La musica come educazione sentimentale, il cinema come esercizio di umanità, Roma come amore e insieme come ferita, la necessità di ritrovare un’etica condivisa e la convinzione che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire l’intuizione di un artista. È questo il filo rosso della lunga conversazione con Carlo Verdone negli studi di Radio Vaticana-Vatican News.
Il celebre, attore e regista romano, di recente al Quirinale per le celebrazioni degli 80 anni della Repubblica, arriva in scooter a Piazza Pia ed è subito accolto con affetto e entusiasmo dalla comunità internazionale dei media vaticani. Poi, davanti al microfono, si lascia andare volentieri a ricordi personali, riflessioni culturali e spirituali e osservazioni sulla società contemporanea. Racconta come un giradischi acceso nella casa di famiglia abbia cambiato la sua vita, spiega perché considera Revolver dei Beatles il suo album preferito, confessa che la musica è la sua vera debolezza e la definisce «una carezza» nei momenti difficili. Ma, tra ricordi di infanzia e quiz musicali, l’intervista si allarga anche ad altri temi. Parla della sua Roma, oggi soffocata dal turismo e dalla mancanza di regole, confessa di aver un sacerdote per amico a Cantalupo in Sabina e individua nella perdita dell’etica familiare uno dei problemi più profondi del nostro tempo. Infine, riflettendo sulle parole di Papa Leone dedicate al rapporto tra arte e algoritmi, afferma con decisione che il colpo di genio nasce soltanto dalla sensibilità umana: un computer può offrire soluzioni, ma non intuizioni. All’inizio della registrazione, a Verdone viene proposto anche a un piccolo quiz musicale: ascoltando soltanto pochi secondi dell’incipit di quattro brani, ne riconosce immediatamente titolo e autore, trasformando il gioco nell’occasione per una riflessione sulle sue preferenze discografiche e sul rapporto tra suono, memoria e immaginazione.
Cominciamo da una passione che forse ti definisce quasi quanto il cinema: la musica. Da dove nasce questo amore?
Nasce in casa. Mio padre, quando lavorava come critico cinematografico per Bianco e Nero, partecipava alle anteprime dei film e spesso tornava con i dischi delle colonne sonore che le case di distribuzione regalavano ai giornalisti. Così entravano in casa musiche come quelle de Il ponte sul fiume Kwai o di Un dollaro d’onore. Per me quel giradischi aveva qualcosa di magico: vedevo il disco ruotare e ne usciva un mondo. Anche mia madre aveva il suo repertorio. Organizzava serate con gli amici e metteva i Platters, Harry Belafonte. Eravamo negli anni Cinquanta e quella musica rappresentava una festa, un momento di condivisione. Piano piano quel giradischi è diventato il centro della mia curiosità. Seguivo il Festival di Sanremo e andavo dalla figlia della portiera del palazzo proponendomi come disc jockey per le feste domenicali. Portavo i quarantacinque giri di Peppino Di Capri, Bobby Solo, Joe Sentieri, Nico Fidenco. Per me era già un modo di vivere la musica.
Poi è arrivato un incontro destinato a cambiare tutto…
Sì. Mio fratello tornò a casa dicendomi di aver speso tutti i soldi che aveva per comprare un disco di un gruppo inglese di cui non sapevo nulla: i Beatles. Mise sul piatto Twist and shout e… Ricordo ancora quella sensazione: la mia vita cambiò in pochi minuti. Pensai che quella fosse la musica che avevo sempre cercato senza saperlo. Corsi da Ricordi, a Piazza Venezia, comprai anche Please please me e Love me do, rompendo il mio salvadanaio. Da quel momento capii di aver trovato qualcosa che mi avrebbe accompagnato per sempre. Era una musica che trasmetteva energia, entusiasmo, dinamismo. Ma soprattutto arrivava in un periodo storico in cui, diversamente da oggi, esistevano prospettive, ideali, voglia di stare insieme. Erano anni in cui si cercava l’aggregazione. Nelle cantine di via Giulia ogni ragazzo imparava uno strumento: chi il basso, chi la chitarra, chi la batteria, chi le tastiere. Era un continuo fare musica. I Beatles aprirono una strada che avrebbe portato ai Rolling Stones, agli Hollies, ai Beach Boys e a una stagione irripetibile. Poi arrivò Bob Dylan, con testi che erano vera cultura. Non c’erano soltanto melodie straordinarie: c’era una riflessione sul mondo. Da allora ho iniziato a collezionare dischi con passione quasi compulsiva. Quando mio padre andò negli Stati Uniti gli chiesi di portarmi quello che avrebbe trovato. Tornò con Blonde on Blonde, il magnifico doppio album di Bob Dylan, e con Sunshine Superman di Donovan. Per me furono tesori.
