Il Papa ieri a Bamenda nel suo intenso discorso sulla pace ha parlato di una “rivoluzione silenziosa”. Sembrerebbe un ossimoro, forse perché siamo abituati al fatto che le rivoluzioni siano sempre grandiose, clamorose, cruente e sconvolgenti. Leone ha in mente un’altra visione della storia in cui il cammino dell’uomo procede grazie all’opera discreta, nascosta, degli ultimi e degli umili che appunto silenziosamente, compiono atti di misericordia, di pietà, di accoglienza. Queste persone sono dei veri rivoluzionari, i rivoluzionari della gentilezza. Nella Fratelli tutti Papa Francesco si sofferma sulla gentilezza sottolineando come essa «quando si fa cultura in una società trasforma profondamente lo stile di vita, i rapporti sociali, il modo di dibattere e di confrontare le idee» e se viene vissuta «ogni giorno, è capace di creare quella convivenza sana che vince le incomprensioni e previene i conflitti» (FT 224).
La gentilezza genera la pace perché nasce da un conflitto che è tutto interiore e combatte il male alla radice. Ne I fratelli Karamazov Dostoevskij ci ricorda che il bene e il male confliggono ma il campo di battaglia è il cuore dell’uomo. Questa lotta interiore è la vera guerra giusta, l’unica “guerra santa” come riconoscono anche i musulmani. Ritorna utile qui un antico proverbio della saggezza rabbinica che dice che per essere felice un uomo deve essere ricco, sapiente e potente, ma il vero uomo ricco non è colui che ha tante cose ma colui che è felice per quello che ha, il vero uomo sapiente non è colui che sa tante cose ma colui che apprende sempre e da chiunque e il vero uomo potente non è colui che comanda su tanti uomini ma su se stesso. Lezione sempre vera, oggi forse ancor di più.
La guerra che l’uomo conduce nel suo cuore quindi genera la pace, quella realtà che come ha ricordato il Papa, «non è da inventare: è da accogliere». Quei “beati” che sono gli operatori di pace sono persone che appunto operano e in genere parlano poco; come dice un altro vecchio proverbio: chi fa non parla e chi parla non fa. Oggi invece soprattutto nel mondo della politica assistiamo alla gara a chi parla di più. Si annunciano tante cose, tante altre si denunciano, ma poco si opera. Con acutezza un fine uomo politico come Aldo Moro affermava che «in politica i problemi non si denunciano ma si affrontano». Oggi sembra una lezione molto lontana nel tempo, totalmente trascurata. In tanti parlano e, soprattutto, lo fanno alzando la voce.
Anche su questo Papa Leone rappresenta un segno di contraddizione, un modo diverso, possibile, di ragionare, dialogare, vivere. Per esempio nel suo primo discorso in Algeria ha usato un’espressione particolare quando parlando del Mediterraneo, del Sahara e del cielo immenso che sovrasta la terra algerina, aveva detto che questi elementi «ci sussurrano che la realtà ci supera da tutte le parti, che Dio è veramente grande e che tutto viviamo alla sua misteriosa presenza». È bello questo verbo, sussurrare. Sembra porsi in quella fascia situata tra la parola e il silenzio, indicando un parlare che accompagna rispettosamente il silenzio, o anche un silenzio che si fa parola, che si rivela eloquente.
Nel 1972 il grande regista svedese Ingmar Bergman realizza uno dei suoi film più famosi a cui dà il titolo Sussurri e grida che potrebbe essere il titolo anche di questa parte iniziale del viaggio del Papa in Africa. Da una parte c’è Leone con la sua postura calma, pacata e questa richiesta di rivoluzione silenziosa per generare la pace; dall’altra parte, invece, c’è la reazione di tanti che gridano, alzano la voce pensando così di vincere, di prevalere.
Una delle cose più commoventi di questo viaggio, come in genere dei viaggi papali, è l’entusiasmo della gente comune, di un popolo che, soprattutto in luoghi come l’Africa, scende per strada e per chilometri accompagna il passaggio del Papa in automobile con grida di giubilo, espressioni di una gioia incontenibile. Non è di questo tipo di grida, sano, vitale, che stiamo parlando ora. Ma di un grido che vorrebbe incutere paura e che invece nasce proprio dalla paura. Un atteggiamento distante da chi opera silenziosamente cercando di rispettare e ascoltare il sussurro che proviene della natura, delle cose, delle storie degli uomini. Questo atteggiamento può permettere quella rivoluzione che cambia veramente le cose trasformandole alla radice.
Tutto infatti per il cristiano parte da quel silenzio che crea le condizione per l’ascolto per la parola, sussurrata, di Dio. È già tutto scritto nel testo che raccoglie la Parola di Dio, in quel brano in cui Dio appare a Elia ma non nel «vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce» e nemmeno nel «terremoto» o nel «fuoco» perché il Signore non era né nel terremoto né nel fuoco; «dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero. Come l’udì, Elia si coprì il volto con il mantello» (1 Re 19, 11-12). Siamo noi in grado oggi di udire questo mormorio? Eppure la rivoluzione della pace passa proprio da qui, dalla nostra capacità di ascoltare, di cogliere il sussurro di un vento leggero.
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