La guerra in Iran, il petrolio e le vittime dimenticate, di Stefano Stimamiglio

In queste ore il presidente americano Donald Trump ha affermato che la guerra contro l’Iran sarebbe “quasi finita”, mentre, proprio grazie a questa volenterosa affermazione (avversata da Israele che vuole invece la guerra fino all’annientamento totale del nemico storico iraniano), i mercati petroliferi tirano un sospiro di sollievo e il prezzo del greggio scende lentamente (anche se non scende al momento alla pompa di benzina, figlia delle solite vergognose speculazioni). Proprio qui sta il punto che non possiamo eludere: l’esito di una guerra può essere condizionata dal prezzo del petrolio? E le vittime innocenti? E i danni materiali, anche alle infrastrutture civili? E l’inquinamento a causa del bombardamento di pozzi di petrolio, petroliere e raffinerie in tutto il Golfo Persico? Solo “danni collaterali”? Inorridiamo solo a pensarlo.

E mentre il presidente americano si fa imporre le mani dagli amici evangelical, che benedicono lui e la sua guerra – ottima mossa promozionale con tanto di scatto in posa per cercare di riguadagnare i voti persi grazie agli Epstein files e fare l’occhiolino al mondo “Magaarrabbiato per l’ennesima guerra scatenata dal più guerrafondai degli autocandidati al Premio Nobel – lui ogni giorno cambia idea sullo scopo della sua guerra. Anzi della loro guerra, perché è anche di Netanyahu, e anzi forse soprattutto sua.

Il primo criterio con cui valutare un conflitto sono le vite umane. In Iran si contano già centinaia di morti, probabilmente migliaia, tra cui molti civili e bambini. Addirittura intere classi di studentesse uccise nei bombardamenti. Dietro ogni numero c’è un volto, una famiglia, un futuro spezzato per sempre. Per un cristiano – e per ogni persona dotata di coscienza – questa dovrebbe essere la prima domanda: quale giustizia e quale pace può nascere da una montagna di vittime innocenti? Ogni guerra porta risentimento, odio, solitudine.

C’è poi la questione del diritto internazionale, che ormai parrebbe essere stato definitivamente messo in cantina. Mai l’uso della forza non può diventare uno strumento ordinario di politica estera. Se ogni potenza decidesse di colpire militarmente un altro Stato, perché lo ritiene una minaccia o perché teme conseguenze economiche, il mondo precipiterebbe in una legge della giungla. E forse ormai è già precipitata laggiù grazie ai nuovi signori della guerra dotati delle armi più micidialmente efficaci. La pace non si costruisce bombardando e poi dichiarando che l’operazione è stata una “escursione” fuori porta o che si chiuderà presto.

Un’altra domanda riguarda la responsabilità politica. Nella storia recente abbiamo visto più volte che abbattere o destabilizzare un Paese è molto più facile che ricostruirlo. I casi non si contano. Iraq, Libia, Afghanistan da ultimo anche il Venezuela ci insegnano quanto sia illusoria l’idea di “risolvere” un problema con i bombardamenti. Quando le bombe tacciono, restano le vittime, il caos istituzionale, le milizie, la radicalizzazione, i cartelli della droga. E soprattutto un popolo lasciato con meno prospettive di prima.

Per questo preoccupa anche la sensazione di obiettivi continuamente mutevoli: prima la sicurezza internazionale, poi la caduta del regime, poi la difesa delle rotte petrolifere, ora la necessità di calmare i mercati energetici. Una guerra, ingiustificabile già di suo, diventa così una spirale di forza che si autoalimenta con finte giustificazioni.

La dottrina sociale della Chiesa, per come si è sviluppata negli ultimi decenni, dice che non esiste alcuna “guerra giusta” e che mai essa può essere presa in considerazione come strumento di risoluzione delle controversie internazionali. Per questo oggi la vera domanda non è se il conflitto finirà presto o se il petrolio tornerà a prezzi accettabili. La domanda è un’altra: chi si prenderà cura delle ferite che restano? Chi restituirà un futuro a quelle ragazze, a quelle famiglie, a quel popolo, a quei territori feriti a morte? Finché questa risposta non esiste, e non esisterà mai, parlare di “guerra quasi finita” è solo il tentativo penoso di voltare pagina troppo in fretta dopo aver fatto la frittata. E la coscienza del mondo e di noi cittadini di quel mondo non deve permetterlo.

*Direttore di Famiglia Cristiana

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PRESENTANDOCI

Cercasi un fine è “insieme” un periodico e un sito web dal 2005; un’associazione di promozione sociale, fondata nel 2008 (con attività che risalgono a partire dal 2002), iscritta al RUNTS e dotata di personalità giuridica. E’ anche una rete di scuole di formazione politica e un gruppo di accoglienza e formazione linguistica per cittadini stranieri, gruppo I CARE. A Cercasi un fine vi partecipano credenti cristiani e donne e uomini di diverse culture e religioni, accomunati dall’impegno per una società più giusta, pacifica e bella.


 Carissime/i soci,

 

 venerdi 15 maggio alle ore 22, in prima convocazione, e in seconda convocazione sabato 16 maggio 2026, alle ore 17, presso la sede associativa, è convocata   ufficialmente l’Assemblea ordinaria annuale dei soci (artt. 16-21 dello Statuto) dell’associazione Cercasi un fine APS, anche in via telematica su piattaforma web. 

 

 OdG dell’Assemblea:

 

1.       Approvazione bilancio 2025;

2.       Informazione sullo stato patrimoniale;

3.       Resoconto su attività scuole di politica, gruppo I Care, giornale on line e cartaceo, biblioteca Bice Leddomade, incontri/convegni e presentazioni;

4.       Proposte di attività per l’anno 2026-2027;

5.       Varie ed eventuali.

 

 Per coloro che non possono intervenire in presenza 

 

       –          sarà inviato il link su richiesta degli interessati;

      –       farsi rappresentare dai soci presenti. Ciascun socio, esclusi i componenti del Direttivo, non può essere portatore di più di tre deleghe (art. 19; si allega modulo di delega). 

  

  Sperando di incontrarvi in Assemblea, vi saluto cordialmente e vi ringrazio per quanto fate per la nostra associazione, anche a nome del Direttivo e della Redazione. 

 

  Cassano delle Murge, 9 aprile 2026

 

  Il Presidente

  Rocco D’Ambrosio

 

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