Il caso dell’Ilva non è più solo una vertenza industriale ma comincia a segnare la fine di un certo
modello di relazioni industriali che il sindacato confederale rappresenta in Italia.
In nessun posto come a Taranto, il sindacato ha smesso di essere l’espressione collettiva della classe lavoratrice per trasformarsi in un corpo estraneo che non riesce ad armonizzare le istanze dei lavoratori con la città circostante e cristallizza una crisi e una distanza tra produzione e territorio ormai davvero insanabile.
Per anni è stata fatta passare l’idea che la salute dell’azienda fosse l’unica garanzia per il benessere della città. Ma quel legame è diventato una trappola. Chi vive sul territorio ha cominciato, nel tempo a non poter più scindere il diritto allo stipendio dal diritto a respirare, ma se il sindacato ed i suoi satelliti continuano a difendere quel modello produttivo come se nulla fosse cambiato, comincia ad apparire indifferente, se non addirittura ostile, agli occhi della comunità.
A forza di guardare solo dentro i cancelli, il sindacato ha perso di vista il mondo fuori e comincia a fare anche difficoltà e non dà voce nè a chi lavora nell’indotto, che spesso vive nella precarietà, nè ai cittadini che subiscono le conseguenze dell’inquinamento. È rimasto bloccato in una difesa d’ufficio, senza capire che, fuori, le priorità sono cambiate. Non è più solo una questione di “futuro industriale del Paese” ma proprio “che tipo di futuro stiamo costruendo” e a quale prezzo.
La mediazione non si è rivelata un punto di forza ma si è trasformata in un alibi per restare sostanzialmente fermi. Difendendo lo status quo per paura che tutto crolli, il sindacato finisce per cristallizzare una sofferenza anziché risolverla. Invece di guidare la transizione con maggiore coraggio, si è arroccato in una posizione di difesa che lo rende sempre più isolato e incapace di parlare alle nuove generazioni, che vedono quella fabbrica più come un peso che come una risorsa.
Ecco perchè il dramma di Taranto è la dimostrazione che il vecchio modello di relazioni industriali ha esaurito la sua spinta propulsiva. Il sindacato paga il conto di aver accettato il ricatto. Ma oggi, se non impari a rimettere il territorio e la vita delle persone al centro della tua visione, rischi di smettere di essere la voce dei lavoratori per diventare solo il custode di un passato che non ha più risposte.
La natura di questo scollamento emerge con brutalità se si guarda alla storia dei rapporti tra vertici sindacali e proprietà dell’acciaieria. Le cronache, inclusi gli articoli giornalistici come quello de Il Fatto Quotidiano del 25 febbraio 2025, su Daniela Fumarola, Segretaria Generale della Cisl, che richiama l’inchiesta Ambiente Svenduto, rivelano un passato in cui il confine tra rappresentanza dei lavoratori e gli interessi della famiglia Riva si era fatto tragicamente labile. Le intercettazioni che vedevano protagonista suo malgrado Daniela Fumarola, all’epoca segretaria territoriale a Taranto, restituiscono l’immagine di un sindacato troppo “in confidenza” con la proprietà e attivo nel coordinamento strategico per neutralizzare le iniziative di monitoraggio ambientale dell’Arpa Puglia.
È la prova plastica di come parte del sindacato si sia fatto, storicamente, scudo della produzione a
scapito del controllo sanitario.
Il miraggio del DRI: l’ennesimo errore di prospettiva.
Oggi, la strada tracciata dalle parti sociali sembra condurre, ancora una volta, verso il passato. Il progetto di insediare quattro impianti per la produzione di DRI, il cosiddetto “ferro preridotto”, alimentati a gas naturale, viene sbandierato dal sindacato confederale come la panacea di tutti i mali, la tanto agognata “svolta ecologica” dell’ex Ilva. Eppure quella del DRI ( peraltro i fondi DRI dedicati a Taranto sono stati recentemente stornati dal governo per altra destinazione – NdR) appare come un’illusione ottica che nasconde, dietro una facciata di modernizzazione, la prosecuzione di una vocazione sempre non sostenibile.
Definire “verde” un impianto alimentato a gas metano è una forzatura logica prima ancora che ambientale. La realtà dei numeri è impietosa . La tecnologia DRI, pur essendo un salto in avanti rispetto all’altoforno tradizionale, mantiene un’impronta carbonica tutt’altro che trascurabile. Parliamo di 1,2-1,5 tonnellate di CO2 emesse per ogni tonnellata di acciaio prodotta.
Sostenere che questo basti a definire l’intervento come una “svolta ecologica” significa perpetuare una narrazione che ignora la crisi climatica in atto. Non si tratta di un’industria pulita, ma di una tecnologia di transizione “di comodo” che rischia di bloccare Taranto in una dipendenza dalle fonti fossili per i prossimi decenni, quando il resto d’Europa corre verso l’elettrificazione e l’idrogeno verde.
