Comunicato Stampa
Conversione in legge del cd. decreto sicurezza e modifiche all’art. 14-ter del d.lgs. 25 luglio 1998, n. 286
Come avvocati, sentinelle della difesa della nostra Costituzione, siamo costretti a prendere nuovamente atto dell’involuzione, che riguarda la cultura giuridica e il patto di convivenza democratica di questo Paese attraverso la lettura del testo della legge di conversione del cd. decreto sicurezza. Un decreto, che già nel suo impianto originario dimostrava la sua natura fortemente e esclusivamente repressiva, senza rispetto della legalita’ costituzionale e senza una reale visione delle problematiche sociali, da cui anche le questioni legate alla sicurezza derivano: strumenti preventivi di polizia attivabili in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, limitazioni alla libertà di riunione, inasprimento delle sanzioni penali e accorpamento ad esse di misure amministrative idonee ad incidere sulle libertà e sulle garanzie costituzionali faticosamente acquisite, compromissione del diritto alla tutela giurisdizionale effettiva degli stranieri destinatari di provvedimenti espulsivi (tutela giurisdizionale che la nostra Costituzione all’art 24 fa tutt’uno con i diritti fondamentali dell’uomo, e non solo dei cittadini, a tutela della dignita’ di tutte le persone).
Restiamo basiti, inoltre dalla volontà di assoggettare anche l’Avvocatura alle pulsioni della più retriva attività politica governativa, cosa che emerge in particolare dalle norme in materia di immigrazione, proprio attraverso l’abolizione del patrocinio a spese dello Stato nei procedimenti di espulsione e, soprattutto, dalla possibilità che – nell’assistenza ad una persona straniera in un procedimento di rimpatrio volontario assistito – gli e le avvocati/e vengano retribuiti/e solo se il rimpatrio effettivamente avviene, fra l’altro dimenticando, in disparte la lesione delle garanzie, che l’obbligazione dell’avvocato e’ di mezzi e non di risultato.
L’Avvocatura è e deve restare libera e indipendente nella determinazione delle scelte difensive dei propri assistiti, senza potere essere condizionata dalla possibilità di ottenere compensi solo se raggiunge pertanto un determinato risultato (e solo uno, peraltro, ovvero quello prediletto dalle attuali forze partitiche che sostengono il Governo).
Una tale previsione, che peraltro vede il coinvolgimento diretto anche del Consiglio Nazionale Forense, costituisce un vulnus nel sistema di garanzie e nella tutela dei diritti, che l’avvocatura è tenuta a garantire e non risponde a finalità di ordine sociale, a cui la nostra attività deve sempre essere rivolta. Vulnus, che è idoneo ad aprire una breccia nella credibilità del nostro ruolo nella società e che ha capacità estensive in molti altri ambiti e contesti.
Facciamo appello agli organismi locali e nazionali di rappresentanza della categoria perché contrastino in ogni sede, anche in ipotesi di approvazione della legge di conversione del cd. decreto sicurezza, queste scellerate previsioni. Auspichiamo infine che tutti i custodi della nostra Costituzione a tutti i livelli intervengano a difesa della nostra legge fondamentale.
Comitato avvocate e avvocati per il No al referendum e per la Costituzione
La “remigrazione” finisce nel decreto Sicurezza: avvocati pagati per convincere i migranti al rimpatrio, di Giulia Merlo
L’emendamento, a firma del centrodestra, prevede che ogni avvocato che abbia fornito assistenza per compilare le carte del rimpatrio volontario venga pagato 625 euro «ad esito della partenza dello straniero», attraverso il Consiglio nazionale forense. Che ha risposto: «Noi non siamo stati coinvolti» e chiede di non essere chiamato in causa perché l’attività «non rientra tra le competenze istituzionali». Ma il decreto va convertito entro il 25 aprile.
L’emendamento presentato a firma di tutti i partiti di maggioranza, come segnalato dal Manifesto suona come uno strumento fattivo per incentivare la remigrazione, tanto cara alla Lega che oggi in piazza manifesta proprio per questo con i Patrioti europei.
COSA PREVEDE
L’articolo “incriminato” è il 30 e il 30 bis, che prevede l’inserimento nel testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione anche il Consiglio nazionale forense tra le «organizzazioni internazionali o intergovernative esperte nel settore dei rimpatri» con cui collaborare e prevede che sia lo Stesso Cnf a occuparsi della «corresponsione ai singoli rappresentanti legali dei compensi ad essi spettanti». Compensi per cosa? Nel caso in cui un avvocato abbia «fornito assistenza al cittadino straniero nella fase di presentazione della richiesta di partecipazione ad un programma di rimpatrio volontario assistito», il legale riceve un compenso di 625 euro – che appunto dovrebbe essere il Cnf ad erogare e preso dai “fondi di riserva e speciali” – ma solo «ad esito della partenza dello straniero».
In altre parole, il testo prevede un incentivo economico per gli avvocati che convincano gli assistiti a ritornare nel paese d’origine. La previsione, che presenta anche potenziali profili di incostituzionalità, rischia di essere anche incompatibile con il codice deontologico dell’avvocatura.
Per converso, il testo prevede un disincentivo a difendere i migranti, perchè viene cancellato il patrocinio a spese dello stato per i migrati che facciano ricorso contro il decreto di espulsione, anche se rientrano dei parametri reddituali che lo consentono.
