«Ogni individuo ha diritto ad un livello di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere suo e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, all’abitazione, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari».
Leggendo questa solenne formulazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, non si può che rimanere sconcertai davanti anche ad un confronto superficiale con la realtà dei fatti.
L’emergenza abitativa contemporanea non rappresenta soltanto una criticità economica o un disallineamento temporaneo tra domanda e offerta, ma costituisce un vero e proprio strappo nei confronti dei diritti fondamentali. Avere un’abitazione non significa meramente disporre di quattro mura o di un riparo dalle intemperie, bensì possedere un fattore indispensabile per accedere alla stragrande parte dei diritti legati alla cittadinanza.
Come è risaputo, senza un indirizzo di residenza stabile, un individuo scivola in una condizione di invisibilità burocratica che azzera la possibilità di accedere al servizio sanitario territoriale, di sottoscrivere un contratto di lavoro regolare, di aprire un conto corrente o di esercitare il proprio diritto di voto. Per chi si trova privo di un alloggio, la crisi si fa ogni giorno più opprimente e drammatica, trasformando l’assenza di casa in una condanna all’invisibilità sociale. Ciò richiede con urgenza inderogabile un impegno concreto, rapido e incisivo da parte delle istituzioni pubbliche.
Mentre la pressione sociale aumenta, in Europa, emerge una profonda spaccatura tra Paesi che hanno strutturato un welfare dell’abitare e realtà che hanno abbandonato il settore alle sole forze del mercato. In questo scenario la Germania sembra avere una delle politiche più all’avanguardia, infatti il diritto all’abitazione poggia sul sistema del Wohnberechtigungsschein, un certificato che permette alle famiglie a reddito medio-basso di accedere a case a canone calmierato e assicura priorità assoluta in caso di emergenza o di perdita della casa. Anche le iniziative dei privati e delle aziende favoriscono la garanzia di questo diritto: accanto al succitato strumento opera da decenni il modello dell’housing aziendale, dove grandi e medie imprese mettono a disposizione dei propri lavoratori alloggi di proprietà a canoni concordati e accessibili, riducendo la pressione sul mercato libero. L’Austria rappresenta un altro pilastro europeo, con la città di Vienna in cui oltre il sessanta per cento della popolazione risiede in appartamenti comunali o realizzati da cooperative sociali a profitto limitato, come si può facilmente immaginare, ciò rende la vita difficile agli speculatori.
Rimanendo nell’ambito europeo un altro esempio virtuoso ci arriva dalla Francia, dove la legge impone a tutti i comuni di oltre 3.500 abitanti di destinare fino al venticinque per cento degli alloggi all’edilizia sociale, sanzionando le amministrazioni inadempienti. In Italia, al contrario, il settore dell’edilizia residenziale pubblica copre appena il quattro per cento del patrimonio immobiliare complessivo, lasciando la tutela del diritto all’abitazione quasi interamente in balia delle dinamiche speculative private.
Questa assenza di paracadute pubblici esplode con tragica evidenza quando l’emergenza casa incontra eventi sismici e ambientali, come avviene nell’area dei Campi Flegrei, a Pozzuoli e nella città metropolitana di Napoli. Il fenomeno del bradisismo e le recenti scosse di terremoto hanno costretto centinaia di famiglie allo sgombero dando vita a un vero e proprio dramma. Tutta questa gente, scaricata all’improvviso sul mercato della locazione, si è scontrata con un contesto deformato dall’esplosione degli affitti turistici brevi. Il risultato è stato una spietata impennata dei canoni, con prezzi quadruplicati per piccoli bilocali e speculazioni selvagge denunciate da sindaci, parrocchie e associazioni locali, che costringono chi ha perso la propria casa a sostenere costi insostenibili per non finire per strada.
Un drammatico scenario che si fonda su un paradosso contabile e strutturale: il fenomeno della scarsità artificiale di alloggi. Infatti, secondo i rilevamenti ufficiali dell’Istat, in Italia si contano fra i sette e i nove milioni di unità abitative vuote o inutilizzate, cifra che corrisponde a più del venticinque per cento dell’intero patrimonio immobiliare nazionale.
Non c’è dunque una reale mancanza di abitazioni, ma piuttosto si tratta di una strategia più precisa ovvero creare una scarsità artificiale, una possibilità incentivata dall’attuale quadro normativo e di mercato. Mantenere milioni di appartamenti non locati permette ai grandi proprietari e ai fondi d’investimento di ridurre volutamente l’offerta disponibile, facendo lievitare i prezzi di vendita e i canoni di affitto delle poche unità restanti.
Un vero e proprio “cappio speculativo” a cui si affianca il timore della morosità derivante dalla mancanza di garanzie statali e la progressiva conversione di interi quartieri residenziali in strutture ricettive extra-alberghiere, che svuotano le città dei loro abitanti originari.
A fronte di questa crisi profonda che priva migliaia di persone di una dimora dignitosa, le risposte istituzionali appaiono ancora parziali e lente rispetto alla velocità con cui prende piede tale processo.
C’è da dire che, seppure con un certo ritardo, qualche iniziativa è stata presa: Il piano casa nazionale tenta di avviare la ristrutturazione del patrimonio pubblico inagibile e la regolamentazione delle locazioni brevi attraverso l’introduzione del Codice Identificativo Nazionale e l’aumento della cedolare secca per chi gestisce più appartamenti.
Parallelamente, comuni ad alta tensione abitativa come Firenze, Venezia, Roma e Milano cercano di imporre vincoli regolamentari al cambio di destinazione d’uso e all’espansione turistica nei centri storici, supportati dalle nuove direttive europee contro lo stress abitativo che impongono tasse di inoccupazione sulle case mantenute sfitte.
C’è da chiedersi se questi provvedimenti saranno sufficienti, infatti occorre al più presto avviare un piano straordinario che ripristini fondi adeguati, fissi tetti reali ai canoni sul mercato libero e sottragga un sano mercato edilizio alla pura logica del profitto, altrimenti il diritto alla casa continuerà a essere bruciato sull’altare della rendita, condannando le famiglie e le persone più fragili a un’invisibilità priva di garanzie e di futuro.
[religioso OFM, San Severo]


