Nel processo attraverso il quale si diventa madri la prima volta, l’ambivalenza è la compagna di viaggio più presente e a tratti più ingombrante e quella forse meno legittimata culturalmente.
Credo sia compagna per certa quota di tutte le madri, ma per me – infarcita di perfezionismo cattolico – incontrarla e riconoscerla è stato un vero e proprio shock, così come un cammino doloroso accettare che non mi lasciasse più, da 15 anni a questa parte. Non saprei dirlo diversamente.
Convinta com’ero che il desiderio di diventare madre sarebbe stato sufficiente a dirigere il gioco del mio passaggio da donna a donna-madre, e che questo sarebbe stato facile e soprattutto “perfetto”, sono rimasta annientata dal provare sentimenti opposti e ugualmente autentici – tra i quali soprattutto il rifiuto – tanto nei miei riguardi, quanto nei riguardi della piccola che cresceva dentro di me.
Parafrasando la felice intuizione dei criteri di papa Francesco in “Evangelii Gaudium”, per cui in uno di questi “la realtà è più importante dell’idea”, per me al contrario l’idea era ben superiore alla realtà! E così, in effetti, sulla maternità mi era stato insegnato, detto in milioni di modi, passato implicitamente con simboli, pratiche, atteggiamenti, socializzazione, educazione: l’idea, cioè, che diventare madri risolvesse il proprio essere donna. Solo una madre è una donna “vera”; una donna che non è madre non è abbastanza “donna”.
La maternità, in questo modo, finisce per essere un destino, una strada obbligata, la realizzazione del dono perfetto che deve essere accolto con molta gratitudine e gioia, soprattutto in quanto è esclusivo (è prerogativa unicamente delle donne) e deve essere vissuto in modo da obbedire a canoni definiti da chi non ce l’ha, cioè gli uomini … quale potenza è infatti costruire un essere vivente dentro il proprio corpo?
Si presume perciò che mai le donne rinuncerebbero a diventare madri; tanto che reali impedimenti biologici (anche maschili, dei partner), in non pochi casi sono vissuti malissimo.
E quindi non ci lamentiamo, non ci scandalizziamo, se le donne ricorrono alla FIVET per diventare madri biologiche, quando si respira un’aria culturale, sociale, religiosa, che dice che tutto il resto non ha altrettanto valore. In pratica, produciamo l’insoddisfazione e condanniamo come viene risolta. È abbastanza folle in effetti, se ci si pensa bene.
Ancora, è motivo di sospetto e disagio più o meno tenaci, per una cultura tradizionale come la nostra, la nascita e la crescita attuale del movimento childfree (il libro di Alessandro Rosina e Maria Letizia Tanturri, del 2011 si intitola, con una interessante prefigurazione, “Goodbye Malthus. Il futuro della popolazione dalla crescita della quantità, alla qualità della crescita”, ed. Rubbettino), costituito da donne e uomini che consapevolmente decidono di non essere madri e padri per il resto della loro vita. Infatti, è spesso etichettato come ennesima forma di egocentrismo da certa lettura cattolica, ma le domande più profonde – su cosa pensano, sentono, provano le donne che scelgono di non essere madri – non vengono poste, presumendo che siano follie di un’attualità post-moderna, stiracchiata come una coperta troppo corta sia filosoficamente sia sociologicamente, da interpretazioni deresponsabilizzanti e invasioni di critiche social, senza immaginare che forse, dico forse, ci può essere altro.
A questo punto, un certo modo di intendere la fede – ancora vivo e vegeto – che distribuisce destini sopra le teste delle persone, senza incontrare quelle stesse persone davvero, come invece l’incontro con il Vangelo esige, ci mette il famoso carico da undici. La maternità, infatti, deve essere desiderata e, quando si realizza nel loro corpo, le madri devono essere felici, devono essere grate, in quanto hanno ricevuto il dono dei doni … qualunque accadimento è sostenibile, qualunque disagio, qualunque timore; questi e altri ben più importanti disturbi devono essere sopportati in nome di quel dono finalmente ricevuto, con il rischio però di aprire la strada a veri e propri deliri di onnipotenza materni, rischiosissimi, per le donne e per i loro figli e figlie.
Ma da quando un’emozione, come la gioia, può essere derubricata a dovere?
E se invece, anche nel caso di una donna profondamente credente, non fosse così? Non ci fosse alcuna strabordante felicità, alcuna facilità, alcuna forza interiore sovrumana a dirle che è una cosa meravigliosa, che è il dono dei doni, che deve essere grata per sé e per tutte le donne che non hanno potuto, pur avendo voluto?