LE REAZIONI
La norma è stata subito oggetto di polemiche e la prima a segnalarla è stata la senatrice di Avs, Ilaria Cucchi, che la ha definita «gravissima e disumana» oltre che «potenzialmente incostituzionale».
Anche il Partito democratico ha stigmatizzato l’emendamento, parlando di «un premio economico all’avvocato il cui migrante effettivamente parta e torni nel suo Paese di origine» che «lede la stessa dignità dei professionisti», ha scritto Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale Pd.
La deputata M5S Valentina D’Orso, capogruppo in commissione Giustizia, ha parlato di un centrodestra «privo di una coscienza costituzionale, che intende strumentalizzare gli avvocati facendone il mezzo per realizzare le sue scelte politiche sull’immigrazione. E lo fa nel modo più volgare possibile ossia tentando di allettare l’avvocato suscitando un interesse economico personale al rimpatrio del migrante che si sia a lui rivolto per essere assistito e difeso. Una norma che oltre a calpestare diritti e dignità dei migranti getta discredito sull’avvocatura perché nasconde il retropensiero che gli avvocati assistano i migranti e ne promuovano i ricorsi in modo strumentale e per finalità di guadagno».
Riccardo Magi di Più Europa ha scritto al presidente della Repubblica «per sottoporle una preoccupazione di particolare rilievo istituzionale che rappresenta un vero allarme costituzionale, e per chiederle urgentemente un incontro», visto che il decreto arriverà alla Camera senza margini di discussione e dovrebbe essere votato con la fiducia.
AVVOCATI E MAGISTRATI
L’effetto dell’emendamento ha immediatamente suscitato reazioni anche nel mondo dell’avvocatura e della magistratura associata.
I diretti interessati, ovvero gli avvocati, sono intervenuti per voce dell’Organismo congressuale forense, che è l’organo di rappresentanza politica dell’avvocatura. L’Ocf ha lanciato uno stato di agitazione contro la norma, parlando di un «testo che non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro ordinamento» e chiede che «in sede di successivo passaggio alla Camera, si modifichi integralmente il testo». Anche l’Unione camere penali italiane è intervenuta, definendo l’emendamento un modo per «trasformare il difensore in uno strumento delle politiche governative di remigrazione» ed è «una previsione incompatibile con la Costituzione e con i principi più elementari della deontologia forense: l’avvocato non può essere pagato per ottenere l’esito voluto dallo Stato, ma deve assistere il proprio cliente in piena libertà e indipendenza». I penalisti hanno respinto «un’idea di avvocatura servente, subordinata agli obiettivi del potere e retribuita in funzione del risultato richiesto dall’amministrazione». Anche l’Aiga, associazione dei giovani avvocati, ha chiesto la cancellazione della norma: «L’esercizio del diritto di difesa che connota la funzione dell’avvocato non può in alcun modo essere subordinato a qualsivoglia incentivo economico in favore del professionista».
La reazione è arrivata anche dalle toghe progressiste di Area, che parlano di «mortificazione della funzione dell’avvocatura che è la prima sentinella del diritto e dei diritti individuali e non certamente un facilitatore delle politiche governative di remigrazione».
LA DIFESA DEL CENTRODESTRA
Marco Lisei di Fratelli d’Italia, che è anche firmatario dell’emendamento, spiega così il senso della proposta: «Un modo per favorire l’assistenza legale del migrante che sceglie il rimpatrio assistito volontario, che è una procedura stragiudiziale».
Il rimpatrio assistito volontario, infatti, è previsto da una legge del 2011 e prevede che il migrante che decida volontariamente di tornare nel suo paese riceva dall’Italia sia il denaro per il viaggio che un finanziamento (tra i 1500 e i 2000 euro) da poter utilizzare nel suo paese per attivare un’attività economica, pagare un affitto e spese di formazione professionale.
In altri termini, la tesi del centrodestra è che l’avvocato sia incentivato solo a porre in essere attività ostruzionisitiche rispetto al rimpatrio di un migrante, presentando opposizioni e ricorsi. Questo perché solo queste pratiche di natura giudiziale vengono retribuite, attraverso il meccanismo del patrocinio a spese dello stato. Invece, l’emendamento introduce un pagamento anche per attività che favorisca il rimpatrio. Il «compenso» previsto dall’emendamento nel caso di ausilio alla pratica di rimpatrio assistito volontario, dunque, sarebbe una sorta di equivalente del patrocinio a spese dello stato, che in questo caso non scatta.
IL RUOLO DEL CNF
Quanto al ruolo del Consiglio nazionale forense, l’ente di rappresentanza istituzionale dell’avvocatura sarebbe stato chiamato in causa nell’emendamento perché è il soggetto istituzionale sovraordinato agli ordini degli avvocati, che che ammettono al patrocinio a spese dello stato.
A questo ha risposto però direttamente il Cnf, con un comunicato in cui precisa «di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione» e ancora «chiede che il parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali».
In questo senso c’è un’incognita in più: il decreto Sicurezza va convertito entro il 25 aprile e dunque ora ci sarà il rush finale alla Camera dove è già stata posta la fiducia. Modificare il testo a Montecitorio per espungere il Cnf (o l’intera previsione, come chiede Ocf e il centrosinistra) significa che poi il testo dovrebbe tornare a palazzo Madama per essere rivotato. Impossibile o comunque molto complicato, in appena una settimana.
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