La politica come architettura delle possibilità, di Vittorio Pelligra

Non è accettabile un mondo con pochi predestinati seduti a banchetto e molti altri destinati a sperare di ricavarne alcune briciole”. Fa molto bene il Presidente Mattarella a ribadirlo, è uno dei pochi, del resto. Il tema della giustizia sociale – fateci caso – è del tutto sparito dall’agenda politica e perfino dal dibattito pubblico e quasi non ce ne siamo accorti. C’è infatti un modo efficace e quasi impercettibile, di sottrarre le energie dei cittadini dalla rivendicazione di maggiore uguaglianza e dignità. Lo si può fare senza mai dichiararlo apertamente. Basta sviare il loro sguardo dalle istituzioni e farlo concentrare sugli individui, dalle condizioni di vita alle scelte personali, dalle strutture istituzionali al carattere morale. Basta mettere al centro della narrazione prevalente due parole che designano indiscutibili virtù civiche – responsabilità e merito – stravolgendone, al contempo, lentamente ma inesorabilmente, il significato. Così, con il passare del tempo, come nell’esperimento della rana che bolle, ci accorgeremo ad un certo punto, che le persone avranno smesso di preoccuparsi delle disuguaglianze, della povertà, della segregazione, dell’esclusione, del loro futuro e di quello dei loro figli. Avranno smesso di preoccuparsi e quindi di lamentarsene. Avranno, soprattutto, smesso di protestare. E quei pochi che ancora avranno la forza di manifestare il loro dissenso, anche il più giustificato e legittimo, verranno esposti al pubblico ludibrio, insultati come “poveri comunisti” e dichiarati pubblicamente “inutili”. Ecco che la rana è infine stata bollita. Morta.

