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Abbandonarsi, di Rocco D'Ambrosio

creato da Rocco D'Ambrosio ultima modifica 17/09/2015 17:04
Il senso dell'abbandono nelle mani di un altro - la mamma, il papà, un fratello, una sorella, un parente, l'amato/a, l'amico/a - è un'esperienza indescrivibile. Gesù ci invita all'abbandono nelle mani di Dio Padre...

 

Il Vangelo odierno: In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza.

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito?

Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita?

E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: “Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?”. Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno.

Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena». (Mt 6, 24-34)

 

 

2.3.14. Il senso dell'abbandono nelle mani di un altro - la mamma, il papà, un fratello, una sorella, un parente, l'amato/a, l'amico/a - è un'esperienza indescrivibile. Qui Gesù ci invita all'abbandono nelle mani di Dio Padre. E lo fa invitandoci non a ripiegarci su noi stessi, a misurare le nostre forze, a calcolare i pro o i contro, ma ad aprire e alzare lo sguardo. Guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. E poi di seguito: Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro.

A che serve guardare la natura, il mondo? Credo che serva prima di tutto a capire che Dio è il Signore di tutto, ama tutti e non dimentica nessuno, dalla più piccola creatura alla più grande, ovvero a noi donne e uomini. Ma questo produce automaticamente una forma di abbandono nelle sue mani? Non proprio. Ha scritto Edith Stein: Dalla soddisfazione di sé di un “buon cattolico”, che “fa il suo dovere”, “vota il partito”, ma altrimenti fa quello che gli pare, c'è un lungo cammino da percorrere fino a poter vivere una vita con la mano nella mano di Dio, guidata dalla sua mano, con la semplicità del bambino e l'umiltà del pubblicano. Ma chi ha percorso una volta quella strada non torna più indietro.

Il breve brano della Stein indica un punto di partenza da eliminare per primo: la soddisfazione di sé nel vivere una fede cristiana poco coinvolgente e nient’affatto autentica e fruttuosa. Il lungo cammino inizia proprio da qui. Inizia dall’abbandonare ogni forma di autoreferenzialità, superbia e orgoglio, spocchia e sicurezza. Valiamo più degli uccelli del cielo e dei cigli del campo, eppure siamo più o meno fragili quanto loro.

Non va trascurato il riferimento che Gesù fa al rapporto con i beni materiali. Molte volte siamo più abbandonati, dipendenti da essi, quanto lo siamo da Dio. In sintesi diremmo che crediamo più nella previdenza che nella provvidenza! Anche i beni materiali, la loro ricerca affannata e ossessiva, le paure collegate, ci portano a non abbandonarci nelle mani di Dio. Anche in questo caso vanno aperti gli orizzonti a qualcosa di ben più grande: Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta.

Il senso dell’abbandono nelle mani di Dio può nascere per paura della sua punizione, per disperazione nel non trovare altro aiuto (materiale e non) o per amore per lui e considerazione della sua grandezza misericordiosa e premurosa nei nostri confronti. La paura o la disperazione ci danno forme deboli e surrogate di abbandono, spesso più deleterie della superbia o autoreferenzialità. La vita quotidiana, l’esperienza in tante relazioni d’amore e amicizia ci insegna che amore e abbandono nelle mani altrui sono direttamente proporzionali. E’ così anche con il buon Dio.

Allora l’abbandono nelle sue mani è un anelito, un desiderio, ma anche un impegno a liberarmi, con il suo aiuto, di ogni soddisfazione di me e di ogni narcisismo e superbia. La Stein raccomanda la semplicità del bambino e l'umiltà del pubblicano. Una preghiera di Charles De Foucauld ci può aiutare a iniziare il cammino di abbandono e a cercare di portarlo a termine:

Padre mio,

io mi abbandono a te,

fa di me ciò che ti piace.

Qualunque cosa tu faccia di me

Ti ringrazio.

Sono pronto a tutto, accetto tutto.

La tua volontà si compia in me,

in tutte le tue creature.

Non desidero altro, mio Dio.

Affido l'anima mia alle tue mani

Te la dono mio Dio,

con tutto l'amore del mio cuore

perché ti amo,

ed è un bisogno del mio amore

di donarmi

di pormi nelle tue mani senza riserve

con infinita fiducia

perché Tu sei mio Padre.

 

Rocco D’Ambrosio

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