Le cattedrali della fiducia. Religione, cooperazione e civiltà, di Vittorio Pelligra

Quando gli antichi discutevano di giustizia, il primo riferimento non erano i codici, le sentenze o leggi scritte; erano gli dèi. Dike, Maat, Ṛta, in Grecia, in Egitto, in India, la giustizia rappresentava un ordine cosmico prima ancora che una norma umana. Non si amministrava, si onorava. Rappresentava l’equilibrio tra cielo e terra, tra uomo e comunità, tra gesto e conseguenza. Per millenni, il bisogno di ordine morale e la paura dell’ingiustizia hanno trovato rifugio nel sacro, nei templi prima che nei tribunali. Non stupisce, allora, che la fiducia e la cooperazione — mattoni invisibili di ogni civiltà — abbiano trovato fondamento non tanto nella razionalità astratta, ma in uno sguardo superiore, invisibile e onnipresente. Questo è il terreno su cui si muove la teoria dei “Grandi Dèi”.
Il dilemma della cooperazione tra estranei
A partire con la rivoluzione del Neolitico e fino all’età del Bronzo Antico, quando le città cominciano a sorgere lungo le rive dei fiumi e gli esseri umani iniziano a vivere circondati da estranei, le comunità, fino ad allora basate sulla prossimità del sangue e su volti familiari, si trovano di fronte a un problema inedito: come mantenere alti livelli di cooperazione su larga scala senza più il vincolo della parentela? Come fidarsi di chi non condivide i propri geni, la propria origine, la propria memoria collettiva? Il problema diventa cruciale perché, come abbiamo visto nel Mind the Economy della settimana scorsa, con la crescita dimensionale dei gruppi le punizioni informali e la reputazione da sole non bastano più a scoraggiare opportunismo, violenza e tradimenti. La giustizia non può più affidarsi soltanto al monitoraggio decentralizzato dei pari. E’ necessario un meccanismo più avanzato: un occhio capace di vedere tutto, anche nell’ombra. È qui, secondo l’ipotesi avanzata da Ara Norenzayan nel suo Grandi dèi. Come la religione ha trasformato la nostra vita di gruppo (Cortina, 2014), che entrano in gioco le prime religioni monoteiste o, come le chiama Norenzayan, delle religioni prosociali. Nascono architetture di credenze, riti e pratiche incentrate sull’esistenza di dèi che non sono solo onniscienti e punitivi, ma soprattutto moralizzatori; fatto inedito in tutte le religioni precedenti. Le religioni prosociali non sono, per Norenzayan, semplici prodotti culturali, ma vere e proprie infrastrutture evolutive che rendono possibile l’ascesa delle civiltà complesse.
Dall’antico Egitto alla Mecca, da Gerusalemme a Benares, ogni società che supera le dimensioni tribali lo fa, sostiene sempre Norenzayan, poggiandosi su un’impalcatura teologica: credenze in esseri soprannaturali che osservano, giudicano, premiano e puniscono i comportamenti umani. Questi dèi morali non sono un vezzo del pensiero religioso, ma l’architrave della fiducia sociale. Dèi che giudicano il furto e la menzogna, che premiano il giusto e castigano il traditore.
“Le religioni prosociali, con i loro Grandi Dèi che vigilano, intervengono e richiedono ostentazioni di lealtà difficili da eludere – scrive Norenzayan – hanno facilitato l’ascesa della cooperazione nei grandi gruppi di estranei anonimi. A loro volta, questi gruppi in espansione hanno portato con loro la fede e la pratica delle religioni prosociali, incrementando ancora di più la cooperazione su larga scala in un processo incontrollato di evoluzione culturale” (p. 21). I credenti di queste nuove religioni mossi dal timore dei Grandi Dèi “cooperavano, avevano fiducia uno nell’altro e si sacrificavano per il gruppo molto più di chi aveva fede in dei indifferenti o in quelli non onniscienti. L’ostentazione della devozione e l’assolvimento di compiti difficili da eludere come digiuni, tabù alimentari e rituali stravaganti hanno ulteriormente contribuito a trasmettere ad altri le sincere credenze di questi fedeli. In tal modo ai credenti non sinceri si impediva di entrare a far parte del gruppo e di minarne le basi. Attraverso questi e altri meccanismi in grado di promuovere la solidarietà, le religioni dei Grandi Dei hanno trasformato i gruppi di estranei anonimi in grandi comunità unite e morali tenute insieme dai sacri legami di una comune giurisdizione soprannaturale” (p. 22).
