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Per sette settimane, le forze aeree statunitensi e israeliane hanno dominato i cieli iraniani. La sorveglianza ad alta quota, gli attacchi di precisione contro infrastrutture militari e palazzi residenziali a Teheran, e le rotte di volo pressoché indisturbate hanno caratterizzato la fase iniziale del conflitto. L’Iran ha parato i colpi e non ha risposto con le tattiche di guerriglia delle strade di Baghdad, ma con missili a lungo raggio, droni prodotti in serie e una posizione difensiva che ha tenuto duro.
Nei giorni immediatamente precedenti il cessate il fuoco, un F-15 e un A-10 Warthog sono stati abbattuti grazie a sistemi di tracciamento ottico. Resta da vedere se si è trattato di un successo tecnico replicabile o di una fortunata anomalia. Di sicuro, tuttavia, c’è il fatto che l’Iran sia riuscito a bloccare lo Stretto di Hormuz al traffico marittimo. I mercati energetici globali ne sono usciti sconvolti. La guerra è così diventata un evento di portata mondiale.
Anche la politica in Iran è cambiata. Solo pochi mesi fa, a gennaio, la questione principale era di natura economica: inflazione, alloggi, prezzo dei generi alimentari. Il pacchetto di austerità del governo di Masoud Pezeshkian aveva colpito i bilanci familiari e spinto decine di migliaia di persone in piazza. Oggi la questione è imperiale. La guerra non ha cancellato la sofferenza materiale, l’ha semplicemente ridefinita. La scelta che si presenta davanti a ogni iraniano non riguarda più la politica fiscale o la riforma dei sussidi, ma la sovranità contro l’assimilazione ad un ordine imperiale che già governa gran parte della regione.
La guerra sconsiderata di Donald Trump ha mostrato l’Iran come una formazione unica nella storia moderna: uno stato neoliberale antimperialista. Austerità in patria, resistenza all’estero. Sulla carta, una contraddizione, in pratica, la logica operativa dello stato. Ecco perché l’Iran oscilla tra proteste contro l’austerità e manifestazioni di solidarietà nazionale, a volte anche nell’arco dello stesso mese.
Il fattore economico
La guerra è iniziata nel marzo 2026. La narrazione della sua giustificazione, tuttavia, è stata elaborata mesi prima. Nel dicembre 2025, il governo Pezeshkian – solitamente restio a creare scalpore – ha attuato quattro decisioni finanziarie che, nel loro insieme, costituiscono un pacchetto di austerità duro e improvviso.
Innanzitutto, un adeguamento del prezzo del carburante. La benzina in Iran rimane fortemente sovvenzionata; l’aumento è stato marginale in termini assoluti. Ma la decisione è stata audace per gli standard di Teheran. L’ultimo aumento, sei anni prima sotto Hassan Rouhani – presidente dell’Iran tra il 2017 e il 2021 – aveva scatenato violente proteste. La mossa è stata vista come un segnale che lo Stato è disposto a toccare ciò che era considerato intoccabile.
In secondo luogo, è arrivata una proposta di bilancio che prevede un tetto massimo del 20% per gli aumenti salariali nel settore pubblico, ben al di sotto del tasso di inflazione vigente. Questo parametro disciplina anche i salari del settore privato, comprimendo il potere d’acquisto della classe media e lavoratrice con stipendio fisso in tutta l’economia.
In terzo luogo, un aumento dell’imposta sul valore aggiunto (Iva), un’imposta regressiva sui consumi, ha comportato che i poveri e la classe lavoratrice avrebbero pagato di più per i beni di prima necessità, mentre le consistenti esenzioni fiscali per le grandi aziende e le istituzioni religiose sono rimaste invariate.
In quarto luogo, aspetto di maggiore importanza, il governo ha innalzato e unificato il tasso di cambio. Il tasso ufficiale è balzato di quasi il 50%. Il potere d’acquisto degli iraniani è diminuito della stessa percentuale. Allo stesso tempo, il dollaro sovvenzionato per le importazioni di generi alimentari essenziali – da tempo considerato la promessa fondamentale dello Stato di garantire il sostentamento della popolazione – è stato eliminato. Pane, olio da cucina e medicinali sono stati improvvisamente prezzati come se le famiglie iraniane guadagnassero in dollari. Lo shock è stato immediato e devastante.