Ti abbiamo sottoposto a una piccola prova: riconoscere quattro brani ascoltandone soltanto pochi secondi. Li hai indovinati tutti senza esitazione. Ma soprattutto hai spiegato perché quei dischi continuano ancora oggi a emozionarti.
Il primo era She Said she said, tratto da Revolver dei Beatles, che considero uno dei miei album preferiti in assoluto. Per me rappresenta il momento della grande rivoluzione psichedelica del gruppo. Tutta la sperimentazione che culminerà in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band nasce lì. Anzi, personalmente considero Revolver persino superiore. L’apertura con Taxman di George Harrison è straordinaria: finalmente Harrison conquista uno spazio da protagonista. Poi arriva Eleanor Rigby, che rappresenta il lato romantico e perfetto di Paul McCartney. E dall’altra parte c’è John Lennon, che invece incarna l’avanguardia, la ricerca, la sperimentazione più radicale. Il vertice di questo percorso è Tomorrow never knows. Oggi la considero la prima vera canzone psichedelica della storia. La prima volta che la ascoltai, invece, non la capii affatto e pensai persino che fosse brutta. Dopo quindici anni mi sono reso conto che, da sola, valeva l’intero album.
Dopo i Beatles, il secondo brano che ti abbiamo proposto era Ballad of a thin man. Anche in questo caso non hai avuto esitazioni.
No, perché appartiene a quello che considero il mio album preferito di Bob Dylan, Highway 61 Revisited. E poi dentro c’è Like a Rolling Stone, che probabilmente è una delle canzoni più importanti del suo repertorio. Dylan ha avuto un merito enorme: ha dimostrato che una canzone poteva essere anche letteratura, riflessione, racconto della realtà. Prima di lui c’erano grandi melodie, ma con lui il testo assume un peso nuovo. Diventa poesia civile, diventa cultura. Ha cambiato il modo di scrivere canzoni e anche il modo di ascoltarle.
Il terzo brano ci ha portato invece molto più avanti nel tempo: Heartbeat, di David Sylvian e Ryuichi Sakamoto.
Quella è una composizione dei primi anni Novanta che amo profondamente. Ho avuto anche il privilegio di inserirla nel mio film Perdiamoci di vista, durante una scena alla quale sono molto affezionato. Asia Argento interpreta una ragazza paraplegica che desidera fare un bagno di notte in una grande piscina. Riesco a realizzare quel suo desiderio e la musica accompagna quel momento. Per me non è un semplice commento sonoro. È la musica che crea la poesia della scena. Le immagini acquistano un’altra profondità, un’altra delicatezza. Diventano quasi sospese. È un brano struggente, malinconico ma anche rasserenante. Ti accompagna senza invaderti.
Hai detto una cosa molto bella: alcune musiche ti hanno suggerito addirittura delle scene…
Assolutamente sì. E qualche volta mi hanno suggerito perfino il finale di un film. Succede perché la musica lavora sull’immaginazione. A volte è una musica a farmi nascere un’idea narrativa.
L’ultimo brano del nostro piccolo gioco era Us and Them, da The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd.
Altro capolavoro assoluto. Credo che The Dark Side of the Moon sia uno dei più grandi dischi della storia del rock. E Us and Them è una composizione di straordinaria eleganza. Ha una scrittura raffinata, un equilibrio perfetto. C’è quel sassofono meraviglioso di Dick Perry, tra l’altro scomparso recentemente, che accompagna il pezzo. Tutto è misurato, tutto è al servizio dell’atmosfera.
Possiamo dire che il quiz è stato superato brillantemente!
(Ride.) Direi di sì. In realtà io ho pochi vizi. Dovrei smettere di fumare, perché ormai è arrivato il momento di farlo seriamente. Ma il mio vero vizio è la musica. Compro ancora vinili. Se non riesco a trovare il vinile, allora mi accontento del compact disc, ma continuo a cercare, a collezionare, a scoprire. La musica è una compagnia quotidiana.
Il filosofo Friedrich Nietzsche diceva che “la musica è la prova che il mondo non è un errore”.
È una frase bellissima e credo abbia ragione. La musica riesce a rendere il mondo migliore, o almeno a fartelo vedere in modo diverso. Naturalmente non cambia la realtà, ma cambia il tuo sguardo. Se attraversi un momento difficile, se sei amareggiato, deluso o depresso, un brano musicale può diventare una carezza.
Durante il lockdown avevi condiviso una tua playlist molto particolare, fatta soprattutto di musiche notturne, contemplative, quasi meditative. Oggi cosa cerchi quando ascolti un disco?
