Dal patto sociale Hobbesiano, quello nato storicamente per imbrigliare la naturale inclinazione dell’uomo a farsi lupo per il proprio simile, siamo scivolati, quasi senza rendercene conto, in una forma di prevaricazione ben più subdola e pervasiva. Si tratta di una sopraffazione che non ha alcun bisogno di armi o di violenza esplicita, ma che preferisce servirsi di concetti estremamente raffinati, quali la cultura del merito esasperato, il mito della prestazione costante e la sistematica colpevolizzazione di chiunque si trovi in posizione di debolezza.
In questo quadro, sarebbe del tutto ingenuo fare finta di niente o illudersi che l’essere umano non possieda questa profonda natura predatoria, le cui manifestazioni quotidiane sono purtroppo sotto gli occhi di tutti. La vediamo attuarsi quotidianamente su scala globale, attraverso le strategie spietate delle multinazionali, la disumanizzazione dell’economia finanziaria internazionale e i tragici conflitti sanguinosi che continuano ad affliggere l’umanità; ma quella stessa indole predatoria finisce per insinuarsi in modo ancora più strisciante perfino all’interno delle dinamiche familiari e delle relazioni di tutti i giorni, dove chi ha meno risorse per difendersi si ritrova inevitabilmente a subire la prepotenza di chi detiene una posizione privilegiata.
Ci ostiniamo a raccontarci che il contratto sociale regga ancora e possa garantire la convivenza civica, ma occorre chiedersi come possa davvero stare in piedi una simile struttura quando le fondamenta stesse dell’uguaglianza vengono erose giorno dopo giorno e le disuguaglianze non solo finiscono per essere tollerate, ma arrivano persino a essere giustificate sul piano morale.
Oggi chiunque si trovi a vivere in una condizione di svantaggio all’interno del proprio contesto socioculturale finisce per essere punito due volte. Da un lato subisce la mancanza di opportunità, dall’altro deve far fronte a una narrativa dominante che gli sussurra costantemente come la sua miseria o la sua marginalità siano soltanto il frutto di un fallimento personale, attribuibile a uno scarso impegno, a una mancanza di talento o a un’insufficiente forza di volontà. Assistiamo così al trionfo dell’ideologia della prestazione, all’interno della quale il sistema strutturale scompare del tutto dalla vista, assolve se stesso da ogni colpa e scarica l’intero peso dell’esistenza e del disagio sulle sole spalle del singolo individuo.
Si pensi, ad esempio, a un padre o a una madre che trascorrono l’intera giornata a lavorare, sacrificando il proprio tempo e la propria salute, e che ciò nonostante si ritrovano a convivere con un perenne e logorante senso di colpa. Arrivano a colpevolizzare se stessi perché non riescono a garantire ai propri figli uno stile di vita del tutto adeguato alle aspettative e ai modelli consumistici indotti dall’attuale contesto socioeconomico; la società, infatti, li convince con estrema facilità che la mancanza di quei mezzi o di quel benessere materiale rappresenti un fallimento squisitamente genitoriale, nascondendo come si tratti invece della conseguenza diretta di un sistema lavorativo ed economico che sottopaga sistematicamente il lavoro e smantella progressivamente le tutele e i diritti di base.
E la cosa che fa più male, vissuta da uomo di fede, è notare come persino all’interno di certi ambienti di spiritualità ci si sia piegati a questa medesima logica privatistica. Assistiamo sempre più spesso al diffondersi di una religiosità che potremmo definire “filosistemica”, ossia una forma di spiritualità che impoverisce la straordinaria forza rinnovatrice e benefica del messaggio evangelico per trasformarlo in un rigido tribunale intimo. Il Vangelo non possiede una carica eversiva o distruttiva, ma porta con sé una luce capace di rigenerare le relazioni ed edificare una giustizia vera; una forza che, proprio per la sua natura profondamente liberante, finisce per infastidire chi trae vantaggio dallo status quo e dai suoi equilibri di potere. In questi contesti deviati si parla unicamente di colpa individuale e di un peccato personale che si avvita su se stesso, ignorando del tutto le strutture di peccato che soffocano la vita concreta delle persone; si tratta di una narrazione estremamente comoda, che finisce per assolvere i potenti e per togliere ogni tipo di responsabilità sociale a chi detiene realmente i mezzi per cambiare lo stato delle cose.