Queste politiche non sono casuali, né sono specifiche della presidenza Pezeshkian. Sono l’espressione locale di una dottrina che ha plasmato la politica economica iraniana per tre decenni. La rivoluzione del 1979 fu un progetto popolare che aveva al centro la redistribuzione. Ma dalla presidenza di Akbar Hashemi Rafsanjani (1989-1997), lo Stato è scivolato costantemente verso un regime di austerità e redistribuzione verso l’alto.
Il declino del tenore di vita ha subito un’accelerazione vertiginosa sotto la presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, che ha supervisionato la privatizzazione su larga scala di giacimenti petroliferi, siderurgici e petrolchimici. Questi non sono stati venduti a un libero mercato competitivo, bensì trasferiti a una costellazione di entità «private» legate al governo: fondi pensione, conglomerati opachi e istituzioni i cui bilanci confondono il confine tra ricchezza pubblica e accumulazione privata.
È qui che la storia dell’austerità iraniana si discosta dalla sua controparte neoliberista in Occidente. Negli Stati uniti o in Gran Bretagna, il neoliberismo significava deregulation e libero scambio. In Iran, significava qualcos’altro: il silenzioso smantellamento della promessa fondante della rivoluzione. Il colpo di stato del 1953, la rivoluzione del 1979 e i decenni successivi ruotano tutti attorno a un’unica domanda: a chi appartengono le risorse nazionali e chi ne trae beneficio?
Mohammad Mosaddegh rispose: il popolo. La rivoluzione rispose: il popolo. Ma in oltre trent’anni, i prodotti derivati dal petrolio greggio – plastica, prodotti petrolchimici, olio motore, materie prime industriali – furono gradualmente trasferiti dalla proprietà pubblica alle mani delle stesse entità legate allo Stato. La benzina rimase sovvenzionata, un simbolico promemoria del vecchio patto, pochi centesimi al litro per tenere vivo il ricordo della nazionalizzazione. I prodotti che generavano valore furono privatizzati.
Questi prodotti hanno prezzi che competono con i mercati globali, nonostante l’Iran sia escluso da questi mercati a causa delle sanzioni. Questa è l’ironia intrinseca del sistema: lo Stato impone una disciplina di prezzi globale alla propria popolazione, pur essendo escluso dal commercio internazionale. Nel frattempo, una piccola classe oligarchica di iraniani guadagna in dollari e paga i propri dipendenti in rial svalutati.
Quando Trump ha stracciato l’accordo sul Piano d’azione globale congiunto negoziato da Barack Obama e ha imposto la massima pressione, il rial ha iniziato a crollare. L’oligarchia legata al dollaro è stata protetta. Molti ne hanno tratto profitto. La popolazione salariata ha assorbito l’intero shock. Il dolore della svalutazione è stato socializzato. Il beneficio è stato privatizzato.
Questa è la logica del neoliberismo, qualunque nome gli si voglia dare. Le risorse nazionali che un tempo erano nazionalizzate non lo sono più. Lo spirito di Mosaddegh vive nella pompa di benzina. Muore ovunque altrove.
Nel dicembre 2025, le condizioni materiali per le rivolte erano ormai consolidate. I punti critici erano il cibo e l’alloggio, non la benzina. L’inflazione aveva raggiunto livelli record. Lo Stato aveva imposto un regime fiscale regressivo, proteggendo al contempo la classe dei detentori di patrimoni che le sanzioni avevano paradossalmente arricchito. La questione che si sollevava nelle piazze era di natura economica. Riguardava la giustizia distributiva. Riguardava chi avrebbe pagato per la sopravvivenza dello Stato.
La tragedia di gennaio
Le proteste, iniziate nelle zone rurali e nei bazar, nel giro di una settimana si sono diffuse nelle principali città. Quella che era nata come espressione di malcontento economico si è trasformata rapidamente in un intervento esterno. Gettando benzina sul fuoco, Reza Pahlavi, il figlio in esilio dello scià deposto, ha lanciato un appello pubblico all’intensificazione delle proteste. Iran International, il canale satellitare con comprovati legami con le reti di intelligence israeliane, ha amplificato le manifestazioni e fornito una copertura tattica.
