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Giustizia o avarizia?, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 28/01/2017 13:49
La beatitudine sulla giustizia e l'esempio di don Milani...

 

Il Vangelo odierno: In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli»
(Mt 5, 1-12)

29 gennaio 2017. Mi soffermo, per brevità, solamente sulla beatitudine: «Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati» (Mt 5, 6). Il tema classico della vita felice e buona (eu zen) riceve qui una trattazione estremamente originale: la felicità prima ancora di essere frutto della virtù, è essenzialmente frutto della comunione personale e costante con Dio Padre. Nella misura in cui si vive questa relazione profonda si potrà essere beati (makàrios), anche se le situazioni sono umanamente avverse. In termini di giustizia prima ancora di evidenziare la pratica e il pagare per essa, si sottolinea l’aver fame e sete di essa. Esiste questa fame nelle nostre comunità, specie in quelli che le guidano? Si compie un discernimento in termini di fede e giustizia su problemi seri quali il sistema dell’Otto per Mille, i contributi statali ed europei alle strutture e attività ecclesiali, gli sgravi fiscali?

I collegamenti alla vita biologica – fame e sete – non sono da intendersi tanto come l’affermazione di un bisogno spontaneo e universale, nel senso che tutti e senza difficoltà si sentono orientati all’impegno per la giustizia, quanto piuttosto che, coloro che lo vivono, ne sono segnati in maniera radicale. Per loro la giustizia è un pane e un’acqua di cui non possono fare a meno. La loro beatitudine consiste nella tensione verso questa virtù, prima ancora che nella pratica di essa, nella persecuzione relativa e nella ricompensa del Regno di Dio (cfr. Mt 5, 10). Evangelicamente non esiste impegno per la giustizia che non sia passione per essa. Valga l’esempio del Battista, come di tutti i giusti della Scrittura. Questo impegno non può essere portato avanti da coloro che non sono capaci di impadronirsi del Regno (Mt 11, 12), né dai tiepidi (Ap 3, 16). Nella Chiesa e nel mondo, la virtù della giustizia, perché cardine di essi, va amata e perseguita con tutto se stessi. In ciò sta la beatitudine, la felicità.

Alla fame e sete di giustizia si oppone, come sua negazione radicale, la fame e sete di guadagno, in termini classici l’avidità (pleonexìa). E’ Aristotele a precisare con chiarezza che l’uomo ingiusto è anche un avido. Con presupposti e finalità diverse, simile è l’insegnamento biblico: il giusto è colui che confida nel Signore e non nei beni materiali, evangelicamente personificati in mammona e opposti a Dio in maniera radicale. Gesù ricorda: «Nessun servo può servire a due padroni: o odierà l’uno e amerà l’altro oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire a Dio e a mammona» (Mt 6, 24).

Chi si consacra all’avidità e all’avarizia è autore di ingiustizia profonda e si esclude dal Regno, come dalla comunità cristiana (Cfr. Mt 19, 23-26; 1Cor 5, 11 e 6, 10). In termini moderni, alla luce degli insegnamenti classici e cristiani, diremmo che non può esistere giustizia se guidata da un principio di massimizzazione delle utilità, con ogni mezzo e ad ogni costo. Anzi tutto ciò che mira ad accrescere solamente le proprie utilità è pura ingiustizia. E’ ovvio che non mi riferisco al conseguimento del giusto profitto, ricompensa o salario (tutelato dalla giustizia commutativa), ma a vere forme di avidità, che spesso sono anche falsamente giustificate come eque. La letteratura, la filosofia e la religione abbondano di pagine che descrivono piccole e grandi istituzioni, corrotte da ricchi invidiosi, avidi e avari, che determinano conseguenze nefaste sui poveri e generano squilibri, disordini e guerre. Un esempio per tutti: l’Italia degli ultimi vent’anni.

Il bene e la giustizia sono di tutti e per tutti, sono il cardine di ogni comunità civile e di fede religiosa; l’avidità e l’avarizia sono, ad ogni livello, la negazione del vivere insieme e la sua distruzione. E’ quanto testimoniava Lorenzo Milani ai ragazzi della Scuola di Barbiana nella "Lettera ad una professoressa": «Poi insegnando imparavo tante cose. Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l'avarizia. Dall’avarizia non ero mica vaccinato. Sotto gli esami avevo voglia di mandare al diavolo i piccoli e studiare per me. Ero un ragazzo come i vostri, ma lassù non lo potevo confessare né agli altri né a me stesso. Mi toccava essere generoso anche quando non ero. A voi vi parrà poco [cara signora, ndr]. Ma con i vostri ragazzi fate meno. Non gli chiedete nulla. Li invitate soltanto a farsi strada».

Rocco D'Ambrosio
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