L’IA si prende sempre più spazio. Arginiamola, di Paolo Pileri

Ci stiamo tuffando nell’Intelligenza Artificiale come le sule in mare. Ma le sule distinguono uno scoglio sommerso da un pesce, noi no. Sono passati un paio d’anni e già non possiamo farne a meno: risultati comodi, veloci e, illusione, precisi. 

Ma per che cosa usiamo questa super tecnologia a portata di mano? Pare per il significato di una parola, la capitale di un Paese o le istruzioni di un aggeggio tecnologico. Cose che potremmo scoprire da un vocabolario o da una “vecchia” ricerca online

La dipendenza dall’IA si è presa anche i più giovani. Preoccupante. Come pure allarmano gli impatti sul fronte ambientale e sull’uso del suolo. L’intelligenza artificiale infatti ha bisogno dei data center (Dc): i super capannoni “porta-server&dati”, per niente intelligenti e per niente sospesi per aria come nuvolette, consumano suolo come e più di tutti gli altri capannoni e molta (molta) più energia degli altri.

Energia che richiede enormi quantità di combustibili fossili o vaste superfici se prodotta con pannelli solari (Ftv). E poi i data center sono zeppi di terre rare: per cavarne una tonnellata si emettono 60mila metri cubi di gas climalteranti e si consumano 200 metri cubi di acqua. E così via. 

Fatti e numeri che non turbano i “subito-devoti” dell’IA, Dc, Ftv e sigle varie di questa contemporaneità, sostenitori del “non si può fare a meno di loro”; pronti a dirci che l’IA ci fa addirittura del bene: più attenti negli acquisti, migliori suggerimenti per i viaggi, risparmi in bolletta perché è lei a parlare alle caldaie e ai condizionatori. 

Secondo loro l’IA è quindi un toccasana per l’ambiente: farebbe risparmiare suolo, energia, acqua. A spiegarci che non è affatto così è un recente rapporto dell’Agenzia ambientale europea (Eea). Se da un lato l’IA sarà strategica per il futuro dall’altro si porta dietro un bel po’ di casini ambientali e sociali per arginare i quali sapete che cosa suggerisce l’Agenzia? Una tripla dose di politiche pubbliche rigorosissime. Eccoci al solito capolinea. 

La nuova frontiera delle politiche pubbliche (di cui la decisione urbanistica sull’uso del suolo fa parte) è qui: arginare lo spazio che la tecnologia ogni minuto astutamente si prende. Più questa si fa furba e abile a infilarsi nelle nostre quotidianità e più i decisori politici devono essere preparati a governarla. Non c’è tempo per le ingenuità.

I “subito-devoti” sappiano che l’IA non è immune neppure dal cosiddetto “effetto rimbalzo” che riduce i benefici attesi delle tecnologie. Spieghiamo. Se l’IA ci aiuta a scegliere un maglione, riesce abilmente anche a farcene comprare due: addio benefici ambientali. Già si dice che il 30-60% dei vantaggi attesi dall’IA scomparirà per l’aumento dei consumi indotti dalla stessa

Senza regolazione etica e pubblica questa ci inchioderà perché è spontaneamente caricata a molla per rafforzare modelli ad alta intensità di uso di risorse naturali, favorendo meccanismi di concentrazione del mercato con aumento delle disuguaglianze sociali. La situazione è già fuori controllo. 

Per dirne una: le previsioni fatte nel 2024 sui consumi d’acqua per raffreddamento nei data center sono aumentate di undici volte. E del suolo? I rischi potrebbero essere simili perché Dc e Ftv vogliono mangiarlo con una velocità mai vista prima d’ora in urbanistica. 

Al momento il report dell’Eea non può che far appello ai politici nell’usare il principio di precauzione. Nessuno sta dicendo di rinunciare all’IA ma di aprire gli occhi pianificando in modo rigoroso in nome dell’interesse pubblico e della natura. Chiaro?

*Paolo Pileri è ordinario di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano.

altreconomia.it/lai-si-prende-sempre-piu-spazio-arginiamola/

PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


Con il 5×1000 e il ricavato della vendita dei libri sosteniamo:

scuole di formazione sociale e politica, sito web e periodico di cultura e politica, insegnamento dell’italiano per cittadini stranieri gruppo I Care, la biblioteca “Bice Leddomade”, incontri, dibattiti… 

          basta la tua firma 

          e il numero dell’associazione 

         91085390721

         nel primo riquadro sul volontariato

 

Ultimi Articoli

SORRIDENDO