Monaci, mercanti e imperatori
L’imperatore Ashoka (III sec. a.C.) regnò sull’impero Maurya che comprendeva gran parte del subcontinente indiano. Dopo le guerre di conquista, abbracciò il buddhismo e promosse una visione etica del potere fondata sulla compassione, la non violenza e la moralità pubblica. La sua trasformazione personale si tradusse in un progetto politico che utilizzava la religione come strumento di legittimazione e controllo sociale. I suoi editti, incisi su pietra e disseminati nel territorio, rappresentano una forma di “monitoraggio morale” diffuso, in cui il sovrano si pone come garante di norme etiche ispirate a principi religiosi. Ashoka contribuì così alla diffusione di una religione prosociale che legava la moralità alla sorveglianza divina e alla reputazione pubblica, favorendo la coesione dell’impero.
Il ruolo dei monaci nelle religioni prosociali è centrale nella trasmissione della fede e nella costruzione di comunità morali. Pratiche rituali come il celibato, il digiuno e la vita comunitaria rappresentano dei CREDs (Credibility Enhancing Displays), ovvero segnali costosi che rafforzano la credibilità della fede e la fiducia reciproca. I monasteri, con la loro organizzazione gerarchica e le regole di vita condivise, diventano laboratori di cooperazione, dove la disciplina religiosa si traduce in capitale sociale. In epoche di conflitto intergruppo, queste comunità monastiche hanno spesso agito come centri di resilienza e trasmissione culturale, contribuendo alla sopravvivenza e all’espansione delle religioni prosociali.
Un altro esempio cruciale è quello dei “mercanti religiosi”, come gli Armeni di New Julfa o i mercanti musulmani in Africa e Asia. In assenza di istituzioni statali affidabili, la religione ha fornito un sistema di sanzioni soprannaturali che ha reso possibile la cooperazione tra estranei. La credenza in divinità moralizzatrici ha consentito di ridurre i costi di transazione e di consolidare la fiducia, permettendo la creazione di reti commerciali globali. La religione, in questi casi, ha funzionato come una sorte di “contratto morale” che garantiva l’affidabilità dei partner commerciali, favorendo l’espansione economica e culturale.
Il crepuscolo degli Dèi e la responsabilità degli uomini
Ma poi accade qualcosa. Nelle città dove lo Stato diventa più potente e la legge secolare inizia a funzionare, gli dèi cominciano a ritirarsi. I paesi nordici, oggi tra i più laici al mondo, sono anche tra i più cooperativi. Per Norenzayan non è un caso. È la prova che le istituzioni secolari possono, in certe condizioni, sostituire il sacro. “Queste società a maggioranza atea – alcune fra le più cooperative, pacifiche e prospere al mondo – scrive Norenzayan – hanno adoperato la religione per scalare il successo, e poi hanno buttato via la scala” (p. 22). Il “Grande Dio”, oggi, lo vediamo nella divisa del poliziotto, nella toga del giudice, nell’algoritmo della reputazione digitale.
Quella dei Grandi dèi è una teoria ambiziosa e complessa e, naturalmente, si attirata è in questi anni non poche critiche. Non tutti sono d’accordo con la centralità religiosa proposta da Norenzayan. Lo storico quantitativo Peter Turchin, nel suo La Scimmia Armata (UTET, 2022), propone una teoria alternativa: non furono gli dèi, bensì la guerra a forgiare la cooperazione su vasta scala. “È stata la violenza, ovvero la guerra tra società – scrive – a guidare l’evoluzione dell’ultrasocialità, ed è stata l’ultrasocialità a causare il declino della violenza”. Secondo Turchin, quindi, la pressione competitiva tra gruppi umani ha contribuito a selezionare quelle società più coese, disciplinate e capaci di sacrificio collettivo. La cooperazione umana su larga scala non è “naturale” come quella basata sulla parentela, ma è il frutto di pressioni ambientali e storiche, soprattutto belliche. La religione, semmai, arrivò dopo, come cemento simbolico del potere già conquistato.