Ciò che è seguito è la più grande tragedia della storia iraniana contemporanea. Nell’arco di due giorni, migliaia di persone hanno perso la vita e molte altre sono state ferite. I dettagli della repressione sono agghiaccianti e ben documentati.
Sia lo Stato che il fronte Pahlavi hanno avuto interesse a insabbiare la questione economica. Le proteste furono rapidamente reinterpretate come uno scontro di civiltà: Repubblica islamica contro restaurazione monarchica. Entrambi hanno tratto vantaggio da questa impostazione, poiché nessuna delle due parti è in grado di offrire una risposta credibile alle rivendicazioni materiali che avevano portato la gente in piazza. Nessuna delle due aveva politiche redistributive da proporre. Nessuna delle due voleva parlare dell’aumento dell’Iva, dello shock valutario o dell’aumento dei prezzi di cibo e affitti. E così non ne hanno parlato. La storia delle origini economiche è stata rimossa. Così il mese di gennaio è stata questione di sicurezza e tradimento per una parte e di libertà e democrazia per l’altra.
Trump interviene
Molti iraniani credono che, se Trump e Benjamin Netanyahu non fossero intervenuti, la narrazione di libertà e democrazia si sarebbe probabilmente sviluppata da sola, innescando una crisi interna dopo l’altra fino a quando qualcosa non avesse ceduto. Ma Netanyahu non era interessato a una soluzione della crisi, l’ha invece usata come un’opportunità per giocare le sue carte. Ha proposto a Trump di bombardare l’Iran. E Trump, sempre alla ricerca di una vittoria facile, reduce da quella che considerava una vittoria competente e pulita in Venezuela, ha deciso che quello era il momento di attaccare.
Come ormai sappiamo, l’attacco non è stato né efficace né pulito. Non ha condotto a un cambio di regime. Sono state uccise persone innocenti, tra cui 168 studentesse il primo giorno. Questo fatto, da solo, ha contribuito a rafforzare la narrativa antimperialista dello Stato più di qualsiasi discorso o sermone. Lo Stato si è arrogato la superiorità morale di difendere la sovranità nazionale contro due delle potenze militari più forti del mondo. L’opposizione allo Stato, in particolare la sua leadership in esilio, e persino coloro che in Iran si sono arresi alle riforme, hanno visto quel momento come una guerra contro le tenebre e l’autocrazia.
Quando il presidente Trump ha minacciato di far saltare in aria ponti e centrali elettriche, la gente comune ha formato catene umane intorno a queste infrastrutture nel tentativo di proteggerle. Non si trattava di soldati delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche o di milizie sostenute dallo Stato. Erano le stesse persone il cui potere d’acquisto era stato dimezzato dall’unificazione dei cambi. Le stesse persone che avevano visto i propri stipendi stagnare mentre l’inflazione raggiungeva livelli record!
In altre parole, la guerra ha creato una dicotomia che prima non esisteva con tale chiarezza. Lato A: la Repubblica Islamica – per quanto imperfetta, economicamente ingiusta e brutale nella sua repressione interna – ma difensore della terra e della sovranità. Lato B: il progetto Pahlavi e i suoi sostenitori imperialisti, che offrivano meno sovranità ma un posto al tavolo dell’impero.
Potrebbe sembrare strano ad alcuni, ma una parte significativa della popolazione iraniana desidera che il proprio paese si distacchi dai suoi impegni più ampi con gli alleati regionali e adotti una posizione più vicina a quella di Israele. Negli ultimi tre anni Israele ha ucciso decine di migliaia di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania. Ma per alcuni iraniani, la sua esistenza rappresenta la prova di un concetto: uno Stato non arabo e non cristiano in Medio Oriente che non solo è stato accettato come parte del progetto Usa, ma che è anche in grado di influenzarne le politiche. Per questi iraniani, l’obiettivo non è necessariamente un ritorno alla gloriosa monarchia iraniana, bensì abbandonare le politiche isolazioniste a favore dell’integrazione nell’attuale ordine mondiale, a qualunque costo.
