IL VESCOVO DI PALERMO: SIAMO TUTTI RESPONSABILI, DI ROBERTO PUGLISI

Chi spara allo Zen o a Monreale, all’Albergheria o all’Olivella, a Borgo Nuovo o a Borgo Vecchio, è un balordo, è un nulla, un meschino, un fifone, un codardo che si vuole mettere in mostra per guadagnare visibilità e incutere timore, ostentando la forza delle armi e il potere dei “piccioli” frutto di traffici illeciti e criminali».

Le parole dell’arcivescovo di Palermo, monsignor Corrado Lorefice, risuonano nella chiesa San Filippo Neri, la parrocchia dello Zen, nel giorno dell’Epifania.
Il Pastore ha voluto essere qui, nel cuore di una comunità ferita dalla violenza, ricordando tutte le violenze commesse in città. È qui “Don Corrado”, nella parrocchia sotto attacco, con il portone e l’edificio ferito da colpi di pistola ignoti, per ben due volte. Il messaggio è potente ed è rivolto a un quartiere di persone perbene che lottano con coraggio, ma soprattutto a chi persiste nell’errore. «Convertitevi a Dio – dice Lorefice –. Cambiate vita se no sarete solo dei perdenti. Dei falliti. Dei fuggiaschi che non possono venire alla luce del sole. Siete costretti a vagare nella notte. Siete sagome, ombre gonfiate. Solo il Dio che si è fatto Bambino dalla parte dei bambini, è l’Onnipotente. L’unico vero Onnipotente. Il Salvatore. Il Cristo, il Messia povero e dei poveri. Che mette paura agli Erodi fantocci, di ieri e di oggi. A voi, come a tutte le vostre star di riferimento che si sono spente nel più amaro isolamento grazie all’energia sempre nuova dello Stato e delle sue Istituzioni».
Non può mancare uno sguardo critico al contesto, una necessità di chiarezza rivolta, soprattutto, all’indifferenza: «Carissime, carissimi, allo Zen però si spara anche perché tutti abbiamo responsabilità – incalza Lorefice –. Tutti. Perché lo Zen è frutto di scelte precise. A cominciare dall’abbandono in atto dell’esercizio della democrazia partecipativa. Ne è un segnale puntuale la massiccia mancata partecipazione al voto. Frutto di una politica di ieri e di oggi che ha creato e mantiene quartieri ghetto. Che non si pensa come servizio affinché tutti i cittadini siano destinatari dei diritti costituzionali. Frutto di una politica che non si pensa dal basso, a partire dai più poveri. Che non dà la parola ai poveri, che si fa strada servendosi dei poveri. Che concentra poteri e privilegi, quando non è anche connivente con organizzazioni mafiose. Che cerca i primi posti, senza frequentare i vicoli e le case delle periferie, se non in tempo di elezioni. Abbiamo creato noi i quartieri-ghetto. Abbiamo permesso noi lo scempio, qui accanto a questa chiesa di S. Filippo Neri: l’aborto di una piazza – luogo di incontro dei cittadini – diventato da decenni mondezzaio a servizio della malavita organizzata, spazio della bruttezza che rende bruti». La conclusione mostra il cammino della speranza: «L’Epifania è una visione della vita. Coraggio, siamo con voi. Gli Erode di ieri e di oggi sono e saranno dei perdenti. Non praevalebunt».
Da Avvenire del 6 gennaio 2026

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