Dalla giustizia alle colpe individuali
Nel suo ultimo libro Why Social Justice Matters, il filosofo britannico Brian Barry concentra la sua analisi critica sulla straordinaria capacità delle società moderne di giustificare l’ingiustizia, di renderla moralmente accettabile, perfino ragionevole. E così, ai nostri giorni, l’ingiustizia non viene più subita, ma spiegata. Non viene più contestata, perché è ormai interiorizzata. E quei pochi che ancora divergono sono considerati con fastidio e perfino disprezzo. È cronaca di questa settimana.
Tale processo di desensibilizzazione collettiva viene messo in atto attraverso quella che Barry chiama the machinery of social injustice: un meccanismo silenzioso e impersonale, fatto di molti ingranaggi che lavorano insieme. Ad una distribuzione iniziale profondamente ineguale di risorse e opportunità, da un lato, si affiancano, dall’altro, istituzioni che invece di mitigare quei vantaggi tendono ad amplificarli. Il tutto avvolto in una narrazione morale che trasforma le differenze in esiti “meritati”. Il risultato è una società che produce disuguaglianza e, contemporaneamente, la sua diffusa accettazione. Come John Rawls, prima di lui, anche Brian Barry non nega affatto l’esistenza di differenze naturali e sociali tra le persone. Non è questo il focus della critica, perché come Rawls anche lui è convinto che la radice dell’ingiustizia non stia in queste differenze ma nel modo in cui le istituzioni gestiscono gli effetti di tali differenze. Scrive Rawls in Una Teoria della Giustizia – “Nessuno merita né le sue maggiori capacità naturali né una migliore posizione di partenza nella società. Ma, naturalmente, questa non è una ragione per ignorare e ancora meno per eliminare queste distinzioni. Invece, la struttura di base può essere modificata in modo che questi fatti contingenti operino per il bene dei meno fortunati”. È la “struttura di base”, cioè l’insieme delle nostre istituzioni – le norme giuridiche, il sistema economico, la famiglia, la scuola, il welfare – che devono essere disegnate per far sì che le disuguaglianze di partenza non si tramutino in esiti strutturalmente ingiusti, ma vadano a vantaggio dei più fragili. In questo senso Barry riprende da Rawls l’indisponibilità a giudicare gli esiti senza aver valutato prima le condizioni di partenza, così come la necessità di non attribuire responsabilità individuali senza tener conto degli effetti distorsivi della struttura istituzionale. Tale posizione non equivale a negare il ruolo della responsabilità personali. Le persone agiscono, scelgono e quindi devono rispondere delle proprie decisioni. Ma il punto cruciale è il modo in cui tali responsabilità vengono attribuite. Nelle società diseguali, osserva Barry, la responsabilità viene in genere assegnata a valle, è associata agli esiti, collegata ai risultati. In questo modo, però, si ignora del tutto ciò che è avvenuto a monte, si ignora ciò che ha contribuito a generare o a negare la possibilità stessa della scelta. È questo il luogo dello slittamento semantico decisivo. Ciò che è in realtà il risultato di condizioni strutturali viene reinterpretato grazie alla machinery of social injustice come prodotto del carattere individuale. Il successo diventa virtù e merito del singolo e l’insuccesso, invece, deficienza e colpa. È così che la meritocrazia diventa ideologia, una potente tecnologia di legittimazione che non misura il contributo, ma designa vincitori e vinti, eleva i primi e abbatte gli altri. Per questo bisogna lottare per le pari opportunità, si dirà. Non sarebbe sufficiente. Anche qui Barry si rifà a Rawls secondo cui “Eguaglianza di opportunità significa eguale possibilità di sopravanzare i meno fortunati nella ricerca individuale del potere e della posizione sociale”. Per evitare ogni equivoco, su questo punto, per Barry è necessario sottolineare la distinzione tra possibilità formali e opportunità reali; un punto che generalmente il dibattito pubblico tende a trascurare. Dire che tutti possono riuscire perché nessuna regola lo vieta è, per Barry, una caricatura della giustizia. La retorica del “se vuoi, puoi” implica, per esempio, che due ciclisti avranno la stessa opportunità di vincere il Tour de France a patto che entrambi abbiano una bicicletta. Ma non è questo ciò che dovremmo intendere quando parliamo di pari opportunità. Dovremmo intendere condizioni realistiche, non possibilità metafisiche. “Dire che io e Lance Armstrong abbiamo la stessa opportunità di vincere il Tour de France – scrive Barry – solo perché nessuna regola lo impedisce è chiaramente ridicolo [perché] un’opportunità è qualcosa di più di una semplice possibilità formale” (2005, pp. 44–45). Un’opportunità reale non è una porta teoricamente aperta; è una porta che si può attraversare senza pagare costi sproporzionati, senza scommettere tutto su una sola mossa, senza essere penalizzati per errori minimi. Quando la distinzione tra sostanza e forma svanisce, allora l’idea di responsabilità diventa una scorciatoia morale. Serve a spiegare perché non interveniamo sulle condizioni che producono lo svantaggio. Serve a rendere accettabile l’idea che chi resta indietro verrà lasciato al suo destino, perché in fondo se l’è meritato.

Quando l’ingiustizia smette di scandalizzare
C’è una ragione psicologica profonda che spiega il fascino che la meritocrazia esercita su molti, anche in perfetta buona fede. È una spiegazione che ha a che fare con il funzionamento del nostro cervello e con i nostri processi cognitivi. Il meccanismo è potente e pervasivo. Si tratta del cosiddetto hindsight bias, il “bias del senno di poi”: una euristica, una vera e propria scorciatoia mentale, che ci induce, una volta noto l’esito di una scelta, a considerarlo inevitabile, coerente, persino ovvio. E, soprattutto, a ricostruire il percorso che ha condotto dalla decisione iniziale al risultato finale come se fosse stato guidato, fin dall’inizio, da intenzioni lucide e da qualità personali stabili. Il successo, visto ex post, appare sempre come il risultato di scelte giuste; il fallimento, come la conseguenza di scelte sbagliate. Il ruolo della sorte, delle condizioni iniziali, il contributo degli altri, delle protezioni implicite, scompare del tutto. La meritocrazia funziona proprio così: racconta il passato come se fosse stato scritto dal carattere e non dalle circostanze. Barry smonta questa illusione mostrando che, in contesti altamente diseguali, gli esiti non possono essere letti come segnali affidabili di merito. Sono troppo dipendenti da fattori cumulativi, troppo sensibili ai vantaggi iniziali. Ma l’hindsight bias rende la narrazione meritocratica irresistibile. Una volta che qualcuno ce l’ha fatta, tutto sembra dimostrare che era giusto così.

