La sfida delle criptovalute e della blockchain, di Emanuele Colombo e Andrea Tornielli

Nel paragrafo 160 dell’enciclica Magnifica humanitas, Leone XIV scrive: «La finanza ha conquistato negli ultimi anni una rilevanza crescente e ha conosciuto una forte innovazione anche in seguito all’introduzione delle criptovalute. Le riflessioni e le indicazioni contenute nel Magistero dei miei Predecessori, in particolare nelle Encicliche, hanno evidenziato come il funzionamento dell’intermediazione finanziaria quando è stato slegato da adeguati fondamenti antropologici e morali, non solo ha prodotto palesi abusi ed ingiustizie, ma si è anche rivelato capace di creare crisi sistemiche e di portata mondiale. Ed è altrettanto vero che la rendita da capitale rischia di sostituirsi al reddito da lavoro, spesso confinato ai margini dei principali interessi del sistema economico. (…) La finanza per la finanza è cosa ben diversa dalla finanza per lo sviluppo e per la creazione e l’evoluzione del lavoro».

È la prima volta che le criptovalute fanno capolino in un’enciclica. Vale la pena approfondire che cosa siano questi nuovi strumenti e quale impatto abbiano anche in rapporto al bene comune, a partire dalla basilare domanda: quando si parla di criptovalute di che cosa si parla? Non è così semplice rispondere, perché non si tratta di qualcosa di unico e definito, ma piuttosto di un insieme di tecnologie, oggetti digitali e applicazioni d’uso molto diverse tra loro.

La portata del fenomeno

Partire dai numeri permette di comprendere bene dimensioni e attualità del fenomeno. Non si tratta infatti di un futuro che verrà, ma di un presente di dimensioni enormi nella vita di milioni di persone, una realtà consolidata e dai contorni non del tutto chiari. La capitalizzazione totale delle criptovalute è pari oggi a circa 4,2 trilioni di dollari (Market capitalization crypto Q3 2025, IMF Global Markets Monitor – Crypto Assets Monitor, October 2025). Nel 2025 i volumi complessivi dei movimenti, stimati solo su una parte delle criptovalute, sono stati misurati indicativamente tra i 26 e i 35 trilioni di dollari. (Fonte Banca d’Italia, DLT and Stablecoins: Where Do We Stand?” del 20 aprile 2026). Il numero di utenti globali nel 2025 si è attestato intorno ai 741 milioni con una crescita del +12,4 % rispetto al 2024, (Crypto.com Research, “Crypto Market Sizing Report 2025). Per dare concretezza a numeri tanto grandi, li confrontiamo con variabili conosciute: pesano circa il 6 % del valore del mercato azionario USA o quasi il doppio del valore del PIL Italiano, (Fondo Monetario Internazionale IMF, World Economic Outlook Database, October 2025).

La diffusione tra i giovani

Un altro fattore da sottolineare è che sono soprattutto i più giovani ad essere gli utilizzatori di questi strumenti. I nativi digitali li hanno accolti con lo stesso entusiasmo e facilità con cui si muovono in mondi ritenuti più ostili dai “meno giovani”. Il “cripto” è sicuramente un fenomeno generazionale. L’utilizzo e la diffusione degli asset digitali sono guidati in larga parte dalla Generazione Z e dai Millennials: la maggior parte degli utenti di criptovalute ha meno di 40 anni, e forte è la diffusione nei Paesi emergenti. Di conseguenza è facile prevedere che i tassi di sviluppo nei prossimi anni saranno più sostenuti, anche perché il 2024 e il 2025 hanno rappresentato un punto di svolta per le criptovalute dal punto di vista regolamentare. Dopo anni di sviluppo rapido e spesso non strutturato e controllato, le principali economie stanno definendo un quadro normativo più chiaro. Su questo fronte emergono due modelli distinti: da un lato l’Europa, con il regolamento MiCAR; dall’altro gli Stati Uniti, con iniziative come quella del GENIUS Act.

La maggior parte delle transazioni in criptovalute oggi è trasparente e tracciabile perché sempre più collegata a intermediari regolamentati e assoggettati a controlli. Le stime di Chainalysis, società fintech specializzata nell’analisi dei dati su blockchain e utilizzata anche da primarie istituzioni finanziarie internazionali, sono difficili da confermare o confutare. Le loro analisi evidenziano come le transazioni illecite siano meno dell’1% del totale in quanto il portafoglio digitale non ha nome, ma è tracciabile tramite un possibile collegamento con l’identità di riferimento.