Un altro critico prominente è l’antropologo di Oxford Harvey Whitehouse. Nel suo recente Inheritance: the evolutionary origins of the modern world (Harvard University Press, 2024) Whitehouse sfida l’idea che l’evoluzione culturale segua una traiettoria lineare e inevitabile verso la modernità e mostra come la nostra capacità di cooperare ha molte origini, non una sola. A differenza di Norenzayan, che attribuisce alla religione il ruolo chiave nella nascita della cooperazione di massa o dello stesso Turchin che individua nella guerra il fattore trainante, Whitehouse propone un modello più sfumato. La coesione sociale può nascere in modi diversi, a seconda del contesto: a volte da riti intensi e condivisi, altre volte da istituzioni dottrinali e gerarchiche. Un punto particolarmente critico del libro riguarda il problema della causalità. Whitehouse mostra, attraverso i dati comparativi del “Seshat” un enorme database di dati relativi alla storia mondiale, che le divinità moralizzatrici appaiono in genere dopo l’emergere di stati e strutture burocratiche e non prima. Questo ribalta la tesi di Norenzayan: non è la religione a creare la civiltà, ma la civiltà che adotta certe forme religiose per legittimare il potere e consolidare l’ordine sociale. La fede, quindi, funziona più come uno strumento simbolico e politico che come una causa originaria della cooperazione.
Sono critiche robuste, ma non distruttive. Norenzayan stesso riconosce che non esiste un’unica via evolutiva allo sviluppo della fiducia tra gli estranei. “Naturalmente i Grandi Dei – scrive – sono stati una causa importante, ma non la sola che ha determinato l’espansione di alcuni gruppi. Di certo esistono soluzioni addizionali per spiegare la nascita della cooperazione su larga scala. Inoltre, il successo culturale differenziale non implica una gerarchia morale. Ma questi gruppi devono essere stati più grandi e più cooperativi” (p. 23).
Grandi dèi non è soltanto un saggio sull’evoluzione culturale della religione. È una meditazione profonda sul fragile equilibrio tra cooperazione e anonimato, tra fiducia e sorveglianza, tra il bisogno umano di appartenenza e la vertigine della libertà. Ma il libro non si ferma alla nostalgia degli dèi. Ci interroga sul presente, su quel mondo secolare che ha scalato la montagna della religione per poi abbandonarla, confidando in istituzioni, contratti e codici civili. E ci chiede, con discreta inquietudine, se quel ponte costruito dagli dèi moralizzatori tra l’intimità tribale e la civiltà globale possa reggere ancora, ora che la fede vacilla e la sorveglianza si è fatta algoritmica, ora che gli dèi tacciono e parlano solo i mercati e le armi.
Oggi la giustizia si misura in gradi di giudizio, clausole contrattuali, politiche pubbliche e sentenze generate da algoritmi predittivi. I tribunali sono laici, i diritti negoziabili e le regole reversibili. Ma l’idea che qualcuno, o qualcosa, ci osservi ancora da un punto più alto non ha del tutto abbandonato il nostro immaginario simbolico. Ecco perché, anche ora che gli dèi si sono eclissati dalla vita pubblica ed è il deus mortalis, il Leviatano a sorvegliarci, la grande domanda che un tempo risuonava tra le pietre dei templi e le volte delle cattedrali resta immutata: può esistere giustizia dove manca la fiducia? Se un tempo la giustizia nasceva all’ombra del divino, oggi può sopravvivere solo come scommessa sulla nostra umanità. E forse, come ci suggerisce Norenzayan, non si tratta di scegliere tra Dio o il nulla, ma tra indifferenza e responsabilità, tra il disincanto e un nuovo impegno, tra occhi sacri e mani visibili. Mani forti e capaci di sorreggere ogni giorno il fragile edificio della giustizia.

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