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Come i gigli del campo, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 25/02/2017 15:24
Il senso dell'abbandono nelle mani di un altro - la mamma, il papà, un fratello, una sorella, un parente, l'amato/a, l'amico/a - è un'esperienza indescrivibile...

 

Il Vangelo odierno: In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli:
«Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.
Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?
Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?
E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?
Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.
Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.
Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».
(Mt 6, 24-34)

26 febbraio 2017. Il senso dell'abbandono nelle mani di un altro - la mamma, il papà, un fratello, una sorella, un parente, l'amato/a, l'amico/a - è un'esperienza indescrivibile. Qui Gesù ci invita all'abbandono nelle mani di Dio Padre. E lo fa invitandoci non a ripiegarci su noi stessi, a misurare le nostre forze, a calcolare i pro o i contro, ma ad aprire e alzare lo sguardo: “Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. E poi di seguito: Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro”.

A che serve guardare la natura, il mondo? Credo che serva prima di tutto a capire che Dio è il Signore di tutto, ama tutti e non dimentica nessuno, dalla più piccola creatura alla più grande, ovvero a noi donne e uomini. Ma questo produce automaticamente una forma di abbandono nelle sue mani? Non proprio.

Non va trascurato il riferimento che Gesù fa al rapporto con i beni materiali. Molte volte siamo più abbandonati, dipendenti da essi, quanto lo siamo da Dio. In sintesi diremmo che crediamo più nella previdenza che nella provvidenza! Anche i beni materiali, la loro ricerca affannata e ossessiva, le paure collegate, ci portano a non abbandonarci nelle mani di Dio. Anche in questo caso vanno aperti gli orizzonti a qualcosa di ben più grande: “Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Il senso dell’abbandono nelle mani di Dio può nascere per paura della sua punizione, per disperazione nel non trovare altro aiuto (materiale e non) o per amore per lui e considerazione della sua grandezza misericordiosa e premurosa nei nostri confronti. La paura o la disperazione ci danno forme deboli e surrogate di abbandono, spesso più deleterie della superbia o autoreferenzialità. La vita quotidiana, l’esperienza in tante relazioni d’amore e amicizia ci insegna che amore e abbandono nelle mani altrui sono direttamente proporzionali. E’ così anche con il buon Dio.

Scriveva dom Helder Camara:

" Almeno la notte lascia che il tuo cuore riposi...

almeno la notte cessa di correre, calma  i tuoi desideri, quasi impazziti,

vedi se riesci ad addormentare i tuoi sogni.

Abbandonati corpo e anima, abbandonati davvero in modo totale e assoluto nelle mani di Dio!"

Rocco D’Ambrosio


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Esso nasce dall'iniziativa dei soci fondatori e ordinari di Cuf, residenti a Minervino. Il gruppo (attraverso un apposito Regolamento) è un'emanazione territoriale della nostra Associazione, di cui condivide statuo, finalità, contenuti e strategie associative.

Auguriamo al gruppo di essere attivo e proficuo nella ricerca de nostro Fine come don Milani insegna: "Bisogna che il fine sia onesto. Grande. Il fine giusto è dedicarsi al prossimo. E in questo secolo come lei vuole amare se non con la politica o col sindacato o con la scuola? Siamo sovrani. Non è più il tempo delle elemosine, ma delle scelte".

 

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