La «vittoria di Pirro» è un famoso detto per descrivere un successo in battaglia ottenuto a un prezzo talmente alto da tramutarsi in breve tempo in una sconfitta. La Storia è piena di esempi di guerre cominciate con battaglie vittoriose, ma finite malissimo e di conflitti vittoriosi il cui costo economico e umano è stato tuttavia pagato da generazioni. A scuola, si studiano le guerre napoleoniche e la disastrosa campagna di Russia, la resistenza interminabile e imprevista di Troia, le guerre di conquista di Alessandro Magno, concluse malamente per la morte improvvisa dell’eroe. In tempi più recenti, possiamo ricordare le fallimentari operazioni belliche degli Stati Uniti in Vietnam, Afghanistan, Iraq, cui dovremo aggiungere molto probabilmente l’Iran. Considerazioni analoghe valgono per l’invasione russa dell’Ucraina, concepita quattro anni fa come una baldanzosa passeggiata finalizzata al cambio di regime a Kiev e diventata una guerra di posizione infinita e costata centinaia di migliaia di caduti.
La morale è abbastanza semplice e stupisce che politici e strateghi militari continuino a tenerne scarsamente conto. Come se la certezza della propria superiorità bellica e la «nobiltà» politica e ideologica delle motivazioni offrissero automaticamente le chiavi di un successo, possibilmente rapido. In realtà, nessuna guerra prosegue e si conclude nello scenario in cui era stata concepita e iniziata. Le variabili — mezzi e modalità di resistenza del nemico, capacità di adattamento della popolazione aggredita, condizioni meteorologiche, reazioni dell’opinione pubblica interna, sottovalutazione dell’arsenale avversario — sono e possono essere infinite, sconvolgono le strategie, costringono a cambiamenti in corso d’opera che talvolta complicano ancora di più le cose.
In Iran, Washington e Tel Aviv pensano di combattere uno Stato, un’ esercito e un regime che hanno in qualche modo già decapitato. In realtà affrontano la più grande milizia parallela del mondo, addestrata da decenni di conflitti esterni e interni alla resistenza infinita. E anche questa volta a nulla serve la lezione della guerra dichiarata al terrorismo dopo l’11 settembre che si è tradotta nei disastri in Afghanistan e Iraq.
La coalizione guidata dagli americani nel 2003 ha rovesciato in poche settimane il regime di Saddam Hussein, ma si è poi invischiata nel pantano terroristico che ha sconvolto l’Iraq e si è esteso alla Siria. Il cambio di regime a Kabul si è risolto nel ritorno dei talebani e nella disastrosa ritirata delle forze americane ordinata dal presidente Joe Biden. Oggi in Iran, Donald Trump è stato trascinato in un fallimento strategico da Israele che persegue obbiettivi diversi e in contraddizione con Washington. I bombardamenti a tappeto e gli omicidi mirati di uomini del regime hanno sicuramente indebolito il Paese, ma resta velleitario parlare di resa. Questo perché è stato sottovalutato il peso della «milizia di Stato» i Pasdaran, militarmente più deboli, ma addestrati alla resistenza e capaci, come si è visto, di paralizzare il mercato mondiale dell’energia. Inoltre hanno le mani sul mercato energetico interno, apparati militari e traffici derivanti dalle sanzioni. Un’insurrezione interna forse è ancora possibile, ma di fronte alla rete dei Pasdaran i rischi di una catastrofica guerra civile sono enormi.
Sul fronte ucraino, la guerra è entrata nel suo quinto anno ed è ancora senza uno sbocco possibile. E anche qui vale la riflessione su quali fattori, al di là della forza militare, possano influenzare l’esito di una guerra.
In Ucraina, non solo il presidente russo Vladimir Putin, ma la stragrande maggioranza dei politici, degli analisti e dei commentatori ha sopravvalutato la potenza militare russa e sottovalutato quella dell’Ucraina. Dal calcolo dei rischi nell’intraprendere un conflitto sono spesso omessi fattori sociopolitici. Di conseguenza, la Russia, considerata grande potenza, avrebbe dovuto sconfiggere in breve tempo la piccola potenza ucraina. In realtà, si è visto che l’Ucraina, con il supporto di armamenti occidentali forse non previsto dal Cremlino, ha sviluppato grande capacità di resistenza e di sacrificio patriottico, mentre la superpotenza russa ha dovuto cambiare in corsa i piani di battaglia dopo avere constatato gravi inefficienze materiali e strategiche.
La Storia consegna un lungo elenco di fallimentari tentativi di cambio di regime e di esportazione della democrazia. C’è da chiedersi se i leader dispongano di informazioni complete e attendibili, se il circolo dei consiglieri risponda pienamente agli interessi della nazione, se l’Intelligence faccia sempre il proprio dovere o se, come talvolta è avvenuto, non venga esautorata per compiacere i capricci del capo.
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