Io incinta ero lì, nel mezzo, tra il senso di colpa agghiacciante perché non ero così felice come avrei dovuto e come tutti si aspettavano da una parte, e dall’altra il tentativo di dare voce a una gioia reale, ma timidissima, non prorompente, né coraggiosa, forse solo viscerale, che non sapevo dire, né vivere, camminando senza equilibrio e scompostamente su una fune sospesa, oscillante fra sentimenti fortemente ambivalenti che mi facevano sentire un’estranea in casa mia.
Per i membri della mia parrocchia, del mio gruppo di preghiera, della comunità ecclesiale in generale, non dimostravo abbastanza gratitudine, né abbastanza felicità per questo dono inaspettato (inaspettato???) e quindi ero forse percepita, o forse io stessa mi percepivo, come una donna “strana”, non del tutto adatta a ricevere il dono, perché sembrava come se non lo volessi, come se non fossi consapevole dell’immensità immensa che avevo ricevuto.
Però, quella comunità non faceva nulla per aiutarmi a sapere semplicemente che fossi viva e quindi complessa e tormentata, così come quando si dice “il tempo è variabile” e si passa dal sole alle nuvole, alla pioggia, più volte nella stessa giornata – ma questa, in fondo, può essere anche la primavera.
Alcune donne già madri sia da tempo, sia recentemente, anche molto vicine, avevano quasi lo stesso sguardo scrutatore: in fondo ero nel quarantesimo anno di età, avrei dovuto saltare di gioia e di speranza e di gratitudine. Poteva andarmi male in effetti.
Se si volesse trarre un’indicazione da questa mia esperienza, si potrebbe credo individuare la cifra della violenza implicita che soffrono le donne quando ricevono suggerimenti e consigli e indicazioni e avvisi e minacce di gravidanze difficili, di figli non sani, di sforzarsi un po’ di più, di continue allusioni al fatto che è bene “ringraziare Dio”, perché tante hanno provato, ma… e poi pensa alla tua età!
Io invece, contrariamente alla leggenda per cui le madri diventano madri al test di gravidanza positivo e i padri quando li vedono appena nati con i loro occhi, non vivevo alcun senso istintuale di maternità, nemmeno quando sentivo le viscere muoversi per la presenza di Caterina che cresceva. Non ero una leonessa nella savana e nemmeno un’orsa con i suoi cuccioli e neanche una gallina che covava; non mi sentivo fiera, né protettrice, né devota. Mi sentivo solo un contenitore – a tratti, un contenitore tranquillo e abbastanza in pace.
Nel 2022 – Caterina aveva quasi 12 anni – lessi un libro decisamente disturbante, ma decisivo per includere il mio indicibile – “non sono poi così felice, né grata come dovrei” – nel detto possibile – “può succedere e non sei meno donna o meno degna, delle donne per le quali il dissidio interiore di una profonda ambivalenza risulta meno invadente”.
Scritto da Orna Donath, sociologa israeliana, il libro nella versione italiana tradotta da Simona Placidi, si intitola “Pentirsi di essere madri. Storie di donne che tornerebbero indietro. Sociologia di un tabù” (Bollati Boringhieri). È la pubblicazione di una ricerca sul campo, condotta con metodo qualitativo, cioè interviste e narrazioni di vita, che coinvolge alcune donne israeliane di ogni età (dalle giovanissime neomamme, fino alle nonne) accomunate dal rimpianto per la loro maternità, sentimento che le porta ad affermare con convinzione che, se potessero tornare indietro, mai avrebbero avuto i figli e le figlie di cui, invece, sono le madri. Bisogna tener presente che la società israeliana è conservatrice e che il numero medio di figli per donna è un po’ superiore a 3, quindi lo statuto della madre è socialmente molto ben strutturato e riconosciuto. Si legge quindi nel testo: “Il pentimento è concepibile solo alla luce di un esito finale (l’assenza di figli o l’esistenza di un figlio problematico), ma non come esperienza emotiva di una madre che abbia diritto di provare emozioni in maniera autonoma. Da un lato non si contempla che possa esistere o concepire il rimpianto, in quanto esito di un’esperienza individuale di maternità in sé; dall’altro, se non proprio negata, questa forma di rimpianto viene considerata illegittima e deplorevole, anzi, di base la si guarda con incredulità”.
Leggendo di tutto questo dolore, mi chiedevo: tutte le donne che hanno un’esperienza difficile e tormentata della gravidanza e della maternità e quelle che addirittura non avrebbero voluto essere madri, hanno il diritto di parola e di cittadinanza presso Dio? Sono soggetti da curare, da recuperare, da guarire, oppure l’elemento complesso che portano può essere inserito a pieno titolo fra le esperienze possibili del diventare madri? È possibile ascoltare tali narrazioni ambivalenti, se non proprio disturbanti, da parte della comunità ecclesiale, senza che si punti il dito, senza estromettere, escludere, giudicare? Può una donna che vive la propria gravidanza in modo non atteso, né considerato corretto, essere comunque poi una madre appassionatamente amante del proprio figlio o figlia?
