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Sognare con i poveri, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 25/11/2017 13:09
Qualche volta sono tentato di raccogliere le affermazioni che ascolto e leggo a proposito dei poveri, nei nostri ambienti. Diversi fedeli laici, preti, vescovi, cardinali - normalmente in polemica con papa Francesco - ne dicono un po’ di tutti i colori sul problema dei poveri...

 

Il Vangelo odierno: In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.  Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra.  Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”. Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”. E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna» (Mt 25, 31-46).

26 novembre 2017. Qualche volta sono tentato di raccogliere le affermazioni che ascolto e leggo a proposito dei poveri, nei nostri ambienti. Diversi fedeli laici, preti, vescovi, cardinali - normalmente in polemica con papa Francesco - ne dicono un po’ di tutti i colori sul problema dei poveri. Non mi riferisco, ovviamente, a chi cerca di accogliere gli inviti evangelici a soccorrere e amare i poveri, con il cuore, la mente e le braccia. Ho in mente, invece, chi trova mille scuse per non riferirsi ai poveri e, addirittura, prendersela con il papa che lo fa spesso. Che mondo, quello cattolico! Domenica scorsa, giornata della povertà, il mio amico don Lino Larocca ha ricordato giustamente durante l’omelia, in una chiesa del centro città: “Il Papa in fondo ha detto la cosa più ovvia per un credente: amare i poveri! Ma questo è semplicemente il Vangelo. Ci voleva il Papa per ricordarcelo? Evidentemente sì!”.

Va da sé che il soccorrere gli altri, in genere, è una fatica immane. Una complessità di fattori ci può avvicinare agli altri, e ai loro bisogni, come, al tempo stesso ci può allontanare. Amore o odio, accoglienza o razzismo, generosità o avarizia, simpatia o paura degli altri, sembrano combattere in noi continuamente. Essere come La Pira o madre Teresa è il frutto di un lungo cammino. Da dove iniziare? Da molta vigilanza su noi stessi. Odio e razzismo, avarizia e paura degli altri, sono fuori di noi ma anche dentro di noi. Come cristiani dovremmo chiedere sempre al Signore purificazione interiore per liberarci da tante scorie di peccato, per non rimanere tra quelli a cui sarà detto: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”.

La carità, da vivere nell'ambito sociale e politico, è sempre stata un riferimento importante del cattolicesimo democratico, sia dal punto di vista teorico che pratico. Del resto è il nostro Re che ci chiede di essere caritatevoli con tutti. E lo chiede a tutti i suoi figli, in tutti gli ambienti vitali e in ogni circostanza. E non è un discorso politico, o classista, o di schieramento elettorale. E’ un discorso di fede. Parlavo spesso, di queste cose, da giovane seminarista, con Michele Mincuzzi, allora vescovo di Lecce, gli chiedevo spesso il perché dei suoi continui interventi in campo sociale e politico. E come sempre seguiva un confronto profondo, fra un saggio vescovo e un inesperto seminarista. Il caro don Michele mi spiegava come, senza ombra di dubbio, la rivelazione biblica poneva in stretto rapporto la fedeltà a Dio e la fedeltà alle persone umane: non si può lodare Dio nel tempio e dimenticarsi di coloro che hanno bisogno alle porte del tempio o fuori. Non importa se sono italiani o extracomunitari, giovani tossicodipendenti o disoccupati, vittime della criminalità organizzata o anziani, analfabeti o emarginati. L’attenzione di don Michele li abbracciava tutti con amore e competenza.

E qui la testimonianza di Michele Mincuzzi, come quella di Tonino Bello, suo discepolo e amico, di tanti pastori e semplici credenti sulla loro scia, vanno assunte non come richiamo idilliaco e retorico, ma assimilate in un costante confronto con i cammini personali e comunitari. In altri termini: quanto amiamo i poveri? Quanto li soccorriamo? quanto siamo disposti a prendere posizione e pagare di persona perché il Vangelo di giustizia e di pace sia realizzato?

Per i poveri, secondo Mincuzzi, i pastori dovevano alzare la voce, senza nessuna paura. Insistevo nel dire che forse, specie quando si toccavano questioni sociali strettamente connesse a soluzioni politiche, i pastori dovevano essere un po’ prudenti per non incorrere in forme di ingerenza politica o di appoggio a qualche schieramento. Anche qui il sorriso accompagnava il rimprovero, fattomi per ricordare che Gesù non misurava i suoi interventi sulla base di calcoli di potere o di interessi materiali, ma solo sulla fedeltà alla sua missione. «D’altra parte – mi ricordava - il giudizio finale non sarà sull’amore per gli ultimi (Mt. 25)? E allora?» Incalzava.

Mincuzzi, per molti, era un sognatore. Lo erano e lo sono tanti altri: Tonino Bello, Lorenzo Milani, Primo Mazzolari, Mariano Magrassi, Teresa di Calcutta, papa Francesco, Ernesto Olivero, Rigoberta Menchu e tanti altri. Li accomuna quanto ha scritto un altro sognatore, Helder Camara, nelle sue meditazioni notturne, durante il Vaticano II: “Perdonate i sogni. Ho una tale purezza d’intenzioni, tanto amore per la Chiesa, un così grande sogno di vederla in prima linea nella lotta per gli umili e per i poveri!”. A me, è un sogno che dice tanto… E a voi?

Rocco D'Ambrosio

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