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Il gioco più bello del mondo, di Davide D'Aiuto

creato da d.daiuto@alice.it — ultima modifica 17/09/2015 11:07
È stato di una vergogna totale ciò che è andato in scena all’interno dello stadio...
Il gioco più bello del mondo, di Davide D'Aiuto

Stadio Bentegodi Verona

 

“Il calcio è l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo”.
Diceva cosi Pier Paolo Pasolini parlando dello sport più bello del mondo. Ma siamo davvero sicuri che sia ancora così?

Fiorentina – Napoli, finale di Coppa Italia, doveva essere uno spettacolo calcistico e scenografico, invece si è trasformata nell’ennesima pagina nera della nostra storia sportiva, e forse neanche l’ultima.

Scontri tra ultrà napoletani e romanisti, con sparatoria e ferito grave annessi, hanno invece fatto da cornice alla gara. È finita qui? Assolutamente no.
È stato di una vergogna totale ciò che è andato in scena all’interno dello stadio.

Un capo ultrà napoletano, Gennaro De Tommaso detto Genny a’ Carogna, affiliato alla camorra, ha chiesto di parlare e trattare con il capitano del Napoli Marek Hamsik.
Dopo quarantacinque minuti di colloqui il capo ultrà dà il suo benestare affinché la partita si giocasse. Lo sconcerto e la vergogna aumenta se si pensa che tutto questo sia avvenuto sotto gli occhi delle tre massime cariche dello Stato ( Presidente della Repubblica, Presidente del Consiglio, Ministro degli Interni) e alle tre massime cariche sportive ( Presidente CONI, Presidente FIGC, Presidente della lega di serie A) inermi.

Ma l’Italia, si sa, non è nuova a simili scene. Basta tornare indietro di pochi anni ed ecco che nel 2007 a Catania, al termine di un derby tutto siculo con il Palermo, avvengono scontri tra ultrà delle due tifoserie. Quel giorno morì l’ispettore di polizia Raciti per mano di Speziale. È propria a Speziale che si riferiva la inguardabile ( perché altri aggettivi sarebbero volgari) maglietta che indossava Gennaro sabato sera, chiedendone la scarcerazione.
Nel 2010 è bastato Ivan Bogdanov detto il terribile a non far giocare Italia – Serbia per la qualificazione ad Euro 2012. Di quella sera gli unici ricordi sono il suo passamontagna e le sue cesoie con cui tagliava la rete di protezione. Si pensò di aver toccato il gradino più basso e invece no. Nel 2012 toccò ai giocatori del Genoa subire l’umiliazione: il capitano M. Rossi consegna le maglie della squadra su indicazione della curva genoana ai capi ultrà rossoblu.

Ora sull’onda dell’emotività si dirà: “ basta chiudiamo gli stadi, chiudiamo tutto, niente pallone.” No non è la soluzione al problema questa. Molto spesso ci si dimentica che allo stadio ci vanno persone educate e rispettose delle regole. Perché dovrebbero pagare anche loro?

Se analizziamo attentamente tutto questo campionato si noterà come dalla prima giornata fino quasi alle ultime si è ridato potere alle curve. Come? È semplice: con la legge sulla discriminazione territoriale. Le curve chiuse per questa legge, pensata male e applicata anche peggio, si sono unite, gemellate si direbbe quasi.
Solo ora i politici si sono accorti che in Italia il calcio non è una questione secondaria.
Per carità non metto in dubbio che dinanzi ai grandi problemi del Paese questa possa sembrare un’inerzia, ma non va sottovalutata come ha fatto la politica finora.
I tornelli e i controlli si sono dimostrati inefficaci, se poi allo stadio fermano un bambino per un tappo di bottiglia d’acqua e fanno invece entrare petardi e fumogeni (cosa vietata).

Il Daspo è risultato inutile, in quanto tutti quelli colpiti vengono allontanati per pochi mesi e poi riammessi allo stadio. Servono misure serie e punitive. Le videocamere di sorveglianza poste all’interno degli stadi devono assicurare alla giustizia coloro i quali non rispettano le regole.

L’Italia deve abbandonare l’idea che lo stadio sia luogo d’impunità.
Deve abituarsi invece all’idea di avvicinarsi quanto prima agli stadi europei perché continuando su questa strada prima o poi l’Europa ci fermerà. Non a caso dopo gli eventi di sabato sera in tutti i maggiori giornali europei, c’erano frasi poco eleganti rivolte all’Italia. Un esempio è quella del The Guardian che sostiene come per giocare in Italia bisogna parlare con la mafia.

È davvero questa l’immagine che vogliamo dare di noi in Europa? È davvero questo l’insegnamento che vogliamo dare i giovanissimi che si affacciano per la prima volta a questo sport? Io credo e spero di no. L’Avvocato Agnelli disse: “Per essere italiani nel mondo, dobbiamo essere europei in Italia.”
Questi eventi, negli stadi europei, non succedono, dunque cerchiamo di restituire alla nostra Patria davvero il gioco più bello del mondo; quello che se sei un tifoso vero ti fa emozionare, e non importa la fede calcistica: si è nemici, metaforicamente parlando, solo per 90 minuti, ma poi è bene ricordarsi che dentro e fuori si è amici e tifosi.

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