Che cosa racconteremo di questo inizio del 2026, con l’Ucraina al quarto anno di stremata resistenza all’invasione di Putin, con il piano di ricostruire a resort la Striscia per una finta tregua post 7 ottobre d’Israele, con l’Iran diventato la miccia ormai accesa verso un conflitto di larghissime proporzioni? Racconteremo che abbiamo guardato ma non abbiamo visto. Abbiamo saputo ma non abbiamo capito. Abbiamo assistito, spettatori incuranti, come se le sequenze di orrore quotidiano non fossero quello che sono: la fine di un mondo, quello che abbiamo abitato dal 1946, e il caos che precede l’inizio di un altro, governato da regole e logiche diverse e opposte rispetto a quelle che ci eravamo date. Un mondo dove la forza e l’arbitrio, gli affari e il capriccio, determinano azioni e progetti, che siano l’arresto di Maduro in Venezuela, l‘annessione di Canada e Groenlandia agli Stati Uniti, l’annunciata avanzata cinese su Taiwan. Sistemi internazionali frenanti? Azzerati. Europa? Sbriciolata. Popoli cresciuti nell’Occidente democratico? Afoni, senza voce, narcotizzati, moralmente assenti.
C’è qualcosa di più spaventoso delle minacce di chi fa bombardare il nemico, delle urla di chi muore, del pianto di chi sopravvive, dei bambini rimasti orfani di tutto. La cosa forse più spaventosa è il nostro silenzio, più frutto di disinteresse che di neutralità o di imbarazzo a fronte di eventi complessi. La verità è che ci abbiamo messo poco ad abituarci alle stragi di civili come noi, che sono il 90 per cento delle vittime dei conflitti contemporanei, all’avvento impersonale e devastante dei droni, ai proclami di distruzione e alla progressiva e sfacciata demolizione di ogni minimo principio di diritto e di civiltà. Assistiamo muti e distratti al nuovo incendio divampato in Iran, che si collega in linea di fuoco allo scempio di Gaza e che si è già esteso ai Paesi del Golfo, fino alle prime incursioni a Cipro e Turchia. I bagliori delle fiamme e del fumo non sono poi così distanti. Potrebbero lambirci, precipitarci in uno scenario fino a poco tempo fa neanche immaginabile. I Paesi non direttamente coinvolti si riarmano, Germania compresa (il che fa un certo effetto), offrono basi per le incursioni aeree di quelli che furono alleati, inviano navi da combattimento ciascuno per ragioni proprie. Non c’è un leader, non una voce con la potenza necessaria per denunciare e maledire il disegno platealmente in atto, e risvegliare chi si è addormentato perché pensa che tanto protestare è inutile. Si imbastiscono riunioni ad altissimo livello e a zero impatto. Si impreca di nascosto, i governanti s’intende, perché questo tempo di missili e distruzioni aumenterà il costo di ogni cosa, dal carrello della spesa alle bollette, per non parlare del petrolio, pronto a schizzare fino a 150 dollari al barile (al momento è intorno ai 100). Danni collaterali, ininfluenti per chi come Donald Trump aveva promesso che con lui sarebbe cessato qualsiasi conflitto e che al contrario ha trascinato l’America nel bombardamento di altri 7 Paesi, finora. Adesso dice, dopo una telefonata con Putin, che l’assalto al Teheran sta per finire. Fidarsi?
Spinto da guide supreme come lui, sprezzanti verso ogni forma di controllo, il mondo si è messo a correre verso un destino incognito ma è come se la cosa non ci riguardasse. Più prende corpo e si compone il fantasma di quella Terza guerra mondiale a pezzi, vaticinata da papa Francesco già nel 2014, più aumenta il disinteresse verso il palesarsi dell’incubo. Per l’impossibilità di ottenerne anche soltanto qualche pezzo, la parola «pace» è per decenza scomparsa da ogni tavolo di trattativa, ma anche da ogni piazza, da ogni coinvolgimento personale.
Viviamo da comparse il tempo del qui e ora, in un presente dissanguato di passioni, con un passato remoto cancellato di netto, e l’ordigno su una scuola elementare di Minab, 160 bambine iraniane morte qualche giorno fa, già archiviato come passato assoluto, ne capitano così tante di tragedie in questo periodo che ciascuna si dimentica in fretta. Verissimo, tante tragedie e in tanti luoghi di cui pochissimo si parla e ancora meno ci si preoccupa: Libano, Yemen, Sudan, Sahel, Congo, Somalia, Etiopia, Myanmar, Afghanistan, Pakistan. Milioni di sfollati, milioni di vittime. Ma a furia di distogliere lo sguardo, contratta l’abitudine di fregarsene, di concentrarsi sul proprio giardino, corriamo il rischio che arrivi qualcosa a sciuparlo quel giardino, e stavolta non si tratta di orde moleste di migranti.
Dal Vaticano, papa Leone prova a scuotere i portatori di furore («Sono costernato, tacciano le armi») e anche il suo miliardo e mezzo di fedeli. Ma con tutto il rispetto per la sacralità della figura, e non certo per responsabilità sua, il messaggio arriva flebile, come il seme della parabola finito su terra rocciosa o tra le spine. Non cresce, non dà frutto, non cambia l’arido sentimento generale. I più coinvolti, si fa per dire, si spingono a dichiarazioni tipo: non in mio nome, ma non mi riguarda. C’è una scritta su un muro, in inglese, che circola nei social. «The world burns while we scroll», il mondo brucia e intanto noi scrolliamo (lo schermo del telefonino). Il selfie perfetto su quello che siamo o che siamo diventati. Il silenzio dell’incoscienza.
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