Lefebvriani, il nuovo scisma: oggi le nomine di quattro vescovi. La lettera di Papa Leone XIV: «Vi prego: tornate sui vostri passi!», di Gian Guido Vecchi

Scisma lefebvriano, atto secondo. Questa mattina, a Écône, il villaggio svizzero nel Canton Vallese nel quale il vescovo tradizionalista Marcel Lefebvre fondò nel 1970 la Fraternità San Pio X, i suoi seguaci consacreranno quattro nuovi vescovi contro la volontà del Papa: un gesto per il quale è prevista e inevitabile la scomunica «latae sententiae», ovvero automatica.
La decisione dei lefebvriani era annunciata da febbraio, intanto il nuovo «percorso di dialogo» offerto dalla Santa Sede è stato rimandato al mittente. 

Così ieri mattina Leone XIV ha inviato una lettera al superiore e i membri della Fraternità per esortarli in extremis a fermarsi: «Colmo di affetto cristiano, vi prego e vi chiedo con tutto il cuore: tornate sui vostri passi!». Il Papa avverte: «Vi esorto a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».

Il superiore lefebvriano, don Davide Pagliarani, ha risposto che la Fraternità vuole servire la Chiesa come si serve «una Madre in difficoltà che ha bisogno di un aiuto particolare», e ha chiesto al Papa un «gesto di comprensione» e «di prendere il tempo necessario: non è troppo tardi».

Il problema dei lefebvriani è annoso e sempre uguale: il rifiuto del Concilio Vaticano II e dei suoi documenti, a cominciare dalla dichiarazione «Nostra Aetate» che il 28 ottobre 1965 segnò la svolta della Chiesa nei confronti degli ebrei, non più considerati «deicidi». Lefebvre aveva guidato la resistenza al Concilio e fu scomunicato da Giovanni Paolo II nel 1988 dopo aver ordinato quattro vescovi, anch’essi scomunicati. Il problema di uno scisma è che la Chiesa riconosce la «successione apostolica»: i vescovi sono successori degli apostoli e ciascuno trasmette l’autorità a chi consacra; quindi, se un vescovo ne ordina un altro, ma lo fa senza la volontà del Papa, l’ordinazione è illegittima — solo il Papa può nominare i vescovi — ma valida.

Per tentare di comporre la frattura, all’inizio del 2009 Benedetto XVI aveva rimesso le scomuniche ai quattro vescovi lefebvriani, un «gesto di misericordia» per riportare i tradizionalisti dentro la Chiesa. L’iniziativa venne funestata da un incidente che provocò un caso internazionale: la commissione vaticana incaricata delle trattative non si era accorta che uno dei quattro vescovi, Richard Williamson, era un negazionista della Shoah: sosteneva sorridendo che le camere a gas nei campi di sterminio nazisti non sono mai esistite. Toccò a Benedetto XVI scrivere una lettera «ai vescovi di tutto il mondo» per spiegare quella «disavventura per me imprevedibile» e le ragioni della sua apertura.

La mano tesa di Ratzinger, tuttavia, si scontrò con il rifiuto della Fraternità di riconoscere il Concilio. Tre anni di trattative non portarono a nulla, i vescovi non più scomunicati sono rimasti sospesi a divinis — due nel frattempo sono morti — e la Fraternità non è mai rientrata in piena «comunione» con la Chiesa.

Più che un nuovo scisma, si tratta insomma della prosecuzione di quello mai rientrato. La discussione teologica finì quando l’allora superiore lefebvriano, Bernard Fellay, dichiarò che «i nemici della Chiesa» a loro ostili sono «gli ebrei, i massoni, i modernisti». Benedetto XVI, l’ultimo Papa a partecipare al Concilio, definiva gli ebrei «padri nella fede» e non avrebbe mai permesso ambiguità in proposito o in generale rispetto alle Assise. Lo stesso valeva per Francesco e vale per Leone XIV: quest’anno, Prevost ha dedicato le sue catechesi alla rilettura dei documenti conciliari.

Due anni fa, il nuovo superiore ha riaffermato la «battaglia dottrinale contro un nemico chiaramente identificato: la Riforma del Concilio, un insieme avvelenato concepito nell’errore che conduce all’errore». Nonostante tutto, ieri Leone XIV si è rivolto «con animo paterno» alla Fraternità. Ha spiegato che la Chiesa riconosce il loro «zelo apostolico» ed è «disponibile a un percorso di dialogo e intesa». Fino a concludere solenne: «Prego per voi, perché lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità. Il Signore illumini le vostre coscienze e risvegli i vostri cuori. Per l’autorità ricevuta da Cristo, con animo addolorato ma ancora pieno di speranza, sento il dovere di chiedervi di desistere dal vostro intento».

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