Questo settore non ha alcuna rappresentanza formale nella politica iraniana. I suoi sostenitori considerano il sistema attuale fondamentalmente chiuso al cambiamento e pertanto concludono che una revisione completa sia preferibile a una riforma. È troppo presto per dire se la guerra e i danni alle infrastrutture civili abbiano indotto una parte significativa di loro a pentirsi della propria posizione precedente. Moltissimi iraniani si sono schierati a difesa della bandiera di fronte all’attacco straniero.
Per gli iraniani contrari alla politica estera antimperialista del loro paese, la questione è probabilmente di parte. L’aumento della disoccupazione e il peggioramento delle condizioni economiche li portano, paradossalmente, a concludere che i militari avrebbero dovuto arrendersi prima e lasciare aperto lo Stretto di Hormuz, che il costo della resistenza è semplicemente troppo alto. Per alcuni di loro, questa posizione diventerebbe insostenibile se le sanzioni venissero effettivamente revocate. Ma si tratta di un’ipotesi tutt’altro che certa, e il futuro è profondamente imprevedibile.
Sebbene le narrazioni proposte dallo Stato iraniano e dai suoi critici siano riuscite a mettere da parte le questioni economiche, in fondo la guerra riguarda ancora il guadagno materiale. Gli antimperialisti vedono questa guerra come un modo per negoziare la fine delle sanzioni e trasformare lo Stretto di Hormuz in una fonte di entrate: il Majles, l’organo legislativo iraniano, sta già lavorando a una legge per destinare il 70% dei proventi dei pedaggi al sostentamento delle famiglie. Anche i sostenitori dei Pahlavi, che hanno assistito con invidia all’ascesa di Arabia saudita ed Emirati arabi uniti nell’ultimo decennio, desiderano la revoca delle sanzioni e un Iran prospero. Credono semplicemente che l’integrazione nell’ordine imperiale sia la via migliore e più stabile per ottenere sollievo.
Entrambe le parti vogliono che le sanzioni vengano revocate. Entrambe le parti vogliono che l’economia riparta. La differenza sta nel prezzo che sono disposte a pagare. Una parte pagherà con l’austerità. L’altra pagherà con la sovranità. La guerra ha costretto ognuno a scegliere quale valuta preferisce.
Il finto dualismo
Il momento che stiamo vivendo non è episodico. Non è dettato da una scelta politica che può essere annullata con un nuovo presidente o un nuovo parlamento. È il risultato strutturale di decenni di sanzioni e del metodo scelto dallo Stato per sopravvivere ad esse.
Uno stato genuinamente antimperialista – trasparente, redistributivo e finanziato da una tassazione generalizzata anziché da opache vendite di petrolio – richiederebbe un rapporto diverso con l’economia globale. Ma l’Iran è stato tagliato fuori da tale economia per gran parte degli ultimi quarant’anni. Non può vendere apertamente il suo petrolio. Non può acquistare apertamente armi o tecnologie. Sopravvive grazie all’inganno: una flotta oscura di petroliere, società di copertura in paesi terzi, programmi missilistici che non compaiono in nessun bilancio ufficiale. Questa opacità non è casuale. È la condizione di sopravvivenza.
L’opacità ha delle conseguenze. Quando lo Stato è costretto a nascondere le proprie entrate e le proprie spese, non può essere ritenuto responsabile dalla propria popolazione. Gli stessi meccanismi che nascondono le vendite di petrolio al controllo delle sanzioni americane le nascondono anche ai contribuenti iraniani. Lo Stato non può essere trasparente con il proprio popolo senza diventare trasparente con i propri nemici. Perciò sceglie l’opacità. E l’opacità alimenta lo sfruttamento.
Le misure di austerità del dicembre 2025 non rappresentano un tradimento del progetto antimperialista. Ne sono la logica estensione. Svalutare il rial per far quadrare i conti. Introdurre una tassa regressiva per far pagare di più i cittadini comuni. Proteggere chi guadagna in dollari perché sono loro che trasportano il petrolio attraverso le flotte oscure del mercato nero. La metà neoliberista e la metà antimperialista non sono in contrasto. Sono diventate una cosa sola.