Dove nasce davvero la responsabilità
È qui che la riflessione di Barry diventa decisiva per capire il ruolo della politica e della “struttura di base” rawlsiana. La politica, per lui, non è solo redistribuzione a valle. È “architettura delle possibilità”. È quell’attività attraverso la quale si costruisce il campo da gioco, quel luogo dove le scelte diventano più o meno praticabili, più o meno rischiose, più o meno reversibili. Ignorare questo significa attribuire uguali responsabilità a individui che operano in contesti radicalmente asimmetrici. Significa giudicare le decisioni senza guardare al prezzo dell’errore, che non è mai uguale per tutti.
Immaginiamo due giovani adulti con profili simili. Il primo eredita un bel gruzzolo e alcune case; l’altro no. Sono giovani e hanno davanti a loro scelte importanti. Scelte che saranno determinate necessariamente da ciò che è successo a monte: uno ha le spalle al sicuro, l’altro no. Il primo per questo può permettersi scelte rischiose ma ad alto rendimento: anni e anni di studio a tempo pieno, perché può mantenersi agli studi con gli affitti delle case e quindi non deve lavorare. Il secondo dovrà invece accettare lavori precari e sottopagati, dovrà minimizzare il rischio, perché un errore può causare danni irreversibili. Anni dopo, il primo avrà trovato un lavoro soddisfacente e raggiunto una posizione invidiabile grazie alla sua intraprendenza e al suo impegno. Il secondo avrà ancora un lavoro precario e poche prospettive davanti a lui. E’ chiaramente la conseguenza della sua poca ambizione.

