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Dignità, accompagnamento e speranza al tramonto della vita. Vivere il morire con umanità di Massimo Serio

creato da Eleonora Bellini ultima modifica 12/07/2020 21:24
Titolo
Dignità, accompagnamento e speranza al tramonto della vita. Vivere il morire con umanità
Autore
Massimo Serio
Editore Gioacchino Onorati editore
Dati 2020, pp. 220 
ISBN
978-88-255-3125-1

Il testo si inserisce nel contesto del dialogo sul “fine vita”. Si analizzano le corde antropologiche e le dimensioni etiche che affiorano al tramonto della vita, ivi comprese quelle emerse in Covid–19. Un compendio di antropologia del limite e di etica dell’accompagnamento, per un favorevole dialogo tra scienze diverse e modelli eterogenei, ma non opposti. L’antropologia inclusiva racchiude la nudità dello homo fragilis e il respiro dello homo sperans. L’etica dell’accompagnamento, tra medicina narrativa e linee assistenziali sanitarie sicure, si prende cura della vulnerabilità terminale. Il senso della speranza e della logoterapia illuminano questo tratto dell’esistenza nell’evidenza che il malato non coincide con la malattia. Un trittico, in un unico volume.

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Massimo Serio, sacerdote della diocesi di Trani Barletta Bisceglie, licenziato in Teologia morale presso l’Accademia Alfonsiana con una tesi sul “fine vita”, è attualmente dottorando presso la stessa. Docente e pubblicista, ha all’attivo articoli e convegni inerenti argomenti di bioetica con il rigore scientifico conferito da studi medici precedenti e da studi filosofici attuali. È assistente dei medici cattolici della diocesi di appartenenza, consulente bioetico del Consultorio e consulente dell’Ospedale Domiciliare Oncologico Fondazione ANT Bt/Nord Barese. Ha conseguito il master in Bioethics in the area of childhood and motherhood presso la LUMSA, il diploma di perfezionamento in Bioetica e Medical Humanities presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma) e il diploma di Alta formazione in Pastorale della Cura e della Salute presso il Centro Lateranense Alti Studi.

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INTRODUZIONE

L’esperienza della malattia, irrompendo nella vita, ne scuote le fondamenta e travolge le certezze fino a quel momento conquistate. Segna un’indicibile frattura nella parabola della storia personale e ne spezza l’integralità, provocando una “disintegrazione del corpo” a cui fa seguito una “disintegrazione del tempo e dello spazio”[1].

Evidentemente una tale realtà diventa ancora più acuta quando si tratta di una affezione morbosa grave e dall’esito infausto. Perché in tal caso si acuisce ulteriormente il senso di fragilità della persona umana, così da far capitolare ogni genere di sicurezza, e mentre l’avvenire diventa più greve, si oscura anche ogni senso di progettualità futura.

Certamente diversi fattori circostanziali influenzano il tipo di risposta in situazioni così compromesse e tra questi alcuni sono di vitale importanza, come per esempio l’età[2] e il sesso, il contesto esistenziale, lo stato sociale, gli atteggiamenti assunti dinanzi alla malattia, le risorse interiori ed il supporto esterno disponibile.

Il progetto delineato in queste pagine mira a far emergere la dignità della persona in quella determinata fase della malattia che è definita terminale.

Non si è voluto delineare un prototipo ben precisato di soggetto malato, in quanto ogni storia di malattia è un’esperienza personale, che richiede un percorso di accompagnamento personalizzato.

Di fatti, nonostante il diverso grado e livello di risposta differenziale, raccontare la persona in questa fase complicata della malattia, significa anche non sottacere evidentemente la realtà della morte. Che a sua volta non può essere trattato come un tema (tra gli altri), perché questo è il tema fondamentale dell’esistenza, in quanto lambisce gli aspetti più profondi e decisivi della persona umana. È qui che si decide l’orizzonte della vita e il suo senso.

Malgrado questa fase della vita sia stata fortemente tecnicizzata, così da rendere la persona un problema da risolvere, l’essere umano è sempre un vivente-mistero. Non un algoritmo, ma una preziosità che persino nell’estrema fragilità, ha bisogno di essere curato con massima passione medica e dedizione umana.

Pertanto in queste pagine, prima ancora di descrivere l’antropologia della malattia o l’eticità di alcuni trattamenti, si è scelto di raccontare innanzitutto la persona malata. Narrare la ricchezza straordinaria dell’essere umano, la cui dignità non viene scalfita dalla morbosità sopravvenuta con estrema virulenza.

Il primo capitolo si occuperà della fondazione antropologica e quindi assiologica per rinsaldare quel personalismo ontologico alla cui base vi è la dignità della persona umana che non si manifesta unicamente in operazioni fattuali. Sicuramente costituiscono l’essere umano e lo contraddistinguono per la precisione con le quali le compie, ma non esauriscono il peso ontologico che lo caratterizza. Perché la dignità appartiene al soggetto vivente e proprio da questo valore intangibile e ineliminabile scaturisce la necessità di un accompagnamento mirato per una vita dignitosa, finanche nel processo del morire e fino alla morte naturale.

