Intelligenza artificiale generativa e psiche umana, di Rosa Pinto

I cambiamenti tecnologici si sviluppano con una rapidità sorprendente, ma la capacità di adattamento umano non segue lo stesso ritmo.

Attualmente, l’IA generativa ha modificato i suoi algoritmi, che in precedenza seguivano una finalità classificatoria, ora invece si sono spinti verso lo sviluppo di immagini, video, testi, nuovi dati e addirittura progetti. Inoltre, la chat GPT [3 utilizza il linguaggio umano e produce testi originali, attingendo dati e contenuti molteplici, presenti in rete. Questo determina nell’utente disorientamento  ed una percezione di inadeguatezza, di impotenza, che si traduce a volte in una passivizzazione, associata alla percezione depotenziata di sé.

La veloce elaborazione delle informazioni ci fa guadagnare moltissimo tempo, non a caso si parla  della società del furto del tempo. Questo vantaggio però non viene colto come opportunità per strutturare nuove relazioni, per pensare, sentire, valutare connessioni, ma per essere efficienti ed investire sempre più verso obiettivi produttivi.

Ci sorprendiamo di fronte a risposte decisionali inattese, impensabili ed incontrovertibili dell’AI ed, ammaliati dalla risposta assertiva, diventiamo passivi al punto da attendere il responso come se si trattasse di un vero oracolo! Dobbiamo ricordarcelo ogni volta.  che le risposte sono solo di tipo probabilistico.

L’IA è uno strumento potente, e come ogni strumento può essere usato per potenziare oppure depotenziare le capacità umane. Per di più, delegando le nostre capacità mentali come la creatività, il pensiero riflessivo e critico, l’intuizione e l’immaginazione si può strutturare in noi l’ atrofia di funzioni della nostra identità e del senso dell’Io.

Purtroppo a volte L’IA generativa conversazionale viene percepita come un’entità, con cui comunicare, al punto da immaginare di sentirsi illusoriamente “riconosciuti”. L’utente può automaticamente agire risposte emotive, cognitive e relazionali simili a quelle vissute con interlocutori umani (Lin,2025)   L’antropomorfizzazione  della macchina innesca  processi psicologici, che producono effetti concreti, ad esempio lo sviluppo di relazioni romantiche o la percezione che la macchina legga la propria mente. Si crea così un rispecchiamento senza opposizione: le espressioni emotive dell’utente vengono proiettate sull’AI e riflesse senza una valutazione critica. Trattasi di una “relazione parasociale” caratterizzata da un’ interazione sincrona, bidirezionale e adattiva.

Inoltre, i sistemi AI (funzionanti 24/24 ore) offrono la disponibilità continuativa e temporale di interfacciamento. Questo elemento è la base su cui si fonda la fiducia nella costruzione di legami sociali umani, caratterizzati da intimità e comprensione reciproca. Le persone connesse possono vivere l’interazione con la macchina come se si trattasse di partner relazionali , dotati di capacità empatiche, anziché considerarli sistemi non coscienti, che simulano funzionalmente la comprensione senza possederla.

L’assenza di giudizio dell’AI percepita facilita la disponibilità dell’utente a condividere informazioni personali, vulnerabilità e contenuti che non si condividerebbero facilmente con interlocutori umani.  Il risultato è un’asimmetria, in cui l’utente si apre emotivamente a un sistema, che non ha alcun interesse genuino per il suo benessere.                                                                                              Purtroppo,  questo surrogato emotivo può sviluppare processi di attaccamento e di dipendenza, aumentando così il distress da separazione,  l’isolamento sociale e la vulnerabilità mentale.

La dipendenza per via dell’illusione di ricevere risposte “su misura” può ridurre l’autonomia decisionale. Per di più, la semplificazione di compiti (riassunti automatici, risposte precompilate,  ecc.) degli strumenti IA possono alterare la capacità di concentrazione e ridurre lo sforzo cognitivo, influenzando negativamente l’apprendimento, soprattutto nei giovani.  Diversamente dalle generazioni precedenti i giovani sperimentano un senso di impotenza e di incapacità, quando sono sprovvisti anche solo temporaneamente di questi mezzi.

Gli effetti sono subdoli, perché si insinuano nel quotidiano, senza campanelli d’allarme immediati!

L’uso eccessivo dell’IA rischia di appiattire la nostra autonomia cognitiva, proprio quando nella nostra realtà storica è prioritario il mantenimento di menti più critiche, creative e flessibili. La sfida sarà quindi educare ad un uso consapevole dell’AI, che potenzi anziché impoverire la mente umana.

Non è l’IA a decidere per noi — siamo noi a decidere quanto delegare.

 

Per questo è cruciale promuovere l’uso consapevole e critico dell’IA, anziché la passivizzazione e la dipendenza cieca. L’uso consapevole e critico dell’intelligenza artificiale richiede di considerarla come uno strumento di supporto e non come una fonte infallibile di verità. Tutto ciò implica la verifica critica della qualità delle fonti e dei dati offerti. Non bisogna fidarsi dei risultati ottenuti, perché i dati possono contenere pregiudizi razziali, di genere o di età. È il caso di supervisionare costantemente gli output per evitare di assimilare automaticamente pregiudizi o punti di vista finalizzati alla manipolazione delle menti.

Per proteggere la privacy è prudente non inserire dati personali o sensibili nei chatbot, riconoscendo che l’IA può generare contenuti errati o parziali. Inoltre, è giusto mantenere il controllo critico per quanto attiene gli ambiti decisionali, didattici o creativi.

Senz’altro è possibile individuare anche buone pratiche per rendere l’IA una risorsa più che un limite per esempio alternare l’uso dell’IA con attività, che richiedano pensiero autonomo (scrittura, dibattito, studio critico). L’IA è da usare come supporto e non come sostituto nei processi decisionali o nell’apprendimento.

L’interazione con l’IA deve diventare un processo evolutivo, che non deve escludere il protagonismo di noi umani!

(Testo consigliato “Umanizzare la modernità” – M. Ceruti, F. Belusci, 2023)

[medico psichiatra -psicoterapeuta]

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