La nuova enciclica di papa Leone: «Disarmare l’Intelligenza artificiale e superare la teoria della guerra giusta», di Gian Guido Vecchi

«La magnifica umanità creata da Dio si trova oggi di fronte ad una scelta decisiva: innalzare una nuova torre di Babele o edificare la città dove Dio e l’umanità abitano insieme». L’enciclica Magnifica humanitas di Leone XIV «sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale», attesa da mesi e al primo posto nel mondo tra le prenotazioni online, è un testo che in 231 pagine e cinque capitoli, più introduzione e conclusione, affronta i travagli della «quarta rivoluzione industriale», dalla rivoluzione digitale alle guerre, con una preoccupazione essenziale: «Nel tempo dell’intelligenza artificiale, in cui la dignità umana rischia di essere oscurata da nuove forme di disumanizzazione, abbiamo il dovere urgente di restare profondamente umani» (qui il testo integrale dell’enciclica).

Papa Prevost è laureato in matematica pura e sa bene di cosa sta parlando, non è questione di luddismo o diffidenza verso il progresso in sé, «l’umanesimo cristiano non rifiuta la scienza e la tecnica, ma le assume con gratitudine e realismo», perché «la vera alternativa non è tra entusiasmo e paura, ma tra due modi di costruire: un progresso che serve la persona e i popoli, oppure un progresso che li piega a logiche di potere».

Il pericolo vero, piuttosto, è Babele, «una costruzione grandiosa, ma disumana», le ideologie che interpretano il progresso «come superamento dell’umano e che possiamo raccogliere sotto il nome di transumanesimo e postumanesimo», correnti di pensiero «che abitano alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali, inducendo l’entusiasmo per le nuove tecnologie con una visione futuristica di “uomo potenziato” oppure di “uomo ibridato” con la macchina». Per questo è necessario «disarmare l’IA» per «impedirle di dominare l’umano» e «rompere l’ equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare», anche perché «non possiamo considerare l’IA moralmente neutra» e «non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi», un riferimento alle Big Tech: «Ricchezza e potere si concentrano nelle mani di pochi».

Oltre la «guerra giusta»

Custodire la verità, la dignità del lavoro, la giustizia sociale, la pace. Tra i tanti aspetti affrontati dalla prima enciclica di Leone XIV, ce n’è uno destinato a restare storico: il superamento della «guerra giusta» spesso evocata, in questi tempi, dall’amministrazione Trump.

Sono passati più di millecinquecento anni da quando sant’Agostino, nel De Civitate Dei, la formulò la dottrina per primo. Mentre scriveva, il filosofo aveva ben presente il sacco di Roma, compiuto dai Visigoti di Alarico tra il 24 e il 27 agosto dell’anno 410. Ma nel frattempo la guerra è cambiata, tra armi nucleari e IA, e ora è il primo Papa agostiniano della storia a scrivere: «L’umanità sta scivolando nella cultura violenta della potenza, dove la pace non appare più come un compito da assumere, ma come un intervallo precario tra conflitti. Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto». Anche per questo «qualsiasi tentativo o progetto di eliminare o sottomettere una nazione è gravemente immorale e pertanto inaccettabile».

Un mondo disumano

Magnifica humanitas esce oggi ma porta la data del 15 maggio, lo stesso giorno in cui Leone XIII, il Papa del quale Pevost ha scelto il nome, pubblicò nel 1891 la Rerum Novarum, l’enciclica che ha fondati la dottrina sociale della Chiesa. «Ogni generazione riceve in eredità il compito di dare forma al proprio tempo: di far maturare la storia come luogo in cui la dignità di ogni persona sia custodita, la giustizia promossa e la fraternità resa possibile. Ma su ogni epoca incombe il rischio di costruire un mondo disumano e più ingiusto», scrive Leone XIV nell’introduzione.

Il Papa richiama il Magnificat di Maria nel Vangelo di Luca e si riferisce alla «magnifica umanità» che «in Gesù Cristo diventa la Via, la Verità e la Vita, aprendo per ciascuno di noi la strada per crescere verso la pienezza». Ma aggiunge: «Desideriamo entrare in dialogo con tutti gli uomini e le donne del nostro tempo, insieme ai quali prendiamo parte agli avvenimenti, alle domande e alle aspirazioni dell’umanità. Vogliamo individuare, insieme con loro, nuove strade per il bene comune e la promozione di una vita dignitosa per tutti». Nel testo, il Papa cita pure le parole di Gandalf ne Il Signore degli Anelli di J. R. R. Tolkien: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo; il nostro compito è di fare il possibile per la salvezza degli anni nei quali viviamo, sradicando il male dai campi che conosciamo, al fine di lasciare a coloro che verranno dopo terra sana e pulita da coltivare».

La tecnologia nelle mani di pochi

Nel primo capitolo, Leone XIV ripercorre la dottrina sociale della chiesa e il magistero dei predecessori: «Ognuno, assumendo le sfide della propria epoca e leggendo con il Vangelo i mutamenti storici, ha fatto emergere aspetti diversi di un unico patrimonio: la dignità della persona, il valore del lavoro, la destinazione universale dei beni, la solidarietà e la sussidiarietà, la cura del creato, la centralità della pace e della fraternità».

Nel secondo, scrive: «È importante vigilare affinché questa crescita nella coscienza della dignità umana non venga offuscata sotto la pressione di nuove ideologie o di determinati interessi molto potenti nel mondo di oggi». Ed elenca cinque principi fondamentali: il bene comune, la destinazione universale dei beni (comprese «nuove forme di proprietà» come «brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati», scrive: «In un contesto in cui la ricchezza delle nazioni dipende sempre più da conoscenze e tecnologie, quando questi beni restano concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso, si crea un nuovo squilibrio»), il superamento del «paternalismo» e dell’«assistenzialismo» in favore della «corresponsabilità e della solidarietà» e infine la giustizia sociale che ha come «banco di prova decisivo» la questione dei migranti e rifugiati: il modo in cui la società li tratta dimostra «se l’idea di giustizia è guidata dalla paura o dalla fraternità».