Fornite queste basi di ordine non solo metodologico ma soprattutto valoriale, e fondato questo valore sull’essere stesso della persona umana, così da superare ogni forma di pragmatismo medico di natura positivistica, il secondo capitolo ci guiderà nel labirinto della fenomenologia del malato.

A questo punto emergerà chiaramente la realtà lancinante del dolore che seppure fisico, supera la coltre epidermica per raggiungere le radici profonde dell’essere umano che si rifiuta di essere osservato come una macchina cibernetica da esplorare e chiede di essere considerato soggetto di cura.

Pertanto dalla fondazione ontologica scaturisce l’esigenza di un imperativo etico che si traduce in un accompagnamento pluridimensionale, finalizzato ad aggiungere più giorni alla vita e più vita ai giorni.

Determinanti in questa fase della malattia risultano essere le cure palliative, che sono cure totali nel senso che prendono in carico il paziente occupandosi di tutte le sue dimensioni ferite.

In tal modo viene a superarsi quel latente rischio riduzionistico di considerare la persona solo dal punto di vista funzionalistico, attualistico, dunque strumentale perché la persona umana è tale anche se non è più capace di esercitare alcune qualità e attività.

Questo tipo di cammino consente di stimare degno ogni essere umano indipendentemente dal suo stato di salute. Il malato spera di guarire ma anche di essere curato e non abbandonato. Non chiede strade facili e scorciatoie, spesso rivendicate per sensi di colpa che affiorano per il timore di diventare un fardello per gli altri quando l’inabilità sopravvenente richiederà un’assistenza così totalizzante da rischiare di inchiodare al letto anche le persone che dovranno assisterlo.

Lo homo patiens rimane sempre homo sperans, ovvero si tratta sempre di quell’unico soggetto vivente che anche nella malattia grida il suo amore alla vita e invoca l’aiuto necessario per non essere abbandonato nel momento più critico della sua esistenza.

Il terzo capitolo tratteggia proprio questo percorso sottolineando come la speranza è una realtà profondamente umana. Alimenta le radici degli esseri umani così da non precipitarli nella disperazione e dà ristoro anche alle vite doloranti.

In tal caso è apprezzabile il tentativo della logoterapia e di tutte le altre tecniche psicologiche che si mettono al servizio di queste situazioni limite, come quelle appunto del fine-vita.

Attraverso incontri personali e di gruppo, laboratori di medicina narrativa, attività relazionali e circoli di mutuo aiuto, si offre quel decisivo supporto psicologico che aiuti a collocare la personale situazione di dolore in un orizzonte di senso, così da rigenerare processi vitali e provare a riattivare la disponibilità di essere, nonostante tutto, soggetti viventi circondati da affetti e relazioni. Dunque persone che hanno ancora qualcosa da dire alla vita.

Tuttavia la speranza in questa fase della vita non deve risultare illusoria e ingannevole. La vera speranza è quella che prende sul serio la realtà che si vive e chiede verità. Per questo nutrire la speranza in certe fasi complicate della malattia significa anche vivere e rafforzare la pazienza, che è uno dei pilastri della speranza.

Alla base di questo lavoro dunque vi è un costante riferimento all’idea di uomo che si ha in considerazione e che nella malattia sente compromessa non solo la propria integrità fisica, ma anche le dimensioni relazionale, volitiva, intellettiva, affettiva spirituale e attende perciò, oltre alle terapie, sostegno, sollecitudine, attenzione.

Dinanzi a scelte decisive e fondamentali, prima ancora di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato, va precisato chirurgicamente chi è persona umana. È da questo sfondo antropologico che poi scaturiscono successivamente tutte le scelte mediche e chirurgiche e quindi il miglior interesse ed il bene del paziente.

Per aprire il sipario su questa narrazione, scegliamo le parole di Jean-François Malherbe, per il quale

un aspetto che si tende spesso a trascurare è che non si può fare Bioetica seriamente se non ci si appoggia su un fondamento antropologico. Parlo di antropologia in senso filosofico e cioè nel senso di una conoscenza dell’uomo come soggetto nella sua globalità. Ma quale filosofia? Anche questo è un punto molto importante. In una parola: io direi una filosofia umanistica attenta a comprendere l’uomo in tutte le sue dimensioni e perciò un umanesimo il più integrale possibile. Di fatto questo umanesimo per me è quello ereditato dalla tradizione ebraico-cristiana, ma che può essere condiviso anche da chi esplicitamente non si riconosce in essa[3].


[1] Cfr. H. Van der Bruggen, Il malato, protagonista sconosciuto, Armando, Roma 1980.

[2] Interessante a tal proposito lo studio monografico apparso sul n. 76 della Rivista di Medical Humanities: M.L. Sotgiu, La natura, l’uomo, il dolore, «L’Arco di Giano», 76 (2013), pp. 5-204.

[3] J-F. Malherbe, Non si può fare Bioetica seriamente, se non ci si appoggia su un fondamento antropologico, in C. Viafora, Vent’anni di bioetica. Idee. Protagonisti. Istituzioni, Fondazione Lanza – Gregoriana Libreria Editrice, Padova 1990, p. 190.

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