I recenti esempi di utilizzo descritti dai media (pagamenti per le navi nello Stretto di Hormuz, dark web, sequestri alla malavita etc.), e la velocità con la quale si impongono i cambiamenti tecnologici suggeriscono però la necessità di mantenere desta l’attenzione ai possibili utilizzi fraudolenti.

La blockchain

Per comprendere le logiche alla base delle criptovalute occorre analizzare almeno tre livelli distinti. Il primo è quello della tecnologia, e in particolare della blockchain. Questa è la base su cui tutto è nato nel 2009 e tutto continua a evolversi.

La blockchain è un registro digitale distribuito. È dunque la componente più importante ed è quella che abilita tutto il resto. È gestito dalla rete e non da una singola persona o entità. In pratica la gestione è affidata a milioni di computer sparsi in tutto il modo che permettono agli utenti di registrare e trasferire informazioni o valore, moneta, proprietà di beni etc., in modo sicuro, trasparente e senza la necessità di un’autorità centrale o di intermediari. La data di nascita della blockchain coincide, e non è certo un caso, con un momento delicato per il sistema finanziario globale. Siamo nel 2008: il fallimento di grandi banche, come Lehman Brothers, conseguente alla crisi dei “Subprime” e i salvataggi pubblici, stavano minando profondamente la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni finanziarie. Per molti, diventava evidente quanto il sistema fosse fragile, poco trasparente e molto dipendente da pochi attori centrali non sempre affidabili. Ecco perché si è concretizzata l’idea, semplice, ma rivoluzionaria di creare un sistema nel quale le persone potessero scambiarsi valore direttamente, senza intermediari, con regole trasparenti e verificabili da tutti.

In questo senso, la blockchain rappresenta una risposta tecnologica a un problema di fiducia. Più che una semplice innovazione, ha rappresentato infatti un cambiamento di approccio: dalla fiducia nelle istituzioni alla fiducia nella tecnologia.

Oggi la blockchain ha “aggiornato” il suo significato e diventa quindi interessante riflettere sul ruolo delle autorità centrali, dalle banche centrali ai sistemi di controllo. Possiamo chiederci: sono attori che possono essere del tutto sostituiti dalla tecnologia? Possiamo permetterci di delegare integralmente il tema della fiducia a codici e regole matematiche, depotenziando relazioni umane ed istituzioni? E tutto questo può davvero servire il Bene Comune?

Le cripto

Il secondo livello è quello delle criptovalute: vedremo nel dettaglio una valuta nativa come il bitcoin, le stablecoin che sono monete digitali il cui valore è ancorato a valute tradizionali, ed infine un caso a sé stante, ovvero il progetto del futuro “Euro Digitale”. Ci sono poi un’infinità di asset digitali dal valore quanto mai effimero che nascono e spesso muoiono come una pura speculazione: sono le cosiddette meme coin, spesso note con l’epiteto di sheet coin, che sono legate a fenomeni di tendenza, la cui emissione e il cui utilizzo sono più simili al gioco d’azzardo o in alcuni casi, alla truffa, che al mondo delle valute e degli investimenti finanziari. Questo apre ad una riflessione sul desiderio dell’uomo di trarre profitto senza alcuna fatica, con l’utilizzo di pseudo strumenti finanziari completamente slegati dall’economia reale e senza nessun apparente ruolo di servizio al bene dell’uomo.

Il bitcoin

Del mondo “cripto” è sicuramente l’elemento più rappresentativo perché è l’oggetto digitale per antonomasia diverso da tutti gli altri. Bitcoin è una criptoasset. Lo si sente chiamare spesso criptovaluta, anche se le valute sono solo quelle emesse dalle Banche Centrali, le cosiddette “Valute Fiat” come l’euro o il dollaro, il cui valore non è ancorato ad un bene materiale, ad esempio l’oro, ma è dato dal valore legale cioè l’obbligo di accettarle come pagamento e dalla fiducia che le persone ripongono nelle istituzioni. Definiamo comunque come “Moneta Digitale” il bitcoin che nasce nel 2009 ed è il primo caso concreto in cui viene utilizzata la blockchain. Pensato come strumento per effettuare pagamenti, ormai è sempre più utilizzato come uno strumento di investimento, per fini speculativi o per avere una vera riserva di valore assimilabile all’oro, tanto da essere chiamato “oro digitale dei giovani” dall’attuale Governatore della Banca Centrale America, Kevin Warsh.

Un bene rifugio

Il valore di riserva gli deriva per la sua quantità limitata: è un bene scarso, ancor più dell’oro che in teoria può prevedere un aumento di disponibilità. Una caratteristica che contribuisce al suo ruolo di bene rifugio. Con un’offerta massima fissata a 21 milioni di unità, immutabilmente definita nel protocollo di emissione pensato dal suo inventore Satoshi Nakamoto, che ancora oggi è un personaggio di cui non si conosce l’identità.