Cosa porterebbe l’allentamento delle sanzioni in entrambi i casi? Né la Repubblica Islamica né l’opposizione in esilio hanno manifestato alcun impegno per la giustizia distributiva. Entrambe sono radicate nelle stesse reti legate al dollaro, solo con diversi protettori. Se le sanzioni venissero revocate, l’oligarchia ne trarrebbe beneficio. La gente comune vedrebbe qualche miglioramento. Il rial si stabilizzerebbe. L’inflazione sarebbe gestita meglio. Ma la struttura di fondo – la fusione tra potere statale e sfruttamento privato – rimarrebbe. La guerra ha imposto una scelta tra due fazioni. Nessuna delle due offre ciò di cui gli iraniani comuni hanno realmente bisogno: un’economia che funzioni per loro, non solo per chi la possiede.
Hamidreza Ahmadi è un esperto di tecnologia, vive a Teheran.
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ENGLISH VERSION
Wartime Iran’s Political Transformation, by Hamidreza Ahmadi
For seven weeks, American and Israeli air power dominated Iranian skies. High-altitude surveillance, precision strikes on military infrastructure and apartment buildings in Tehran, and near-uncontested flight paths defined the opening phase of the conflict. Iran absorbed the blows and responded not with the guerrilla tactics of Baghdad’s roads but with long-range missiles, mass-produced drones, and a defensive posture that held the line.
In the final days before the ceasefire, an F-15 and an A10-warthog were downed by optical tracking systems. Whether this was a replicable technical achievement or a fortunate anomaly remains to be seen. What was not ambiguous, however, was the fact that Iran was able to close off the Strait of Hormuz to maritime traffic. In response, global energy markets convulsed. The war had become a world event.
Politics also shifted in Iran. Just a few months ago, in January, the main question there was economic. Inflation. Housing. The price of food. The Masoud Pezeshkian government’s austerity package had hollowed out household budgets and sent tens of thousands into the streets. Today the question is imperial. The war has not erased material suffering — it has reframed it. The choice presented to every Iranian is no longer about fiscal policy or subsidy reform. It is about sovereignty versus incorporation into an imperial order that already governs much of the region.
Donald Trump’s ill-advised war has revealed Iran as a unique formation in modern history: a neoliberal anti-imperialist state. Austerity at home, resistance abroad. On paper, a contradiction, in practice, the state’s operating logic. This is why Iran oscillates between protests against austerity and displays of national solidarity — sometimes within the same month.
The Economic Trigger
This war began in March 2026. Its narrative justification, however, was forged months earlier. In December 2025, the Pezeshkian government — usually not one to make waves — implemented four consecutive financial decisions that together amounted to a harsh and sudden austerity package.
First, a gas price adjustment. Gasoline in Iran remains heavily subsidized; the hike was marginal in absolute terms. But the decision was bold by Tehran’s standards. The last increase, six years earlier under Hassan Rouhani — who was president of Iran between 2017 and 2021 — had triggered violent protests. The move was seen as a signal that the state was willing to touch the untouchable.
Second, a proposed budget that capped public sector salary increases at 20 percent, well below the prevailing inflation rate. This benchmark also disciplines private sector wages, compressing the purchasing power of the salaried middle and working classes across the economy.
Third, an increase in the value-added tax (VAT), a regressive consumption tax, meant the poor and the working class would pay more for daily necessities while heavy tax exemptions for large corporations and religious institutions remained untouched.
Fourth, and most consequentially, the government raised and unified the foreign exchange rate. The official rate jumped nearly 50 percent. Iranian purchasing power fell by the same margin. At the same time, the subsidized dollar for essential food imports — long understood as the state’s baseline promise to keep its people fed — was eliminated. Bread, cooking oil, and medicine were suddenly priced as if Iranian families earned in dollars. The shock was immediate and devastating.
“The 1953 coup, the 1979 revolution, and the decades since have all turned on a single question: Who owns the national resources, and who benefits from them?”
These policies are not random, nor are they specific to the Pezeshkian presidency. They are the local expression of a doctrine that has shaped Iranian economic policy for three decades. The 1979 revolution was a popular project with redistribution at its core. But since the Akbar Hashemi Rafsanjani presidency (1989–1997), the state has slid steadily toward a regime of austerity and upward redistribution.
The slide in living standards became a plunge under Mahmoud Ahmadinejad, who oversaw the large-scale privatization of oil, steel, and petrochemical assets. These were not sold to a competitive free market. They were transferred to a constellation of government-linked “private” entities — pension funds, opaque conglomerates, institutions whose balance sheets blur the boundary between public wealth and private accumulation.
