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La fede ai tempi della pandemia, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 10/04/2021 09:00
La nostra fede interroga anche la pandemia che stiamo vivendo. Non si tratta solo di pregare - attività necessaria e indispensabile - ma anche di chiederci: cosa ci vuole insegnare il Signore con questa pandemia? Che senso ha? La mia fede mi aiuta a superare le paure? La mia fede mi spinge ad aiutare chi ha di meno in termini di salute, assistenza e risorse economiche? Sto diventando più aperto agli altri e caritatevole, specie verso gli ultimi?

 

Il Vangelo odierno: La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».
Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!».
Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome
(Gv 20, 19-31).

 

11 aprile 2021. Quante conferme abbiamo chiesto nella nostra vita? Tante, tantissime… in amore, come sul lavoro, in famiglia come in gruppo o in società: abbiamo più volte chiesto che fossero confermati sentimenti, promesse, accordi, fiducia, progetti e via discorrendo. Non è vero che Dio non parli, che abbia abbandonato il mondo, in questo momento di pandemia… Pensarlo è una bestemmia. Dio parla, si manifesta, interviene nella storia, salva, come e quando vuole Lui. Ciò che manca è la nostra fede, molto piccola e spesso in crisi.

Come quella di Tommaso: “Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo»”.

La conferma che lui è cerca è fisica: toccare, verificare e riconoscere l’identità del Cristo attraverso segni tangibili. Credere sulla parola è, da che mondo è mondo, un’opera molto difficile. Tommaso non fu molto diverso da quello che oggi siamo noi. Noi avremmo fatto esattamente lo stesso: non credere alla parola degli amici, soprattutto quanto questi ci avessero riferito di un’apparizione e, per giunta, del Maestro! Eppure Tommaso è di più di noi. Forse noi avremmo continuato anche a dubitare anche nei confronti del Cristo, lì vivo e presente, forse anche nel momento in cui ci stesse mostrando mani e fianco trafitti. Forse no. Comunque voglio dire che è naturale richiedere segni di presenza, quasi dimostrazioni. Del resto Gesù non disdegna di apparire otto giorni dopo e di aiutare l’incredulità di Tommaso. Tuttavia c’è un momento in cui bisogna smettere di dubitare e credere, accettare l’evidenza, fare un salto e buttarsi… nelle mani di chi si mostra. 

Ci sono molti momenti nella vita in cui ci arrendiamo davanti a quello che ci viene mostrato e cambiamo idee, sentimenti e prassi. Dubitiamo e anche tanto. Nessun panico. Siamo deboli e limitati, siamo molto come Tommaso e, alcune volte, non lo siamo. E‘ la vita. Dovremmo accettarci come siamo e non temere: Dio lavora anche sui nostri dubbi, come su quelli di Tommaso. 

Parliamo spesso di pandemia, sotto molti e necessari aspetti (sanitari, scientifici, economici, politici), credo che i nostri ambienti (diocesi, parrocchie, gruppi, ordini religiosi, associazioni) dovrebbero moltiplicare (o iniziare) incontri in cui ci chiediamo il senso di ciò che stiamo vivendo alla luce della fede, dei nostri dubbi, del desiderio di vedere Gesù che doni la guarigione a tutti e ci reintroduca nella “normalità”. Non si tratta solo di pregare - attività necessaria e indispensabile - ma anche di dialogare, arricchirci reciprocamente e fare discernimento insieme: cosa ci vuole insegnare il Signore con questa pandemia? Che senso ha? La mia fede mi aiuta a superare le paure? La mia fede mi spinge ad aiutare chi ha di meno in termini di salute, assistenza e risorse economiche? Sto diventando più aperto agli altri e caritatevole, specie verso gli ultimi?

La pandemia è un momento di grande prova. E più grande è la prova, più grande devono essere fede, carità e speranza. Ma esse non nascono dal nulla: sono confermate nella preghiera, nella riflessione personale e nel confronto in famiglia, in gruppo e in comunità.

Ho sempre trovato di grande profondità le parole di Primo Mazzolari: “Soltanto nella virilità si comincia ad avere un volto. (...) Quando non c'è più ragione di credere, allora incomincia la fede: quando non c'è più ragione di sperare incomincia la speranza: due virtù che appaiono tali solo sui quarant'anni, quando credere e sperare non son più un fatto istintivo della nostra esuberanza di vita. S'incomincia a credere quando non c'è più nessun trasporto di fede, quando credere è davvero l'unica cosa che buona che ci è rimasta”. 

Rocco D'Ambrosio 

 

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Il Gruppo "Il Seggio" di Cercasi un fine a Minervino

 

 

Si chiama "Il seggio": è il gruppo territoriale di Cercasi un fine, nato a Minervino, a fine anno 2021.

Esso nasce dall'iniziativa dei soci fondatori e ordinari di Cuf, residenti a Minervino. Il gruppo (attraverso un apposito Regolamento) è un'emanazione territoriale della nostra Associazione, di cui condivide statuo, finalità, contenuti e strategie associative.

Auguriamo al gruppo di essere attivo e proficuo nella ricerca de nostro Fine come don Milani insegna: "Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

 

indirizzo:

Vico II Spineto,2 (c/o Parrocchia S. Michele Arcangelo)

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per info:

mail: scuolasociopoliticaminervino@cercasiunfine.it

cell: 349 6534286

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Questo libro, quarto della collana di Cercasi un fine, racconta un’idea, diventata poi una esperienza, basata sulla convinzione che si possa, anzi si debba, progettare...


 

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Il nostro direttore Rocco D'Ambrosio intervistato dalla BBC
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