Per mesi, Leone XIV è stato osservato con una miscela di curiosità e attesa. Sembrava che in quanto faceva, diceva o taceva ognuno potesse vedere quello che preferiva. C’è chi lo aveva definito come un Papa «da test di Rorschach», ideato dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach all’inizio del secolo scorso, col paziente che deve descrivere il significato di quelle chiazze. Era un modo elegante per fotografare il disorientamento di fronte all’elezione del primo Pontefice statunitense, che sfida le categorie e i tabù del passato. Ma il 2026 sta dicendo che Robert Prevost riserverà molte sorprese. Rivela una personalità tanto misurata quanto ferma. E dietro alle sue parole e ai suoi gesti si delinea una strategia che persegue l’unità della Chiesa cattolica, un governo collegiale e la ricostruzione delle istituzioni vaticane; senza tuttavia rinunciare a ribadire con chiarezza e, se necessario, durezza il ruolo e l’autorità papali. La lettera tanto paterna quanto ultimativa mandata agli iper tradizionalisti seguaci di monsignor Marcel Lefebvre, ostili al Concilio e prossimi a uno scisma nominando da soli dei vescovi, conferma questa impressione. L’idea di un Papa che «copre tutte le basi», come dicono gli americani mutuando il linguaggio del baseball per definire l’identità trasversale di Leone XIV, non deve ingannare.
Si era già intuito quando tre mesi fa Donald Trump lo aveva maldestramente attaccato per i suoi giudizi sui bombardamenti israelo-americani contro l’Iran, violando le norme internazionali.
Il Pontefice aveva replicato senza scomporsi e senza accettare la logica dello scontro, nella quale il presidente Usa è maestro. Ma insieme dicendo «no» ad una soluzione dei problemi affidata alla sola forza delle armi.
È in quell’occasione che ha cominciato a emergere la personalità di Robert Prevost. E a farne le spese è stato un Trump incapace di comprendere il significato profondo della scelta di un Papa figlio degli Stati Uniti. La convinzione rozza che avrebbe assecondato le decisioni della Casa Bianca in quanto americano era simmetrica alle preoccupazioni emerse in Cina lo scorso anno dopo il Conclave. Ma Leone XIV ha smentito sia Trump che la cerchia di Xi Jinping, confermando l’autonomia e la coerenza di una Santa Sede determinata a perseguire la sua politica; e a esercitare fino in fondo le proprie capacità di mediazione, dissociandosi da chi punta a distruggere il multilateralismo: anche perché il Vaticano vive di multilateralismo.
L’aspetto più intrigante è il tentativo, a tratti perfino goffo, di leggere le sue mosse in chiave di continuità o discontinuità con i predecessori. È come se anche il mondo ecclesiastico faticasse a uscire dalla logica delle «tifoserie». In realtà, il Conclave di un anno fa ha inaugurato una fase totalmente nuova. E ha prodotto un Pontefice che ha come mandato anche quello di archiviare divisioni sfibranti per la Chiesa e il mondo cattolico. Leone si muove senza fretta perché sa di avere tempo: lo stesso che manca a Trump e che spiega le sue uscite scomposte. Ma non è contro la Casa Bianca. Semplicemente, guarda al di là di questa Amministrazione. E si muove su un piano diverso, stando attento però a tenere le posizioni vaticane: che siano gradite o no.
Ci vorrà tempo per capire quanto riuscirà a incidere. Per ora, si nota una prudente ma decisa rilegittimazione delle istituzioni vaticane: dal ruolo della Curia a quello del Segretario di Stato e della diplomazia.
Lo stesso ritorno nei palazzi apostolici, senza scosse, riflette la capacità di cogliere un bisogno diffuso di normalità dopo i traumi della rinuncia di Benedetto XVI e del pontificato di Francesco. Dopo un anno di Leone XIV, la saga sconcertante dei cosiddetti «due Papi» in Vaticano, uno a Casa Santa Marta e uno nel monastero Mater Ecclesiae, sembra un ricordo remoto e quasi distopico. Ora di Papa ce n’è uno solo. E, per quanto gli avversari tendano a dipingerlo come un rebus, o come un uomo esitante, i segnali che arrivano sembrano raccontare una storia diversa. Prevost punta ad una ricomposizione graduale ma decisa, a cominciare dal Vaticano e dagli episcopati, con quello statunitense in primo piano; e a riportare nell’alveo del papato quanti nel recente passato si sono sentiti ai margini o, peggio, non capiti.
La scelta di Maria Montserrat Alvarado come responsabile della comunicazione riflette questo progetto. Viene da Ewtn, una sorta di «Cnn cattolica» mondiale che è un bastione del tradizionalismo Usa, potente nelle università e sul piano finanziario. Ma Leone abbraccia e sfida quel mondo che ha avuto delle incomprensioni con Francesco. Si tratta di un’operazione di inclusione tutt’altro che facile, eppure ineludibile. Robert Prevost vede il suo cattolicesimo come una miniera di valori ancora più utili nell’era dello strapotere dell’AI. Dopo avere pubblicato la sua enciclica Magnifica Humanitas, all’inizio di giugno ha raccontato ai vescovi spagnoli di avere interpellato un’intelligenza artificiale a cui era dedicato gran parte del documento, per sapere che cosa avrebbe dovuto dire loro. La risposta era stata: «papa Francesco direbbe…» Leone XIV l’ha corretta: «Credo che ora ci sia un altro Papa...». Appunto: ora c’è un altro Papa, con un proprio algoritmo.
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