In un’ottica di confronto, le valute tradizionali dalle banche centrali, possono essere stampate all’infinito e questo contribuisce ad inflazionarle e quindi ad eroderne il valore. Anche questo aspetto riflette un’esigenza emersa dopo la crisi del 2008: avere regole chiare e indipendenti dalle decisioni discrezionali delle banche centrali e soprattutto poter disporre di una moneta il cui valore non rischia di essere eroso dall’inflazione soprattutto nei Paesi emergenti, vittime di tassi di inflazione spesso a due cifre.

Ad oggi, sono stati, emessi — o come si dice in gergo “minati” — circa 20 milioni di bitcoin, pari a oltre il 95% dell’offerta massima fissata dal protocollo, l’ultimo bitcoin verrà emesso intorno all’anno 2140. Il processo di emissione, chiamato mining, non è semplice e tramite la stessa modalità vengono validate e registrate le transazioni sulla rete. In termini semplici, il mining consiste in una competizione tra computer per risolvere un problema matematico complesso basato su incentivi economici. Anche qui per far capire la dimensione ormai raggiunta, proviamo a pensare che il valore totale dei bitcoin, rappresenta circa 10% del valore degli investimenti in oro (Deutsche Bank Research, “Bitcoin vs. Gold: The Future of Central Bank Reserves by 2030”, settembre 2025). Diventa quindi fondamentale riflettere in modo critico sul perché milioni di individui, e investitori istituzionali, come Banche, Banche Centrali, Fondi Pensione etc., abbiamo deciso o almeno pensato di acquistare bitcoin considerandolo uno strumento in grado di proteggere i propri risparmi e investimenti come l’oro, nonostante la sua giovane storia e le forti fluttuazioni del prezzo causate dalla speculazione.

Gli investimenti protettivi, se non diventano “idoli”, e adempiono al ruolo di strumenti di difesa del risparmio di una famiglia dall’inflazione e dalle incertezze sistemiche, possono essere considerati utili per il Bene Comune?

Impatto ambientale

Un aspetto controverso è quello riguardante il consumo energetico necessario al processo di produzione e scambio dei bitcoin, che ha in comune con i Data Center legati al settore AI. In realtà sono numerosi gli operatori che ritengono che il bitcoin incentivi invece la produzione di energia green, la facilità di trasporto delle apparecchiature informatiche necessarie al mining permette loro di spostarle vicino a centrali, situate in zone depresse (idroelettriche in particolare), la cui produzione non viene però assorbita completamente per questo scopo: questo ha il duplice effetto di migliorare la sostenibilità economica delle centrali in questione, promuovendo la possibilità di creare nuovi progetti di produzioni rinnovabili in contesti poveri.

Le stablecoin

Le stablecoin sono tra gli asset digitali più diffusi. Funzionano sopra una infrastruttura blockchain con l’obiettivo di mantenere il loro valore uguale a quello della valuta alla quale sono agganciati, ad esempio una stablecoin legata al dollaro dovrà avere lo stesso valore del dollaro cartaceo. Oggi circa il 98% delle stablecoin sono legate alla moneta statunitense, (Fonte: Bank for International Settlements (BIS), Quarterly Review 2025; Fondo Monetario Internazionale (IMF), “The Future of Money”, 2025), quelle legate all’euro sono in divenire. Potenzialmente una stablecoin potrebbe essere legata a qualsiasi oggetto finanziario non digitale (oro, petrolio azioni etc). Le stablecoin rappresentano oggi un’infrastruttura chiave dell’ecosistema digitale. Stanno assumendo un ruolo crescente nei sistemi di pagamento globali come punto di contatto tra finanza tradizionale e innovazione tecnologica.

È interessante valutare gli altri utilizzatori e quali sono alcune delle principali conseguenze geopolitiche che la loro adozione sta determinando. Sono sempre più utilizzati dai lavoratori immigrati nei Paesi del primo mondo, per spedire denaro alle proprie famiglie rimaste nei Paesi di origine. Queste “rimesse”, che sono sempre esistite, hanno costi anche superiori al 20%, con il paradosso che più il Paese di destinazione è arretrato, più il costo tende a salire. L’utilizzo delle stablecoin permette di azzerare questi costi. È interessante pensare che un’istituzione come Bank of America, fondata nei primi anni del ‘900 dal banchiere Amadeo Peter Giannini, si sia sviluppata permettendo ai lavoratori di origine italiana emigrati in America di poter mandare i soldi alle famiglie in Italia con costi e sicurezza accettabili.

