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Oltre i dubbi, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 21/07/2016 16:31
Credere sulla parola è, da che mondo è mondo, un’opera molto difficile. Siamo deboli e limitati, siamo molto come Tommaso e, alcune volte, non lo siamo. E‘ la vita.

 

Il Vangelo odierno: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.

Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».

Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».

Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome (Gv 20, 19-31).

7.4.2013: Credere sulla parola è, da che mondo è mondo, un’opera molto difficile. Tommaso non fu molto diversi da noi. Noi avremmo fatto esattamente lo stesso: non credere alla parola degli amici, soprattutto quanto questi ci avessero riferito di un’apparizione e, per giunta, del Maestro! Eppure Tommaso è di più di noi. Forse noi avremmo continuato anche a dubitare anche nei confronti del Cristo, lì vivo e presente, forse anche nel momento in cui ci stesse mostrando mani e fianco trafitti. Forse no. Comunque voglio dire che è naturale richiedere segni di presenza, quasi dimostrazioni. Del resto Gesù non disdegna di apparire otto giorni dopo e di aiutare l’incredulità di Tommaso. Tuttavia c’è un momento in cui bisogna smetter dei dubitare e credere, accettare l’evidenza, fare un salto e buttarsi… nelle mani di chi si mostra. Ci sono molti momenti nella vita in cui ci arrendiamo davanti a quello che ci viene mostrato e cambiamo idee, sentimenti e prassi.

So bene che, in termini di fede, ciò non potrà mai essere un discorso universale. Non tutti possono dire di aver ricevuto segni diretti di interventi di Dio, come fu per Tommaso e per gli altri apostoli. Ed è qui che giunse la beatitudine di Gesù: Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto! Noi siamo tra quelli, con tutta la fatica del caso. Non vedere e credere comunque. Credo che dobbiamo accettare che nella vita ci siano fasi in cui andiamo alla ricerca costante e quasi ossessionata di “segni”, di “vedere per credere”. Forse sono fasi del cammino di maturità - l’impeto giovanile è forse è più simile all’atteggiamento di Tommaso - forse sono momenti di vita che si alternano. Nessun panico. Siamo deboli e limitati, siamo molto come Tommaso e, alcune volte, non lo siamo. E‘ la vita. Dovremmo accettarci come siamo e non temere: Dio lavora anche sui nostri dubbi, come su quelli di Tommaso.

Ho sempre trovato di grande profondità le parole di Primo Mazzolari: “Soltanto nella virilità si comincia ad avere un volto. (...) Quando non c'è più ragione di credere, allora incomincia la fede: quando non c'è più ragione di sperare incomincia la speranza: due virtù che appaiono tali solo sui quarant'anni, quando credere e sperare non son più un fatto istintivo della nostra esuberanza di vita. S'incomincia a credere quando non c'è più nessun trasporto di fede, quando credere è davvero l'unica cosa che buona che ci è rimasta”.

Rocco D’Ambrosio


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