Nel suo saggio Le grandi dimissioni, la sociologa Francesca Coin analizza le dinamiche degradanti del mondo del lavoro contemporaneo come causa del crescente numero di dimissioni registrato dopo la pandemia da Covid-19. Quasi 50 milioni di persone hanno lasciato il lavoro negli Usa nel 2022 e questi dati raccontano un’insoddisfazione globale e strutturale. Solo il 4% della popolazione italiana si dice soddisfatta del proprio lavoro (il dato più basso a livello europeo); nel restante 96% crescono coloro che attuano modalità protettive di sopravvivenza: disinvestono energie rifiutando le logiche performative (quiet quitting), si rifiutano di fare straordinari non pagati e di essere reperibili fuori dall’orario di lavoro.
Così ripensavo alla classica domanda che poniamo ai bambini e alle bambine: «Cosa vuoi fare da grande?». Continuare a porla con la stessa disinvoltura del secolo scorso significa fingere che il paesaggio attorno a noi non sia cambiato. Ma se i mestieri della cura non garantiscono la sopravvivenza e le mansioni operative vengono delegate alle macchine, che spazio di immaginario resta e perché continuare a indirizzare il desiderio verso il lavoro?
Proviamo a immaginare altre domande: Dove vorrai vivere da grande? Quante lingue ti piacerebbe imparare? Che paura vorresti superare crescendo?
Così come quando incontriamo una persona nuova, invece di chiedere «Cosa fai nella vita?» — intendendo, di fatto, che lavoro fa — inventiamo nuove domande: «Qual è l’ultimo concerto che hai visto?», «Hai mai desiderato di vivere in un altro periodo storico?».
Forse così impareremo ad avere meno paura di prendere le distanze da quell’io lavorativo che è sempre più motivo di disagio.
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