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La tenerezza della carne del fratello, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 17/07/2021 19:24
Si può imparare, la tenerezza? Forse dovremmo prima di tutto imparare a guardarci dentro, a essere onesti con noi nel riconoscere tutte le cattiverie, rifiuti, odi, razzismi e antipatie che coviamo. Dobbiamo riconoscerle ed educarci a gestirle, superarle.

 

Il Vangelo odierno: In quel tempo, gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare.
Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
(Mc 6, 30-34).

18 luglio 2021. Quali sono le “pecore senza pastore”? E io lo sono o posso diventarlo? Così come ne parla il Vangelo, l’essere senza pastore è sinonimo di abbandono, di mancanza di cura da parte di un altro, di stato di bisogno. Geremia (23), a nome di Dio, rimprovera i pastori che hanno “disperso le pecore, scacciate e non se ne sono preoccupati”. Nella Scrittura le pecore sono senza pastore, in termini crudi, per colpa dei pastori, almeno nella stragrande maggioranza dei casi.

Per chi è senza pastore Gesù sente “compassione”. Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano “come pecore che non hanno pastore”. Gli studiosi sono concordi sul considerare quella compassione come una vera e propria tenerezza. Gesù sentì tenerezza per coloro che erano come pecore senza pastore. Gesù sentì compassione e tenerezza per coloro che i pastori avevano dimenticato o maltrattato o rifiutato o condannato o escluso, e via discorrendo. Non mancano gli abbandonati oggi! Anche noi spesso lo siamo. E lo siamo insieme a quelli che hanno bisogno di tenerezza più di noi: i poveri, gli ultimi, i migranti sui barconi, gli anziani e i malati gravi soli, le famiglie colpite dal Covid, per malattia o scomparsa di familiari e cosi via. Papa Francesco direbbe le vittime del nostro sistema che crea “scarti”, a ogni piè sospinto. 

Non ci manca la Parola di Dio, non ci mancano pastori e profeti. Forse ci manca la tenerezza. Sarà forse per questo che Francesco insiste tanto sulla misericordia, sul mostrare, come Chiesa, un volto tenero e accogliente, sull’andare e amare soprattutto i lontani. Ma sarà, anche, per la nostra scarsa tenerezza che non comprendiamo o ci opponiamo a papa Francesco? Ma papa o non papa, è Gesù a mostrare tenerezza per tutti, non solo per i lontani. Infatti agli apostoli dice: “Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’”. E lo dice a coloro che sono da poco ritornati dalla missione che aveva loro affidati. Che tenerezza!

Si può imparare, la tenerezza? Nei nostri ambienti ho spesso sentito risposte del tipo: impariamo da Gesù - imitiamo Lui - preghiamo perché ci renda più teneri. Risposte certamente sacrosante. Ma non bastano. Aiutati che Dio ti aiuta, si dice. Ciò significa che dovremmo prima di tutto imparare a guardarci dentro, a essere onesti con noi nel riconoscere tutte le cattiverie, rifiuti, odi, razzismi e antipatie che coviamo. Dobbiamo riconoscerle ed educarci a gestirle, superarle. 

Non so se dopo la pandemia (e durante) siamo diventati più cattivi; certo è che chi incita all’odio e al razzismo - sia un ministro, un vescovo, un prete, un fedele laico o un cittadino qualsiasi - anche inconsciamente ci spinge a diventare più cattivi e razzisti. C’è quindi una grossa crisi culturale e come cristiani non possiamo né tacere, né far finta di niente.

Che Dio ci aiuti. La sua tenerezza , certamente, è infinita e non finirà mai. A Firenze (10.11.2015) papa Francesco ha detto che troppo che il “confidare nel ragionamento logico e chiaro”, porta a perdere “la tenerezza della carne del fratello”. Che bella e profonda espressione: “la tenerezza della carne del fratello…".

Rocco D’Ambrosio

 

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