Il punto cieco della politica
Per comprendere il ruolo che la “struttura di base” come “architettura delle possibilità” può giocare nel gestire queste disuguaglianze, proviamo a pensare alla politica fiscale. In Italia, i redditi da capitale e molte plusvalenze sono tassati con logiche proporzionali; il lavoro invece è sottoposto ad aliquote progressive più elevate. Socialmente premiamo le rendite e penalizziamo il lavoro. I ripetuti condoni fiscali, le rottamazioni e le sanatorie, poi, funzionano come segnali potentissimi. Non solo riducono il gettito e distorcono gli incentivi, ma comunicano. Dicono che l’infedeltà fiscale può essere negoziata, rinviata, talvolta premiata, a patto di poterselo permettere. Pensiamo ancora alla tassa sulle successioni che in Italia prevede, per i figli, un’aliquota del 4% ma solo per le cifre superiori a un milione di euro, mentre in Germania l’aliquota può arrivare al 60%. Che cos’è se non un meccanismo che regola la trasmissione intergenerazionale del successo, stabilendo quanto il destino di una persona debba dipendere dallo status della famiglia in cui nasce. In questo senso, una tassazione generosa sulle eredità, come quella italiana, non è affatto uno strumento neutrale. Consolida i vantaggi iniziali e li trasforma prima in opportunità e, a posteriori, in “merito”, bloccando la mobilità sociale. Ecco, quello che ci esorta a fare Brian Barry è valutare criticamente il ruolo giocato da istituzioni come queste, istituzioni che rendono alcuni errori sostenibili e altri fatali. Perché è attraverso questi meccanismi istituzionali che la disuguaglianza prende forma e diventa cumulativa.
Pensiamo ancora al ruolo della scuola. Formalmente egualitaria e universale, ma di fatto profondamente diseguale nella sostanza. In alcune scuole non c’è bisogno che le famiglie integrino nulla: ci sono laboratori funzionanti, palestre, biblioteche, corsi di recupero e di potenziamento, mense e viaggi d’istruzione. In altre, invece, tutte queste cosa mancano o sono fragili, intermittenti, affidate alla buona volontà dei singoli, ai “contributi volontari” delle famiglie. Qui la scuola non amplia le opportunità: le riduce. Gli studenti, però, vengono comunque valutati secondo criteri uniformi, come se avessero avuto accesso alle stesse condizioni di apprendimento. E allora la responsabilità si sposta sui singoli e sulle famiglie: chi può integrare lo fa, chi non può resta indietro. È in questo passaggio che la disuguaglianza istituzionale viene trasformata in colpa individuale. La politica educativa ha costruito percorsi con dotazioni, tempi e rendimenti radicalmente diversi, ma il giudizio morale arriva puntuale a valle, sugli esiti, come se il risultato fosse il riflesso esclusivo del talento e dell’impegno, e non anche – e forse soprattutto – delle condizioni in cui questi hanno potuto formarsi.
Il punto centrale per Barry, sia chiaro, non è abolire la responsabilità o negare il valore dell’impegno. È rimettere la responsabilità al posto giusto e dare merito a chi veramente ce l’ha. Per questo occorre prima valutare il ruolo della responsabilità collettiva e solo dopo quello della responsabilità dei singoli. Prima quella istituzionale e poi quella morale. Perché è la prima che condiziona la seconda e non viceversa.
La retorica meritocratica confonde i piani e nega l’impatto della struttura istituzionale e sociale mettendo tutta l’enfasi sulle responsabilità individuali. In questo modo si divide il mondo in vincitori e perdenti, attribuendo ai primi la virtù e ai secondi la colpa.L’idea che la ricchezza sia un premio e la povertà un fallimento individuale – scrive Barry – è una delle giustificazioni morali più tossiche delle disuguaglianze contemporanee” (p. 103). E ancora “Una società che celebra il successo senza interrogarsi sui presupposti del successo si prepara ad accettare qualsiasi grado di disuguaglianza” (p. 112). E quando credi che chi è povero “se l’è cercata”, non senti più alcun obbligo verso di lui. E quando credi che chi è ricco “se lo merita”, non vedi più alcun vincolo verso di lui. Questa trasformazione narrativa ha effetti devastanti perché cancella la solidarietà tra individui e mina alla radice la coesione sociale.
Per questo una società giusta non è tanto quella che promette che tutti possono riuscire, ma quella che costruisce condizioni tali per cui il fallimento non sia percepito e vissuto come una colpa e il successo non stia lì ad indicare una prova di superiorità morale. Il punto decisivo, nella prospettiva di Brian Barry, non è stabilire chi sia responsabile di cosa, ma quando e a quali condizioni la responsabilità possa essere attribuita senza diventare una finzione normativa. Le società diseguali tendono a fare l’operazione opposta: giudicano gli esiti come se fossero indipendenti dalle strutture che li producono. In questo modo la meritocrazia funziona come dispositivo di legittimazione.
Gli ultimi dati Oxfam mostrano che il 10 % più ricco delle famiglie italiane detiene il 60% della ricchezza nazionale mentre la metà più povera della popolazione solo il 7,4 %. La quota del 10% più ricco è aumentata di oltre 7 punti percentuali negli ultimi 14 anni mentre quella del 50% più povero si è ridotta costantemente. Una crescita della concentrazione che non è spiegabile soltanto con il merito o il contributo individuale, ma è largamente dovuta a un sistema economico “estrattivo in cui privilegi strutturali, eredità e vantaggi acquisiti si accumulano nel tempo, ampliando le distanze tra classi sociali. Una parte consistente della ricchezza diffusa nel paese deriva dalla trasmissione intergenerazionale di patrimonio. Si stima che in Italia oltre il 60% dei grandi patrimoni siano ereditati.
Una società – spiega Barry – può tollerare tali livelli di disuguaglianza solo se riesce a giustificarli moralmente. E’ questo il ruolo della machinery of social injustice, del dispositivo narrativo che sposta la responsabilità dalle condizioni di sistema al livello del singolo individuo. È qui che la politica dovrebbe entrare in gioco modificando l’architettura delle possibilità. Con istituzioni imparziali capaci di neutralizzare gli svantaggi sociali non scelti e di correggere sistematicamente le disuguaglianze di partenza, non limitandosi a garantire pari opportunità puramente formali. Occorre, tutt’altro che un fisco asimmetrico, ma interventi redistributivi forti e universalistici capaci di garantire le condizioni di una cittadinanza realmente eguale. Quando la politica smette di ridisegnare le possibilità e giudica solo i risultati, la meritocrazia cessa di essere anelito di giustizia e si trasforma nell’alibi morale all’inerzia collettiva.

* Vittorio Pelligra, Professor of Economics C-BASS, Center for Behavioral and Statistical Sciences, Director Department of Economics and Business, University of Cagliari

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