Sempre più complicata e pericolosa la crisi feroce che stiamo vivendo, senza intravedere una possibile soluzione, mentre entriamo nel quinto anno di conflitto. La guerra in Ucraina può essere considerata come la principale questione geopolitica del nostro
tempo, la sfida più grande in assenza di un equilibrio internazionale pacifico. Non è soltanto un conflitto regionale ma il punto di frattura attorno a cui si ridefiniscono rapporti di forza, alleanze, strategie economiche e militari a livello globale.
Ciò che colpisce non è solo la durata, ma l’assenza di una prospettiva di risoluzione. Il conflitto si prolunga in una condizione di stallo logorante, senza un negoziato credibile, senza una svolta militare decisiva e con il tragico dato dell’aumento giornaliero delle vittime.
Emblematico, in questo senso, è un elemento che assume quasi un valore simbolico: il presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin, non ha mai incontrato personalmente il presidente ucraino Volodymyr Zelensky dall’inizio dell’invasione su larga scala (febbraio 2022). I contatti sono avvenuti esclusivamente attraverso rappresentanti, mediatori, delegazioni. In una guerra che ridefinisce gli equilibri globali, l’assenza di un confronto diretto tra i due leader è un segnale che indica la distanza politica, ma anche la mancanza di una reale volontà e/o capacità di costruire un canale negoziale strutturato.
In questo scenario appare paradossale che molte speranze di soluzione vengano ciclicamente affidate al presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che si presenta come l’uomo capace di chiudere i conflitti attraverso la forza della propria leadership. Tuttavia, al di là dei proclami, sul dossier ucraino non si registrano avanzamenti concreti verso un processo negoziale stabile e credibile.
Parallelamente, le tensioni interne agli Stati Uniti complicano ulteriormente il quadro internazionale. Le recenti decisioni della Corte Suprema degli Stati Uniti in materia di politiche commerciali hanno aperto un fronte istituzionale delicato, mostrando come anche la potenza che
ambisce a guidare la soluzione dei conflitti globali sia attraversata da forti contraddizioni e resistenze interne.
Tutto questo non facilita un vero avvio di pace. La storia insegna che i conflitti prolungati, se non accompagnati da una volontà politica chiara e da un riconoscimento reciproco tra le parti, tendono a irrigidirsi. Già ai tempi della Magna Grecia le guerre tra polis si protraevano quando mancava un’autorità o una mediazione capace di imporre un equilibrio condiviso. Oggi, in un mondo infinitamente più complesso, le invocazioni alla pace assumono un valore insieme morale e politico. Durante il rito delle Ceneri, nel tempo della Quaresima, anche Papa Leone XIV ha implorato nuovamente la fine dei conflitti e un rinnovato impegno per la riconciliazione. Alle parole autorevoli di cessazione del conflitto, dovrebbero far seguito scelte concrete e un’assunzione di responsabilità da parte dei protagonisti e leader della scena internazionale. Senza dunque un salto di qualità nella leadership politica globale, senza un dialogo diretto tra le parti in conflitto e senza una strategia condivisa, la pace rischia di restare una chimera.
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