Oltre al bilancio emissivo, sono i rischi infrastrutturali a inquietare la cittadinanza. L’installazione di una nave rigassificatrice (FSRU) e la complessa rete di condotte necessarie per alimentare gli impianti aggiungono un layer di pericolosità su un territorio già martoriato. Il mare, elemento identitario e potenziale motore di riscatto economico, viene nuovamente trattato come zona di manovra industriale, sacrificando la tutela dell’ecosistema in nome di una continuità produttiva che stenta a dimostrare la sua redditività a lungo termine.
A questo si somma lo sfregio paesaggistico. Colossi industriali di tali dimensioni non sono solo strutture produttive, ma barriere fisiche e mentali che impediscono definitivamente ogni velleità di riconversione culturale della città. Taranto non può rinascere finché le sue aree di pregio restano prigioniere di una cappa d’acciaio.
Difendere il DRI a ogni costo significa trasformare il sindacato in un difensore di un modello industriale obsoleto, anziché in un mediatore di progresso. Il “lavoro” non può più essere l’alibi per giustificare la distruzione di un ecosistema che, a sua volta, garantisce la salute e il futuro dei lavoratori stessi, delle loro famiglie e della città.
L’ambiente come Capitale, non come Esternalità
L’ambiente non può continuare ad essere considerato una “variabile dipendente”, un costo da minimizzare o un’esternalità negativa da gestire con compensazioni ma come una infrastruttura primaria. Un ecosistema sano, mare pulito, bonifica delle falde, riqualificazione urbana, non sono un costo, ma il requisito fondamentale per la creazione di nuovo valore. Il mare di Taranto, la sua posizione geografica e il patrimonio storico-archeologico rappresentano asset economici dormienti. La
rottura radicale consiste nel considerare la bonifica e la successiva conservazione del territorio
come una delle principali industrie del futuro. Non una fine, ma un inizio che genera occupazione qualificata, duratura e non tossica.
I lavoratori devono scegliere di diventare agenti principali della transizione smettendo di accettare la politica di negoziazione sulla “dose” di inquinamento accettabile e iniziando a prentendere una negoziazione sulla qualità della transizione. In questo modello, la nazionalizzazione non è un fine, ma una fase tecnica necessaria per sottrarre i mezzi di produzione (impianti, aree, infrastrutture) alla logica dell’accumulazione. La “Nazionalizzazione” tanto decantata dal Sindacato non può essere il
garante della conservazione di un modello legato all’estrattività del profitto ma deve essere quello di garante dell’esistenza. Nazionalizzare significa blindare il salario dei lavoratori nel passaggio tra il “vecchio mondo” industriale e il “nuovo mondo” della rigenerazione.
Lo Stato non paga più per il “prodotto acciaio”, ma finanzia e gestisce la manodopera per la bonifica e la trasformazione del territorio. In quest’ottica, nazionalizzare è l’atto finale con cui la cittadinanza riprende possesso del proprio destino. Lo Stato diventa il soggetto che rimuove la fabbrica nociva tutelando chi in quell’ostacolo è rimasto intrappolato. La “tenuta sociale” è garantita dal fatto che il lavoratore smette di essere un’appendice della macchina per diventare un agente attivo della
trasformazione, con la certezza che il suo stipendio non dipenda più dai volumi di vendita o dal prezzo dell’acciaio sui mercati internazionali, ma da una precisa scelta politica di salute pubblica e giustizia sociale. La classe lavoratrice come un bene comune a disposizione della collettività per il suo risanamento.
La sfida che Taranto pone oggi non riguarda solo il destino dell’ Ilva, ma il significato stesso della rappresentanza nel XXI secolo. Il sindacato ha un’ultima occasione per non diventare il reperto archeologico di un’era industriale conclusa. Smettere di essere il custode dello status quo e diventare il motore di una transizione che metta finalmente a sistema il capitale umano e quello ambientale.
L’emancipazione di Taranto dal ricatto produttivo rappresenta per tutti una missione di dignità ed una autentica leva di liberazione. Taranto, così come tutto il nostro territorio, non ha bisogno di nuovi padroni, pubblici o privati che siano, ma ha bisogno di riprendere in mano il proprio destino, trasformando il dolore di un passato inquinato nel cantiere di una rigenerazione che appartenga, finalmente, a chi quella terra la abita e la vive ogni giorno. Il tempo della mediazione al ribasso è scaduto.
Oggi è il tempo, per chi lavora, di tornare a essere davvero chiave di volta di tutta la società.
Felisiano Bruni del Collettivo operaio MoAvast -Bari


