Le magagne che aleggiano sul governo cominciano a rimpicciolirsi. Ma il ridimensionamento purtroppo non nasce dal fatto che si stanno risolvendo. A oscurarli pericolosamente sono i dati economici che, complice la situazione internazionale, preparano mesi difficili. Le previsioni di Bankitalia parlano di crescita al ribasso e inflazione in ascesa per il 2026 e il 2027: soprattutto se la guerra di Usa e Israele contro l’Iran non finisce. Con un Sud, a sentire qualcuno, al limite della guerra civile.
Sia le parole dette venerdì in conferenza stampa a Palazzo Chigi dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, sia il viaggio lampo in Arabia Saudita, Qatar e negli Emirati Arabi Uniti della premier Giorgia Meloni confermano una preoccupazione profonda. Non è solo questione di risorse energetiche, nonostante lo strozzamento dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran attaccato dagli Usa sia un problema enorme. Si intravedono filiere di crisi che vanno da una crescita economica al ribasso, a un aumento ulteriore delle tasse, ai rischi di inflazione.
La tentazione di scaricare sulle regole europee l’incertezza sul futuro è forte e comprensibile. L’imputato numero uno torna a essere il Patto di Stabilità. E il prolungamento del taglio delle accise sui carburanti fino all’1 maggio dovrebbe servire a tamponare un nervosismo palpabile. Ma si chiede di più. Proprio Giorgetti, finora guardiano dei conti pubblici, venerdì ha avvertito che «la riflessione a livello europeo, se la situazione non cambia, sarà inevitabile. Ho espresso questa mia valutazione già all’inizio del conflitto, perché questa è la realtà». Nella Lega c’è chi usa il momento complicato per attaccare le istituzioni dell’Ue; e per promuovere una ripresa dell’acquisto del gas russo: prospettiva esclusa da tutti a causa dell’aggressione all’Ucraina.
Ma esiste un altra remora che frena la pressione del governo di Roma su Bruxelles. Si vuole evitare che un’iniziativa solitaria nel chiedere la violazione dei vincoli finanziari accentui un’immagine di debolezza del nostro Paese. È vero che la Francia ha già chiesto di rientrare solo nel 2029 nel limite del 3%. Il caso dell’Italia, però, è diverso. Agire da soli promette di incrinare l’immagine di stabilità e credibilità costruita faticosamente in questi anni: tanto più con le opposizioni che additano l’aumento delle tasse e il calo dei redditi, citando i dati dell’Istat. «Il problema è che non sia solo un caso speciale per l’Italia — conferma l’ex presidente della Commissione Ue, Romano Prodi —. Deve essere una revisione dei vincoli a livello europeo. Ho sempre detto che il Patto di Stabilità rigido è stupido». Tutti, a suo avviso, debbono ricalibrare i bilanci ma «l’Italia è più a rischio perché è già fuori dai parametri».
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