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I migranti e chi li cura, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 21/07/2016 16:11
Anche se non volessimo, basterebbe il dramma dei migranti di questi giorni per poter aprire gli occhi su quanta sofferenza, e di quanti tipi, alberga nel mondo...

 

l Vangelo odierno: In quel tempo, Gesù, uscito dalla regione di Tiro, passando per Sidòne, venne verso il mare di Galilea in pieno territorio della Decàpoli.
Gli portarono un sordomuto e lo pregarono di imporgli la mano. Lo prese in disparte, lontano dalla folla, gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua; guardando quindi verso il cielo, emise un sospiro e gli disse: «Effatà», cioè: «Apriti!». E subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della sua lingua e parlava correttamente.
E comandò loro di non dirlo a nessuno. Ma più egli lo proibiva, più essi lo proclamavano e, pieni di stupore, dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa: fa udire i sordi e fa parlare i muti!»
(Mc 7, 31-37).

6 settembre 2015. Anche se non volessimo, basterebbe il dramma dei migranti di questi giorni per poter aprire gli occhi su quanta sofferenza, e di quanti tipi, alberga nel mondo. Nel Vangelo esiste una specie di movimento continuo, sia personale che di gruppo: portare al Signore Gesù chi soffre. Di questi movimenti comprendiamo tante cose: la ricerca classica di chi sta male e anela a star meglio, la fama di guaritore di cui godeva Gesù, la fede, insieme a tanti aspetti umani e semplici, di chi è nel bisogno o di chi lo accompagna. Il tutto è sintetizzato in quella espressione frequente: "gli portarono ... e lo pregarono di...".
Questo movimento, questo "portare" sé o gli altri al Signore non hai mai subito pausa. È così nelle chiese sconosciute o nei santuari noti, negli angoli più nascosti del villaggio globale, dove c'è dolore o disagio, solitudine o persecuzione. Portare al Signore, non allontanare. Non vorrei ricadere in una sterile critica dei nostri tempi o della cultura oggi dominante, ma forse il verbo che oggi ci connota non è portare, ma forse allontanare, risolvere politicamente, se non proprio ignorare o dimenticare.
Per portare qualcuno al Signore bisogna farsene carico, prendere a cuore - I care, diceva Lorenzo Milani. Si porta al Signore perché si crede che senza di Lui non ci può essere bene o salvezza, guarigione o serenità. Si porta al Signore perché solo Lui "fa bene ogni cosa". Per chiedere e ottenere miracoli ci vuole fede, tanta fede. Ma ci vuole anche tanta umiltà. La persona propone e Dio dispone, si dice.
Certo il portare al Signore non ci esclude dal rimboccarci le maniche per fare qualcosa per chi sta male. Aiutati che Dio ti aiuta, si suol dire. Quindi dobbiamo portare  al Signore e, al tempo stesso, aver cura di chi portiamo al buon Dio. Nella stessa misura.
Ricordo che il nostro parroco, don Battista, quando da bambini pregavamo in tanti perché il Signore aiutasse i bambini poveri, affamati o in altre difficoltà, egli alla fine della preghiera ci faceva raccogliere in silenzio per offrire al Signore un impegno personale a favore di coloro per cui avevamo appena pregato. Non lo ho mai dimenticato.
L'esempio di don Battista mi è venuto in mente quando ho letto su Internazionale: "Un gruppo di attivisti austriaci ha deciso di organizzare una carovana di pullman e auto private per portare a Vienna i migranti ancora bloccati a Budapest in Ungheria. L’appuntamento è domenica 6 mattina nel parcheggio dello stadio Ernst Happel di Vienna, da cui il convoglio partirà alla volta della capitale ungherese...". Speriamo bene. Comunque mi è sembrato nella linea del mio saggio parroco: mentre diversi politici discettano sul da farsi, imprigionati dalla logica di una Europa schiava di processi economici e burocratici, qualcuno porta i migranti verso la libertà e un po' di dignità e sicurezza, (come tutti quelli che, da sempre, si fanno in quattro per loro). Penso che il buon Dio, anche questa volta, non starà certo a guardare...
Rocco D'Ambrosio
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Auguriamo al gruppo di essere attivo e proficuo nella ricerca de nostro Fine come don Milani insegna: "Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

 

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