Continuo a cercare sonorità nuove. Però devo andarmele a cercare da solo, perché non sempre le classifiche o l’industria musicale mi offrono ciò che mi interessa. Penso, ad esempio, a Dua Lipa: è una cantante di talento, sa muoversi sul palco, comunica energia. Ma non è quella la musica che arriva al mio cuore. Io preferisco andare alla ricerca di mondi sonori diversi, di arrangiamenti complessi, di personalità artistiche forti. Per esempio adoro Florence and the Machine. Florence Welch possiede una voce straordinaria e una capacità interpretativa rara. La sua musica ha una ricchezza di sfumature che mi affascina. Sono quegli artisti che continuano a sorprendermi e che mi fanno venire voglia di ascoltare ancora.
Lasciamo per un momento la musica e veniamo all’altra grande protagonista della tua vita e del tuo cinema: Roma. Sei profondamente legato alla città in cui sei nato, ma negli ultimi anni hai anche espresso una certa sofferenza per come è cambiata. Se oggi dovessi girare un film sulla Capitale, quale sarebbe la prima inquadratura? Uno scorcio di meraviglia o un dettaglio di ferita?
Temo che sarebbe un dettaglio di ferita. Non perché non riconosca quanto è stato fatto negli ultimi anni: sono stati realizzati sottopassaggi importanti, piazze pedonali, interventi di riqualificazione che hanno restituito dignità a molti luoghi. Sarebbe ingiusto non dirlo. Ma il problema di Roma è più profondo. È una città nata con una struttura urbanistica che non può sostenere il flusso di persone che oggi la attraversa ogni giorno. Le sue strade sono strette, i suoi spazi limitati. Muoversi in automobile è diventato quasi impossibile e spesso è complicato persino farlo in scooter o a piedi. Noi non abbiamo i grandi boulevard di Parigi o le immense arterie di Londra. Roma è fatta di vicoli, di piazze raccolte, di percorsi che appartengono a una storia millenaria. Oggi però quella bellezza rischia di essere soffocata.
Il turismo rappresenta certamente una ricchezza…
E infatti sono felice che Roma sia amata dal mondo intero. Significa lavoro, economia, vitalità. Però bisogna trovare un equilibrio. Ho l’impressione che la città stia diventando sempre più una gigantesca sala da pranzo all’aperto. I ristoranti si allargano progressivamente sulle strade, occupano ogni spazio disponibile e talvolta il passaggio diventa difficilissimo. Ci sono momenti in cui Roma mi ricorda Capri: tavolini ovunque, persone che mangiano mentre un’automobile passa a pochi centimetri. Mi domando come si possa gustare una carbonara con i gas di scarico accanto. Non è una critica ai ristoratori, che dopo il Covid hanno avuto enormi difficoltà e hanno il diritto di lavorare. Ma servono regole. Una grande città vive di libertà, certo, ma anche di ordine.
Il Giubileo, però, ha rappresentato uno stimolo importante per accelerare molti interventi…
Senza dubbio. Quando c’è un grande evento internazionale tutti si impegnano a fare bella figura e molte opere vengono finalmente realizzate. Io stesso, quando ho avuto occasione di trascorrere una giornata accanto al sindaco, ho visto da vicino tanti cantieri e tanti progetti destinati soprattutto alle periferie. Molte cose stanno cambiando e sarebbe sbagliato negarlo.
Resta comunque un amore molto forte?
Assolutamente sì. È la mia città e continuerò sempre ad amarla. Ma confesso che quando arriva il fine settimana sento il bisogno di prendere la macchina e rifugiarmi in campagna. E poi, per una persona come me, vivere il centro storico non è semplice. Ogni pochi passi qualcuno mi ferma per una selfie, un saluto, un ricordo di un film. Sono manifestazioni di affetto che mi commuovono e alle quali non mi sottraggo mai, ma alla fine non riesco più nemmeno a guardare una vetrina o a passeggiare con tranquillità.
Roma è “una grande bellezza” che andrebbe rispettata di più?
Roma continua ad avere un enorme bisogno di regole condivise. Quando mancano le regole, tutto rischia di trasformarsi in una grande anarchia. E allora anche la bellezza finisce per essere soffocata.
Rivedendo i tuoi film mi sono accorto di una presenza, a volte, ricorrente: quella dei sacerdoti. Da don Alfio di «Un sacco bello» al finto padre Spinetti di «Acqua e sapone», dal sacerdote logorroico di «Viaggi di nozze» fino a don Carlo Mascolo di «Io, loro e Lara». È una coincidenza o c’è qualcosa di più?