Eppure, basterebbe riaprire con attenzione la Scrittura per accorgersi di quanto questo modo di pensare sia radicalmente distante dalla Verità rivelata.
L’intera Bibbia è profondamente intessuta di denuncia sociale, e i libri profetici rappresentano un grido ininterrotto e potente contro tutti coloro che calpestano i poveri e manipolano le strutture di potere a proprio vantaggio. Risuonano chiarissime, a questo proposito, le parole del profeta Isaia, che smaschera senza mezzi termini l’ipocrisia di chi vorrebbe ridurre la fede a una devozione interiore priva di frutti reali, dimenticando del tutto la lotta contro l’oppressione sociale:
“Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Isaia 58, 6)
Allo stesso modo, il profeta Amos si scaglia con sdegnata veemenza contro un sistema economico e giuridico completamente sordo alle esigenze degli ultimi e dei dimenticati:
“Vendono il giusto per denaro e il povero per un paio di sandali; calpestano la testa dei deboli come la polvere della terra e pervertono il diritto dei miseri.” (Amos 2, 6-7)
Persino al limitare del Nuovo Testamento, la figura di Giovanni Battista non concede alcuno sconto e risponde in modo estremamente concreto a precise storture di sistema. Quando i soldati gli si avvicinano per chiedergli come debbano comportarsi per cambiare vita, egli non offre loro una ricetta fatta di vaga colpevolizzazione interiore, ma chiede di interrompere immediatamente alcune prevaricazioni sociali ben precise: “Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe.” (Luca 3, 14)
E cosa dire dell’insegnamento di Gesù? Cristo non è certo venuto nel mondo per schiacciarci sotto il peso di una condanna senza via d’uscita o di un senso di colpa paralizzante, ma per svelare l’immensità della misericordia di Dio proprio all’interno delle nostre macerie umane. Egli dà per scontata la nostra strutturale fragilità, conosce a fondo i nostri limiti e sa bene che siamo creature fallibili e capaci di sbagliare; per questa ragione non ci chiede mai un’autosufficienza perfettista, ma ci invita ad accogliere la grazia e ad aprirci al perdono reciproco: “Se anche peccasse sette volte al giorno contro di te e sette volte ritornasse a te dicendo: ‘Sono pentito’, tu gli perdonerai.” (Luca 17, 4)
Occorre però comprendere che il perdono cristiano non consiste mai in un superficiale far finta di niente, né rappresenta una comoda spugna destinata a cancellare la responsabilità personale o sociale; esso è piuttosto un impegno attivo e dinamico, volto a trasformare la realtà affinché il male e l’errore non abbiano a ripetersi. Si tratta di lavorare per la costruzione di un terreno umano e sociale nuovo, dove lo sbaglio possa trovare la via del riscatto e della restaurazione, anziché trasformarsi in una condanna eterna e immutabile.
Ogni volta che scegliamo di silenziare l’importanza del contesto sociale e riduciamo qualsiasi problematica a una questione di mera responsabilità personale, finiamo inevitabilmente per fare un immenso favore ai soliti noti. Chi possiede già mezzi, potere e tutele non ha infatti alcun bisogno dell’aiuto degli altri o di un sistema pubblico di garanzia; chi invece non dispone di strumenti per difendersi finisce per rimanere schiacciato dall’ingiustizia e sommerso da un devastante senso di colpa che non gli appartiene.
Non possiamo assolutamente permettere che la fondamentale ricerca della giustizia sociale venga derubricata a una semplice ed esclusiva faccenda privata. È quanto mai urgente restituire al contratto sociale la sua vera e autentica anima, che è quella di una comunità coesa in grado di proteggere chi è più indifeso, di smascherare con coraggio le ingiustizie di sistema e di accogliere la fragilità umana, senza mai convertirla in un vile pretesto per condannare l’individuo.