This is where the story of Iranian austerity departs from its neoliberal counterpart in the West. In the United States or Britain, neoliberalism meant deregulation and free trade. In Iran, it meant something else: the quiet unmaking of the revolution’s foundational promise. The 1953 coup, the 1979 revolution, and the decades since have all turned on a single question: Who owns the national resources, and who benefits from them?
Mohammad Mosaddegh answered: the people. The revolution answered: the people. But over thirty years, the downstream products of crude oil — plastics, petrochemicals, motor oil, industrial feedstocks — were gradually transferred out of public ownership and into the hands of the same state-linked entities. Gasoline remained subsidized, a symbolic reminder of the old compact, a few cents per liter to keep the memory of nationalization alive. The value-generating products were privatized.
These products are priced to compete with global markets, even though Iran is cut off from those markets by sanctions. This is the irony at the heart of the system: The state enforces global pricing discipline on its own population while being excluded from global trade. Meanwhile a small oligarchic class of Iranians earns in dollars and pays labor in devalued rials.
When Trump tore up the Joint Comprehensive Plan of Action deal negotiated by Barack Obama and imposed maximum pressure, the rial began to collapse. The dollar-linked oligarchy was insulated. Many profited. The wage-earning population absorbed the entire shock. The pain of devaluation was socialized. The benefit was privatized.
This is the logic of neoliberalism, whatever name one gives it. The national resources that were once nationalized are no longer. The spirit of Mosaddegh lives on at the gas pump. It dies everywhere else.
By December 2025, the material conditions for unrest were fully formed. The pressure points were food and housing, not gasoline. Inflation was at record levels. The state had imposed a regressive tax regime while protecting the asset-holding class that sanctions had paradoxically enriched. The question in the streets was economic. It was about distributive justice. It was about who pays for the state’s survival.
January’s Tragedy
The protests began in rural areas and the bazaar and spread to major cities within a week. What started as an expression of economic grievance was rapidly transformed by external intervention. Fanning the flames, Reza Pahlavi, the exiled son of the deposed shah, issued a public call for escalation. Iran International, the satellite channel with documented ties to Israeli intelligence networks, amplified the protests and provided tactical coverage.
“The national resources that were once nationalized are no longer. The spirit of Mosaddegh lives on at the gas pump. It dies everywhere else.”
What followed was the greatest tragedy in contemporary Iranian history. Over the span of two days, thousands lost their lives, and many more were injured. The details of the crackdown are grim and well documented elsewhere.
Both the state and the Pahlavi camps had an interest in burying the economic angle. The protests were swiftly reframed as a civilizational clash: Islamic Republic versus monarchical restoration. Both sides gained from this framing because neither could offer a credible answer to the material grievances that had brought people into the streets. Neither had redistributive policies to propose. Neither wanted to talk about the VAT hike, the forex shock, or the rising price of food and rent. So they didn’t. The economic origin story was erased. And so January became about security and treason for one side and freedom and democracy for the other.
Trump Has Joined the Chat
Many Iranians believe that if Trump and Benjamin Netanyahu had not intervened, the freedom-and-democracy narrative might have played out on its own, triggering one internal crisis after another until something gave way. But Netanyahu had no interest in a resolution of the crisis and instead saw it as an opportunity to play his hand. He pitched bombing Iran to Trump. And Trump, always looking for an easy win, fresh off what he considered a competent, clean victory in Venezuela, decided that now was the time to attack.
As we now know, the attack was neither competent nor clean. It did not achieve regime change. It did kill innocent people, including 168 schoolgirls on the first day. That fact alone did more to bolster the state’s anti-imperialist narrative than any speech or sermon could have. The state claimed the moral high ground of defending national sovereignty against two of the strongest militaries on earth. The opposition to the state, particularly its exiled leadership, and even those in Iran that have given up on reform, framed the moment as a war against darkness and autocracy.
When President Trump threatened to blow up bridges and power plants, ordinary people formed human chains around these facilities in an effort to protect them. These were not Islamic Revolutionary Guard Corps soldiers or state-backed militias. They were the same people whose purchasing power had been halved by the forex unification. The same people who had watched their salaries stagnate while inflation reached record levels!