Le stablecoin vengono anche utilizzate dai lavoratori di molti Paesi emergenti, che sono caratterizzati da instabilità economica e politica; la caratteristica che spesso accomuna questi Paesi è quella di avere tassi di inflazione molto elevati che erodono stipendi e risparmi. La facilità di accesso a queste monete digitali permette di convertire, di fatto in dollari, i propri risparmi, salvaguardando il potere di acquisto, anche perché spesso, in questi Paesi, non è possibile cambiare i soldi locali in una valuta forte. La funzione di salvaguardia, certamente utile per l’individuo o la famiglia, rende però più fragile la situazione economica del Paese in quanto è l’equivalente di un trasferimento di capitali all’estero.

Gli Stati Uniti hanno capito velocemente l’enorme potenziale di questa innovazione anche per i propri interessi nazionali. L’obbligo per legge degli emittenti delle stablecoin, solo di quelle assoggettate alla nuova normativa Genius Act, di investire nel debito pubblico americano permette agli USA di trovare di fatto milioni di nuovi investitori. Nel corso del 2025 diverse fonti indicano ad esempio che la società Theter, ovvero il più importante emittente delle stablecoin al mondo, è stato il settimo acquirente per dimensione di debito pubblico americano.

Il secondo aspetto da valutare è che la riduzione del ruolo del dollaro come valuta di riserva del mondo è in questo modo “tamponata” dalla diffusione delle stablecoin in molti Paesi asiatici, africani e sudamericani e dall’utilizzo per i pagamenti digitali.

L’Euro digitale

Tutto diverso è l’Euro digitale, che non si attende concretizzarsi prima del 2029 o più probabilmente prima del 2030. È un asset digitale che avrà un suo sistema ad hoc di funzionamento. È infatti la versione elettronica della moneta emessa dalla Banca Centrale Europea, pensata per affiancare il contante e adattare il sistema dei pagamenti all’evoluzione dell’on-line. È valuta della banca centrale, Central Bank Digital Currency, che consentirebbe ai cittadini di effettuare pagamenti in modo semplice, sicuro e immediato, attraverso dispositivi elettronici.

A differenza delle criptovalute, l’Euro digitale sarebbe garantito dalla Banca Centrale Europea. L’obiettivo principale è modernizzare i sistemi di pagamento europei, rafforzando la sovranità monetaria dell’area euro in un contesto sempre più digitale, soprattutto riducendo la dipendenza da operatori privati internazionali. Secondo la Banca Centrale Europea, infatti, circa due terzi delle transazioni con carta nell’area euro risultano effettuate tramite circuiti di pagamento non europei, prevalentemente statunitensi (Visa e Mastercard). (Fonte: European Central Bank (ECB), “The digital euro: enhancing payments in the euro area”, intervento di Piero Cipollone, 19 febbraio 2026.) Allo stesso tempo, il progetto punta a garantire elevati standard di privacy, inclusione finanziaria e accessibilità.

La “tokenizzazione

Infine, il terzo livello è quello delle applicazioni, cioè l’uso concreto della tecnologia.

Qui il passaggio si fa complicato e vi rientrano ambiti complessi da spiegare e tutti da approfondire come i pagamenti digitali, la finanza decentralizzata e la trasformazione di asset reali in asset digitali: ad esempio gli atti di proprietà di una casa, di un’auto, di una azione, di un’opera d’arte, etc., possono essere digitalizzati in strumenti chiamati Token ed essere scambiati tramite la blockchain. Questo processo chiamato “tokenizzazione” dei mercati finanziari potrebbe quindi essere la prossima rivoluzione della finanza. Oggi, ogni transazione finanziaria passa attraverso una catena complessa di intermediari, ma molte di queste funzioni possono essere automatizzate o integrate tramite l’utilizzo anche di contratti ad hoc, gli smart contract.  In altre parole, la “tokenizzazione” è un sistema più semplice e diretto per avere scambi più veloci, costi ridotti e maggiore accessibilità al mondo della finanza.

Una sfida per la Dottrina Sociale

Le criptovalute stanno già cambiando la vita di centinaia di milioni di persone: ci sono ombre ma anche luci dato l’impatto che certi strumenti possono avere sul risparmio delle famiglie. È dunque una realtà che la Dottrina Sociale della Chiesa è chiamata ad approfondire nel dialogo e nel confronto con i protagonisti di questi mondi.

osservatoreromano.va/it/news/2026-07/quo-157/la-sfida-delle-criptovalute-e-della-blockchain.html

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