzare, impone anche di contestualizzare. E se l’attuale escalation della violenza politica ha molti antecedenti e analogie, vi sono delle ovvie specificità che da un lato la spiegano e dall’altro la distinguono. Tre aspetti in particolare meritano di essere evidenziati: la polarizzazione politica; i nuovi strumenti di comunicazione; e il ruolo di Donald Trump. Tutti e tre costituiscono causa ed effetti di questa crescita della violenza: prodotti e agenti, in una spirale che rende talora difficile distinguerne le matrici dalle conseguenze.
La polarizzazione, innanzitutto. Che è il tratto distintivo più importante della politica statunitense oggi. Le cui cause sono plurime e rimandano a un sistema bipartitico sempre più articolato attorno a poli identitari, con una crescente omogeneità ideologica delle due parti e la conseguente difficoltà a promuovere quel dialogo bipartisan e quei compromessi indispensabili al corretto funzionamento del processo democratico. La polarizzazione riflette un contesto in cui le due parti cessano di riconoscersi come interlocutori legittimi ancorché antagonistici e si rappresentano reciprocamente come nemici assoluti ed esistenziali: pericoli per quel che si ritiene che gli Usa e la loro democrazia debbano essere. Secondo le rilevazioni del Pew Research Center, tra gli anni Novanta del XX secolo e gli anni Venti del XXI, la percentuale di repubblicani che ha un’opinione “molto negativa” del partito democratico sarebbe aumentata di tre volte, dal 21 al 62%, e una tendenza simmetrica la si ritroverebbe tra i democratici, con una crescita di una visione “molto negativa” del partito avversario passata nello stesso periodo dal 17 al 54%. La polarizzazione si manifesta nella crescente propensione degli elettori a votare straight-ticket, sempre candidati dello stesso partito a tutte le diverse cariche; nel crescente ricorso all’ostruzionismo, il filibustering, da parte del partito in minoranza al Senato; o in indicatori più aneddotici, e nondimeno illustrativi, come il crollo dei matrimoni tra persone che non votano per la stessa parte.
La correlazione tra polarizzazione, delegittimazione (e demonizzazione) dell’avversario e violenza è molto stretta. Se l’avversario è un nemicoesistenziale e quindi illegittimo – tutti gli strumenti sono leciti per ostacolarlo e bloccarne l’accesso al potere. Ricorrere alla violenza diventa uno strumento necessario e, pensiamo solo alla retorica dispiegata da chi assaltò il Congresso il 6 gennaio 2021, addirittura un dovere patriottico. Di nuovo, numerosi studi e sondaggi evidenziano questa crescente accettabilità politica della violenza, in particolare da parte di chi si trova all’opposizione. Secondo recenti rilevazioni, una percentuale assai alta di elettori democratici (che Pape colloca addirittura al 40%) riterrebbe oggi ammissibile l’uso della violenza politica contro l’avversario; una percentuale non dissimile di repubblicani – che cresceva tra i militanti MAGA – la ritroviamo negli anni di Presidenza Biden. In entrambi i casi, la dimensione partitica si intreccia con quella, storica, antigovernativa e anti-istituzioni, venendone rafforzata.
È una polarizzazione, questa, alimentata e acuita da forme di comunicazione politica non mediata, che spesso fomentano deliberatamente lo scontro e la contrapposizione, esacerbando il conflitto e radicalizzando le posizioni. Anche in questo caso, risulta particolarmente complesso e forse impossibile distinguere la causa dall’effetto. Certo è che i social, la comunicazione online, la crisi e perdita di legittimità dei media tradizionali hanno contribuito a iniettare ulteriore tossicità in un dibattito politico di suo già avvelenato. Sono stati, e continuano a essere, vettori di deumanizzazione dell’avversario e di rafforzamento della coesione di gruppi sempre più isolati in bolle impermeabili e autoreferenziali. Concorrendo, così, a rafforzare forme di polarizzazione politica nelle quali la matrice morale ed emotiva è fortissima.
Le comunità online isolano e radicalizzano, come sembra emergere anche dai dettagli sul profilo dell’assassino di Kirk. E sono veicoli di diffusione di teorie cospirative e falsità, come la “grande bugia” della vittoria rubata a Trump nel 2020, che erodono la fiducia nelle istituzioni e nella stessa democrazia, legittimando così il suo indebolimento e l’azione violenta con cui esso viene promosso. Ancor oggi, a dispetto di mille riconteggi e conferme, una maggioranza di elettori trumpiani continua a credere alla “grande bugia” e l’attuale amministrazione ha lanciato una vera e propria campagna contro persone che cinque anni fa confermarono la validità di quelle elezioni (un ordine esecutivo ad personam è stato promulgato da Trump contro Chris Krebs, il responsabile della cybersecurity del Dipartimento della Homeland Security, che nelle settimane successive alla vittoria di Biden nel 2020 aveva reiteratamente dimostrato, con dati ed esempi precisi, la regolarità delle operazioni di voto).
E questo ci porta all’ultimo aspetto, forse il più importante e problematico: la presenza alla Casa Bianca di Donald Trump. Di un Presidente, cioè, che nemmeno prova ad offrire quel messaggio inclusivo, pacificatore e unitario necessario in tempi di polarizzazione e violenza come quelli attuale. Di questa polarizzazione, della radicalizzazione della contrapposizione politica e dell’imbarbarimento del discorso pubblico Trump è stato il prodotto più che la causa, l’effetto più che la ragione. Da Presidente però si è trasformato nel loro agente primario. Con il suo linguaggio violento e deliberatamente divisivo; con la sua deumanizzazione degli avversari; con modalità di governo fattesi, in questi primi mesi di seconda presidenza, vieppiù autoritarie. Ed è questo forse l’elemento di maggiore novità rispetto alle numerose stagioni di violenza politica che hanno segnato la storia della democrazia americana.

ispionline.it/it/pubblicazione/lomicidio-kirk-e-la-violenza-politica-nellamerica-di-trump-217766

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