Vittorio Pelligra, con il suo saggio “Lavorare per gli altri” edito da Il Mulino, ci indica la strada che si dovrebbe percorrere per passare da un’organizzazione disfunzionale – ed, aggiungo, in definitiva ingiusta – degli ambiti lavorativi, alla piena realizzazione di una economia civile.
Il saggio parte dall’analisi di quanto, dare un senso alla propria vita in generale, sia fondamentale per non cadere nella disperazione. Attualmente siamo di fronte ad un aumento dei casi di suicidio, specie fra i giovani, proprio perché viviamo una perdita di senso generalizzata nella nostra società.
Continuando l’autore analizza le conseguenze della disumanizzazione del lavoro e della mancanza di senso percepita dai lavoratori, valutandone l’effetto negativo sull’economia e la produttività, sia nel settore delle aziende private, che nel sistema pubblico. Nel saggio leggiamo di tutti i passaggi storici che hanno segnato un cambiamento nel modo di vedere il lavoro umano, da Taylor a Stuart Mill ai numerosi studi di carattere statistico- speculativo condotti da psicologi e filosofi del nostro tempo dal 2000 in poi.
Quello che colpisce dell’intero libro è una narrazione controcorrente, specie in questo tempo attraversato dall’invadenza dell’intelligenza artificiale e dell’avvento di nuovi potentati privi di scrupoli, di come dovrebbe essere organizzato il lavoro per raggiungere risultati adeguati alle necessità del nostro sistema economico. Andrebbero riconosciuti il valore e la dignità dei lavoratori, e sarebbe dovuto loro rispetto. Un datore di lavoro dovrebbe avere la capacità di comprendere gli effetti delle differenze culturali, ma anche di cogliere le fragilità o semplicemente le aspettative dei dipendenti.
Ricorre nel testo un concetto aristotelico, quello dell’eudaimonia, la felicità intesa come piena realizzazione di sé, che si raggiunge quando il proprio lavoro viene percepito come utile ad uno scopo, meglio ancora se umanitario, o quando mette in gioco una parte importante delle proprie capacità e competenze o, infine, quando si è investiti di una responsabilità e la si può gestire in autonomia anziché sotto il giogo di stretti controlli. Tutti elementi motivanti. E la produttività è direttamente proporzionale alla presenza di un senso in quello che si fa ed al rispetto e la dignità riconosciuti al lavoratore. Anche un lavoro molto faticoso ma cui si possa comunque dare un senso, aiuta a non soccombere psicologicamente.
Persino il lavoro di Sisifo può procedere solo se il malcapitato gli da un senso in qualche modo soddisfacente o confacente al proprio essere.
La lettura di questo saggio quindi ci porta in una dimensione che sembra ormai persa, quella di una visione etica del lavoro e della produzione.
Improvvisamente ci troviamo a considerare che l’efficientismo, i ritmi di lavoro pressanti, l’eccesso di controlli, l’assegnazione di obiettivi sempre più irraggiungibili, gli stessi incentivi non servono ad aumentare la produzione o l’effettiva efficacia dei nostri obiettivi economici, semmai li danneggiano. Dall’altro canto l’inutilità di alcuni processi lavorativi può portarci alla disperazione.
Un messaggio pieno di istanze rivoluzionarie direi: se il tuo lavoro si trasforma in una coercizione senza alternative ed è palesemente inutile o addirittura mina la tua salute e quella del tuo territorio attraverso inquinamento o produzioni nocive per l’umanità, il tuo non è un lavoro, è schiavitù. Dobbiamo rifletterci molto.