Forse entrambe le cose. Il primo sacerdote che ho portato sullo schermo nasceva dall’imitazione di un parroco che predicava in un paese dove ho la casa di campagna. Aveva una voce dolcissima, rassicurante, quasi ipnotica. Tornavo a casa e mi divertivo a riprodurne il modo di parlare, le pause, il ritmo. I miei familiari ridevano molto. Da quell’imitazione nacque un monologo che inserii nello spettacolo Tali e quali, nel 1977, e da lì prese forma il personaggio che il pubblico avrebbe poi conosciuto. Credo però che la figura del sacerdote abbia anche una straordinaria forza teatrale. Se la si racconta con rispetto e con misura, può diventare un personaggio di grande umanità e anche di grande comicità.
Forse c’entra anche il fatto che da ragazzo hai frequentato molto l’ambiente ecclesiale?
Sì, certamente. Sono stato lupetto, ho servito Messa per diversi anni e ho ascoltato tantissime omelie. Senza accorgermene ho immagazzinato inflessioni, modi di parlare, atteggiamenti, perfino certe cadenze. Sono materiali che uno porta dentro di sé e che, quando scrive o interpreta un personaggio, riaffiorano naturalmente.
In una celebre canzone Adriano Celentano cantava: «Neanche un prete per chiacchierar». Oggi, a volte, non manca forse una figura capace semplicemente di accompagnare le persone?
Io, fortunatamente, questa figura ce l’ho. A Cantalupo in Sabina c’è don Luca, un sacerdote che stimo moltissimo. È stato missionario in Sud America e porta con sé un’esperienza umana straordinaria. Con lui si parla bene. È una persona equilibrata, pacata. Ti ascolta davvero. Gli voglio molto bene e approfitto di questa occasione per augurargli di ristabilirsi presto da un problema che ha affrontato in questi giorni.
C’è una battuta memorabile, proprio rivolta al prete da Mario Brega nel tuo film «Un sacco bello»: «Manco le basi!». Ecco, secondo te, oggi quali sono le basi che mancano alla nostra società?
Credo che manchi soprattutto l’etica. È una parola che può sembrare astratta, invece riguarda la vita quotidiana. L’etica nasce anzitutto nella famiglia, nell’esempio che i genitori offrono ai figli. Oggi, vediamo spesso padri che vogliono sembrare figli e figli che non trovano più figure autorevoli alle quali guardare. Vediamo adulti impegnati a rincorrere un’immagine eterna di giovinezza, con tatuaggi e interventi estetici, trasformando continuamente il proprio corpo e il proprio volto. Io mi domando: è questo l’esempio migliore? Personalmente amo le persone così come sono. Le imperfezioni raccontano una storia, rendono ciascuno unico. Quando tutti cercano lo stesso modello estetico, finiscono inevitabilmente per assomigliarsi.
Quindi tutto parte dalla famiglia?
Sì, perché è lì che si costruiscono gli strumenti con cui affrontare il mondo. Naturalmente nessun genitore può garantire il futuro dei propri figli. Gli incontri della vita possono essere felici oppure dolorosi. Però una buona educazione offre una bussola. Se una famiglia trasmette principi solidi, quei ragazzi saranno più preparati a distinguere ciò che è giusto da ciò che non lo è.
Vorrei concludere ricordando una frase di Papa Leone, pronunciata nell’incontro con il mondo del cinema nel novembre 2025: «La logica dell’algoritmo tende a ripetere ciò che funziona; l’arte apre invece a ciò che è possibile». Come si difende oggi la libertà creativa?
La creatività nasce dall’anima dell’artista. L’intelligenza artificiale sarà uno strumento prezioso per la medicina, per la chirurgia, per la ricerca scientifica, per l’ingegneria. Sono ambiti nei quali potrà offrire un contributo straordinario. Ma l’arte appartiene a un’altra dimensione. Non puoi chiedere a un algoritmo di avere sensibilità. Non puoi delegargli un’intuizione, una folgorazione, un colpo di genio. Un sistema può elaborare dati, proporre soluzioni, combinare elementi già esistenti. Ma la scintilla creativa nasce dentro una persona, dalla sua esperienza, dalla sua sofferenza, dalla sua memoria, dalla sua immaginazione. La grande creatività appartiene all’essere umano. Il computer può aiutare l’artista. Non potrà mai sostituirlo.
Grazie, Carlo, per questa conversazione.
Grazie a voi. Sono contento perché, invece dei canti gregoriani (ride), oggi a Radio Vaticana abbiamo fatto ascoltare i Beatles.
osservatoreromano.va/it/news/2026-06/quo-137/la-musica-l-anima-e-il-colpo-di-genio.html


