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La corruzione: attori e trame

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 12/02/2018 17:52
Il libro di Rocco D'Ambrosio e Francesco Giannella
Titolo

La corruzione: attori e trame

Autore Rocco D'Ambrosio, Francesco Giannella
Editore Mimesis Edizioni
Dati 2018, 108 pagine
EAN

9788857546544

ISBN 88-575-4654-3


(Distribuito da Messaggerie Distribuzione, presente anche nelle Librerie Feltrinelli).


Presentazione del libro dal sito ANSA:

 

Corruzione:confronto docente-pm sui perché di piaga italiana

In libreria 'Corruzione: attori e trame' di D'Ambrosio-Giannella

 

(ANSA) - ROMA, 12 FEB - La corruzione è un fenomeno complesso: molti elementi concorrono a determinarla e si espande con modi e tempi diversi. Ed è ora da un confronto tra un magistrato e un docente di Filosofia politica e di Etica della Pubblica amministrazione che nasce un nuovo volumetto che, partendo dalle definizioni fondamentali dei processi corruttivi, tenta di compiere un'analisi che evidenzia le cause e i possibili rimedi a uno dei mali maggiori del nostro Paese.
Il libro "La corruzione: attori e trame" di Rocco D'Ambrosio e Francesco Giannella (Mimesis, Milano-udine 2018, 98 pp., 10 euro) non affronta la corruzione legata a singoli fatti episodici - presenti in tutte le società, anche in quelle più sane - ma a realtà cosi pervase dalla corruzione, in cui, pur in presenza di leggi ispirate a principi sani, i rapporti politico-sociali-istituzionali si fondano quasi esclusivamente "sull'accantonamento del bene comune in favore di quello personale o meglio sull'uso strumentale del potere pubblico al fine di ottenere o scambiare vantaggi personali".
Il tutto è frutto del dialogo fra un docente universitario e un magistrato, che molto spesso, con differenti approcci, hanno a che fare con attori e trame della corruzione. Il libro presenta e affronta temi inerenti alla natura della corruzione, alle relative indagini giudiziarie al rapporto con le mafie, agli aspetti di ethos civile e quelli di vita cristiana; all'energia morale e alla lotta per debellare la corruzione.

Don Rocco D'Ambrosio è ordinario di Filosofia Politica nella Facoltà di Scienze Sociali della Pontificia Università Gregoriana di Roma, e docente di Etica della Pubblica Amministrazione presso il Dipartimento per le politiche del personale dell'Amministrazione del Ministero dell'Interno. Si è occupato del tema della corruzione in alcuni suoi saggi: "Il potere e chi lo detiene" (2008), "La Malpolitica" (2009), "Come pensano e agiscono le istituzioni" (2011), "Corruptia. Il malaffare in un Comune italiano" (2014), "Ce la farà Francesco? La sfida della riforma ecclesiale" (2016; tradotto in inglese, spagnolo e portoghese). Si occupa di formazione all'impegno sociale e politico, dirigendo il periodico di cultura e politica "Cercasi un fine", e il suo relativo sito web, e coordinando alcune scuole.

Francesco Giannella, in magistratura dal 1986, è procuratore aggiunto a Bari e coordina la Direzione Distrettuale Antimafia. E' stato pubblico ministero anche a Foggia e Trani, dove per un anno ha ricoperto il ruolo di procuratore capo reggente. In tale veste si è occupato di indagini in materia di reati contro la pubblica amministrazione e ha diretto quelle relative al noto disastro ferroviario del 12 luglio 2016. Ha indagato su pubblici amministratori e politici di rilievo.
"In un mondo complesso, come il nostro, incrociare le competenze non è solo una possibilità ma anche un dovere", spiegano gli autori, ricordando anche il loro impegno "di promozione della legalità e giustizia" nelle scuole medie e superiori, in quelle di formazione sociale e politica della rete Cercasi un fine, e "in ambienti laici e di credenti". E anche col loro volume hanno voluto dare "un piccolo contributo alla lotta contro la corruzione". (ANSA).

Un articolo di presentazione degli autori:

La sfida della legalità: un prete e un magistrato riflettono sulla corruzione

di Rocco D’Ambrosio e Francesco Giannella

pubblicato in Repubblica-Bari del 31.1.2018, p. XIII

Non era previsto. Quelle chiacchierate ai tavolini di un bar, o in pizzeria a Cassano, dalla cui terrazza si gode un panorama immenso, fino a Bari e a volte fino a Trani, non avrebbero dovuto essere troppo impegnative. Ma, inevitabilmente, un prete e un magistrato che si ritrovano lì finiscono col parlare di argomenti seri. L’uno e l’altro si raccontano le esperienze e le delusioni di chi crede sempre, crede ancora nella giustizia e tuttavia constata il disastro del Paese.

