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Bruciarsi gli occhi del cuore, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 09/12/2017 11:00
Attendere è un lavoro in profondità. E’ una sorta di liberazione da se stessi: bisogna spostare il cuore e la mente, gli occhi e le braccia verso un altro...

 

Il vangelo odierno: Inizio del vangelo di Gesù, Cristo, Figlio di Dio.
Come sta scritto nel profeta Isaìa:
«Ecco, dinanzi a te io mando il mio messaggero:
egli preparerà la tua via.
Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri»,
vi fu Giovanni, che battezzava nel deserto e proclamava un battesimo di conversione per il perdono dei peccati.
Accorrevano a lui tutta la regione della Giudea e tutti gli abitanti di Gerusalemme. E si facevano battezzare da lui nel fiume Giordano, confessando i loro peccati.
Giovanni era vestito di peli di cammello, con una cintura di pelle attorno ai fianchi, e mangiava cavallette e miele selvatico. E proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
(Mc 1, 1-8).

10 dicembre 2017. Molto scarno l’inizio del vangelo di Marco. Di per sé un grande monito al nostro parlare e parlare. Poche parole per riprendere una tradizione ebraica millenaria: il profeta è inviato per preparare a eventi salvifici, per raddrizzare sentieri, per riportare la gente a Dio. Non parla di sé; non fa pubblicità al proprio orto; non è autoreferenziale; non ha paura di vuole umiliarsi, anzi desidera abbassarsi perché sia chiaro che: “Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali”.

Il profeta prepara una visita. La visita per eccellenza: quella del Signore Gesù. Il rischio di essere retorici o moralistici, in materia, è molto alto. Preparare la visita del Signore è un’opera difficile. Qualche volta ci illudiamo che bastano due preghiere e due piccoli sacrifici per essere pronti. E’ giusto così? Non penso proprio.

Attendere è un lavoro in profondità. E’ una sorta di liberazione da se stessi: bisogna spostare il cuore e la mente, gli occhi e le braccia verso un altro, più grande e più importante di me. L’ha scritto bene Davide Maria Turoldo, in una bellissima poesia sui Magi. Per attendere, i Magi, “lasciano case e beni e certezze, gente mai sazia dei loro possessi, gente più grande, delusa, inquieta”. Per attendere i Magi scrutano notti e astri fino a “bruciarsi gli occhi del cuore”, eppure "sempre a tentare, a chiedere". Due spunti profondissimi. Ma gustiamo tutte le parole e tutta la saggezza di Turoldo:

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.
Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!
Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!
Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.
Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.

Rocco D'Ambrosio

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