E qui vengo a un’ultima questione: il carico del corpo e del parto.
Credo di poter affermare con una certa consapevolezza che, se c’è un errore che il cattolicesimo ha compiuto e ancora compie nella lettura della maternità, è quello di separarla dalla fisiologia del corpo delle donne.
La maternità non è appesa a una fune che scende dal cielo. La maternità entra nel ciclo ormonale delle donne, lo interrompe, sostituisce gli ormoni ordinari con gli ormoni della gravidanza non senza conseguenze, cambia completamente le caratteristiche fisiche dei loro corpi, internamente ed esternamente, e i connotati dei loro volti. Non sempre cresce solo il ventre o viene la nausea fino al terzo mese; spesso accadono ben altre cose, come ad esempio problemi circolatori, diabete gravidico, gastrite, aumento di peso eccessivo, lombalgia, nausea per nove mesi, grave anemia, scialorrea, ecc. e accade anche che alcune di queste trasformazioni gravidiche non rientrino con il parto … ma rimangano. Così come rimane tutto il contributo in cellule staminali che il feto distribuisce nel corpo della madre, sanandolo e rigenerandolo. È uno scambio, ma non paritario: il corpo della donna – senza che ne sia in alcun modo consapevole: si esce, cioè, dal dominio della ragione – diviene culla, cibo, sostegno del nuovo essere umano.
Stessa cosa il parto. La maternità biologica inizia con un evento profondo di separazione, rottura, fatica e sangue e urina e feci. E paura di morte. Tutte le madri che hanno partorito passano da qui: tutte. Anche quelle che, come me, hanno subito un cesareo di urgenza, altrimenti sarebbe morta la figlia e sarebbe morta pure la madre. Queste narrazioni devono entrare nella comunità ecclesiale, nella simbologia del parto, nella comprensione delle donne dall’interno – cioè, per chi sono loro – e dall’esterno – cioè, per come sono viste.
Il parto non è quella cosa che hai tanto dolore e fai tanta fatica, ma poi sei tanto felice per il frutto di quel dolore e di quella fatica. Questa è una favola. Le donne piangono di paura quando vanno a partorire, tremano (come tremavo io) che nemmeno riescono a firmare il consenso informato per il cesareo, urlano per dolori che sono al massimo della scala di sopportazione; nel passato morivano, ma anche oggi accade. Certamente poi tengono il loro bimbo o la loro bimba in braccio e piangono di felicità (non tutte e non sempre); ma la concretezza della vita impone che questa felicità poi passi ben presto e quindi oscilli fra poli diversi, come ogni realtà viva. I figli e le figlie vanno cresciuti e cresciute, e lì sono ben altre lotte e fatiche e dolori e gioie che si devono affrontare a partire dalle notti insonni.
Usare il parto come simbolo di un prima-dopo / difficile-meraviglioso è puerile e falso. A mio avviso questo aspetto andrebbe ben compreso e integrato in modo definitivo nella narrazione cattolica della maternità e nella simbologia associata ad essa. Il refrain del “tutto si sopporta per i figli (e le figlie)” è pura fantasia: se non si è allenate e allenati a trafficare, a conoscere, a sentire e a sopportare anche emozioni e pensieri molto fastidiosi e pericolosi, non si riesce a sopportare proprio nulla in generale, e si può fare del male a sé e ai figli e alle figlie.
L’idealizzazione della maternità biologica sfinisce le donne e le madri reali e tutte le relega in un posto magico, bucolico, dove avere figli e figlie è meraviglioso, che però non esiste nella realtà e nel quale in effetti sono sole, immerse in una narrazione onnipotente e falsa, dove difficilmente riescono a trovare un riscontro autentico alla loro esperienza, minando la compagnia di Dio con loro. Contravvenendo, cioè, alle narrazioni evangeliche, alle esperienze concrete della fede, al bisogno necessario di aiuto accogliente e misericordioso.
La maternità ha una verità pratica ineludibile, che viene prima di ogni speculazione intellettuale che le si voglia attaccare addosso. E per questo una preghiera finale: che si lascino le donne e le donne-madri essere chi sono, e che non si spostino sul terreno dell’onnipotenza, lì possono solo ammalarsi e far ammalare.
*Docente presso la Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma
osservatoreromano.va/it/news/2026-01/dcm-001/la-maternita-oltre-l-idea.html