Oggi nessuno, o quasi nessuno crede che si possa invertire la rotta, che si possa recuperare il Paese, afferrarlo per i capelli prima che anneghi. Che tra loro si parlasse di politica, di giustizia, di cultura, di televisione, di calcio, la conclusione era sempre la stessa.

Un inevitabile scambio di opinioni su temi che vedono entrambi impegnati, con funzioni diverse, ma con la stessa energia di ragazzini - nessuno di loro lo è - che credono non di cambiare il mondo, ma nella urgente necessità di informare, perché si avverta il bisogno di munirsi di farmaci idonei a curare una malattia che ha ammorbato silentemente la società, fino a venderla schiacciata da un’epidemia a cui sembra difficile porre rimedio.

Il desiderio di condividere le riflessioni, quasi un’esigenza insopprimibile di comunicare a tutti che, forse, andando a fondo, scoprendo i meccanismi e le cause della corruzione, le condizioni che la favoriscono, si può riaprire la partita. Le parole di Calvino, nelle Città invisibili, sono state un po’ il punto di partenza: “l’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Questo il contesto semplice e appassionato in cui il libro ha preso vita. Una sfida: scrivere insieme  un saggio in cui un prete, docente, e un magistrato avrebbero provato, ancora una volta, ma per la prima volta insieme, a parlare di corruzione, col preciso intento di fornire elementi, non esaustivi, ma necessari ad avviare una preparazione propedeutica a un impegno teso a promuovere giustizia e legalità.

Il problema è stato l’incontro di due linguaggi profondamente diversi. Però è stato possibile perché, confrontandosi, loro scoprivano principi etici condivisi. Capire che legalità e fede cristiana possono condurre a risultati coerenti, pure attraverso percorsi differenti, è stata la vera scoperta che ha fatto balenare l’idea di mettere in comune le loro riflessioni. Un’operazione impensabile, la cui riuscita è la scommessa di questo lavoro.

Il testo cerca di sondare le ragioni culturali, sociali, etiche ma anche organizzative/amministrative che costituiscono l’origine del fenomeno della corruzione nel nostro Paese, quel terreno fertile in cui mette le radici la mala pianta dell’abuso di potere, dell’interesse privato nella gestione della cosa pubblica. Una ricerca che, con le esperienze dei due autori, così diverse, diventa un originale connubio tra analisi pragmatica dell’operatore giuridico e scansione profonda delle ragioni morali e sociali del decadimento, settore di competenza del sacerdote filosofo.

Si parte da semplici definizioni che spiegano cos’è la corruzione nel nostro sistema giuridico, ma anche cosa sono quelle forme analoghe di corruzione in senso lato, come l’abuso di potere, la concussione, il peculato, l’induzione indebita, e attraversando l’esperienza giudiziaria di chi ha indagato su questi fenomeni, sono stati attinti dalla cruda realtà alcuni parametri fondamentali di quello che viene definito il “terreno fertile della corruzione”, quel terreno che andrebbe rigenerato per sottrarre linfa vitale a chi vive di corruzione. E passare poi a descrivere i percorsi sociologici e culturali che hanno fatto sì che questo Paese sia tra i più corrotti del mondo occidentale; e poi indicare i riferimenti etici, le coordinate con cui orientarsi – per chi crede e forse anche per chi non crede – e trovare una via d’uscita da indicare a chi ancora ha la forza di voler cambiare le cose.

Una proposta di riflessione per tutti, in un linguaggio intellegibile, da proporre a studenti e studiosi indifferentemente. E pensare che quando li vedevano parlare affacciati sulla balconata ad ammirare il panorama, i passanti si chiedevano: chi dei due si sta confessando all’altro? Loro se ne accorgevano e sorridevano.


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Si chiama "Il seggio": è il gruppo territoriale di Cercasi un fine, nato a Minervino, a fine anno 2021.

Esso nasce dall'iniziativa dei soci fondatori e ordinari di Cuf, residenti a Minervino. Il gruppo (attraverso un apposito Regolamento) è un'emanazione territoriale della nostra Associazione, di cui condivide statuo, finalità, contenuti e strategie associative.

Auguriamo al gruppo di essere attivo e proficuo nella ricerca de nostro Fine come don Milani insegna: "Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

 

indirizzo: Vico II Spineto, 2
(c/o Parrocchia S. Michele Arcangelo)
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