Un codice etico sulla IA

Il terzo capitolo dell’enciclica affronta il tema dell’intelligenza artificiale. L’IA può imitare l’uomo, ma non ha coscienza morale, empatia, discernimento spirituale. Bisogna mantenere chiarezza sulle responsabilità di tutti i suoi passaggi («accountability»), definire politiche e quadri giuridici adeguati, vigilanza indipendente, educazione degli utenti. Soprattutto c’è bisogno di un codice etico sottoposto a criteri di giustizia sociale condivisa, perché «non serve un’IA più morale se questa morale è decisa da pochi».

Bisogna «disarmare l’IA» e quindi «sottrarla alla logica della competizione armata, che oggi non è più solo militare ma economica e cognitiva: è la corsa all’algoritmo più performante e alla banca dati più vasta, al fine di consolidare un vantaggio geopolitico o commerciale su tutti gli altri». Si tratta insomma di «impedirle di dominare l’umano» e «sottrarla ai monopoli, renderla discutibile, contestabile, e quindi abitabile». Con buona pace del transumanesimo e del postumanesimo, «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». Per questo «l’umanità – magnifica e ferita – non deve essere sostituita né superata».

Giovani e lavoro

Nel quarto capitolo, Leone affronta la questione della «ricerca della verità» come «un elemento essenziale per la democrazia». Occorre una «ecologia della comunicazione» perché la Rete non diventi uno strumento di «omologazione e dominio». Occorrono tra l’altro trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, tutela dei dati personali e «il rafforzamento dei corpi intermedi, un giornalismo serio e luoghi di confronto in cui contino l’argomentazione e la verifica più che la reazione immediata». Educare all’uso dell’IA, soprattutto i giovani, significa «educare a decidere quando e per cosa non usarla», considera Leone: «La velocità e la facilità con cui si ottiene una risposta o una sintesi rischiano di spegnere il desiderio di porre domande». È un punto essenziale: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA e proteggere i nostri giovani dalla promessa della macchina perfetta, da quella seduzione sottile che fa sembrare inutile il pensiero umano proprio quando è più necessario». E poi c’è la questione del lavoro, «l’idolatria del profitto che sacrifica i deboli», perché , «i “nuovi modi” di lavorare non sono necessariamente migliori» e «gli attuali approcci alla tecnologia possono paradossalmente dequalificare i lavoratori, sottoporli a una sorveglianza automatizzata e relegarli a funzioni rigide e ripetitive». È notevole un passaggio rivolto ai sindacati: «Le organizzazioni sindacali, che la Chiesa ha sempre sostenuto, sono chiamate ad aprirsi alle nuove forme di lavoro e ai nuovi lavoratori, per rappresentarli e difenderli in uno scenario in cui, senza scelte coraggiose, si profilano più povertà e più disuguaglianze, con una moltitudine di esclusi circondati da macchine e sistemi automatizzati che hanno preso il loro posto». Del resto è necessario «superare gli attuali parametri di misurazione del grado di sviluppo da oltre ottant’anni ancorati al concetto di Prodotto Interno Lordo», lo sviluppo di un Paese non si misura solo col Pil ma anche con la dignità del lavoro, la prosperità condivisa, la riduzione delle disuguaglianze, la salvaguardia dell’ambiente. Nella tenuta di un Paese, fondamentali sono la scuola e la famiglia come «bene sociale primario». L’IA, osserva il pontefice, genera anche nuove forme di schiavitù, come nei «corpi segnati, mutilati, consumati» di chi quanti lavora all’estrazione delle “terre rare” necessarie alla tecnologia.

Guerre ibride

L’ultimo capitolo, «la cultura della potenza e la civiltà dell’amore», è quello dedicato alle guerre: «Oggi assistiamo a un vero cambio di paradigma nel discorso pubblico e nelle scelte di riarmo, con una preoccupante riabilitazione della guerra come strumento di politica internazionale, mentre vengono erosi proprio quei criteri etici che ne avevano limitato l’uso… L’opinione pubblica viene progressivamente orientata e assuefatta da narrazioni mediatiche polarizzanti, spesso amplificate da algoritmi che valorizzano lo scontro e la contrapposizione». La rivoluzione digitale determina guerre ibride, «attacchi cibernetici, manipolazione dell’informazione, campagne di influenza, automazione di decisioni strategiche». La situazione del pianeta «è resa ancora più instabile dalla presenza di nuovi attori armati – gruppi jihadisti, milizie private, reti criminali – che segnano la fine del monopolio statale della forza». Il tutto è peggiorato dall’uso di armi guidate dalla IA, «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». Nella crisi del multilateralismo, domina una «Realpolitik irresponsabile» che «semina nelle coscienze e nella cultura la rassegnazione a una guerra ineluttabile, e qualifica la pace e il dialogo come posizioni utopiche o irrazionali». Si tratta invece di disarmare le parole dicendo la verità, costruire la pace nella giustizia, assumere lo sguardo delle vittime prendendo posizione, perché ci sono conflitti in cui «non è giusto rimanere neutrali», scrive il Papa: «Quando siamo davanti a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, ci troviamo davanti a scandali che feriscono l’umanità stessa». Il realismo «sano» è fondato sull’amore: bisogna «diventare realmente consapevoli dell’abisso del male racchiuso nella guerra».

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