In other words, the war created a binary that had not existed with such clarity before. Side A: the Islamic Republic — however flawed, however economically unjust, however brutal in its internal repression — but the defender of the land and of sovereignty. Side B: the Pahlavi project and its imperial backers, offering less sovereignty but a seat at the empire’s table.
It might seem strange to some, but there is a significant section of the Iranian population who want their country to disengage from its broader commitments to its regional allies and adopt a position closer to Israel’s. Israel has over the last three years killed tens of thousands of Palestinians in Gaza and the West Bank. But for some Iranians, its existence is proof of concept: a non-Arab, non-Christian state in the Middle East that has not only been accepted as part of the American project but one that can shape policy. For these Iranians, the goal is not necessarily a return to Iran’s glorious monarchy. It is to set aside isolationist policies in favor of integration into the current world order, whatever the cost.
This group has no formal representation in Iranian politics. Its adherents view the current system as fundamentally closed to change and therefore conclude that a complete overhaul is preferable to reform. It is too soon to tell whether the war and the damage to civilian infrastructure have caused any meaningful portion of them to regret their earlier position. A great many Iranians have rallied around the flag in the face of foreign attack.
“The same mechanisms that hide oil sales from American sanctions enforcement also hide them from Iranian taxpayers.”
But for Iranians opposed to their country’s anti-imperialist foreign policy, the question is likely to be a partisan one. Rising unemployment and worsening economic conditions lead them, paradoxically, to conclude that the military should have surrendered early and left the Strait of Hormuz open, that the cost of resistance is simply too high. For some of them, this position would become untenable if sanctions were actually lifted. But that is a big if, and the future is deeply unpredictable.
Even though the narratives put forward by the Iranian state and its critics have successfully set aside economic issues, at the core the war is still about material gains. The anti-imperialists see this war as a way to negotiate an end to sanctions and to turn the Strait of Hormuz into a source of revenue — the Majles, Iran’s legislative body, is already working on a bill to allocate 70 percent of toll revenue to household living costs. The Pahlavi backers, who have watched the Saudis and Emiratis rise over the past decade with envy, also want the sanctions lifted and to see a prosperous Iran. They simply believe that integration into the imperial order is the best and most stable way to see relief.
Both sides want the sanctions gone. Both sides want the economy to breathe. The difference is the price they are willing to pay. One side will pay in austerity. The other will pay in sovereignty. The war has made everyone choose which currency they prefer.
The False Choice
The moment we are witnessing now is not an accident. It is not a policy choice that can be reversed with a new president or a new parliament. It is the structural outcome of decades of sanctions and the state’s chosen method of surviving them.
A genuinely anti-imperialist state — one that was transparent, redistributive, and funded by broad-based taxation rather than opaque oil sales — would require a different relationship with the global economy. But Iran has been cut off from that economy for most of the past forty years. It cannot openly sell its oil. It cannot openly buy weapons or technology. It survives through deception: a dark fleet of tankers, front companies in third countries, missile programs that exist nowhere on official budgets. This opacity is not incidental. It is the condition of survival.
And opacity has consequences. When the state must hide its revenue and its spending, it cannot be held accountable by its own population. The same mechanisms that hide oil sales from American sanctions enforcement also hide them from Iranian taxpayers. The state cannot be transparent to its people without becoming transparent to its enemies. So it chooses opacity. And opacity breeds extraction.
The austerity measures of December 2025 were not a betrayal of the anti-imperialist project. They were its logical extension. Devalue the rial to stretch the budget. Put in place a regressive tax so ordinary people pay more. Protect the dollar earners because they are the ones moving oil through the dark fleet. The neoliberal half and the anti-imperialist half are not in tension. They have become one and the same.
And what would sanctions relief bring under either option? Neither the Islamic Republic nor its exiled opposition has shown any commitment to distributive justice. Both are embedded in the same dollar-linked networks, just with different patrons. If sanctions are lifted, the oligarchy will capture the benefits. Ordinary people will see some improvement. The rial will stabilize. Inflation will be better managed. But the underlying structure — the fusion of state power and private extraction — will remain. The war forced a choice between two fractions. Neither offers what ordinary Iranians actually need: an economy that works for them, not just for the people who own it.
jacobin.com/2026/05/neoliberalism-austerity-war-political-economy-iran


