Il Corno d’Africa è entrato in una fase di forte instabilità. A preoccupare è soprattutto il modo in cui crisi diverse stanno cominciando a saldarsi, mentre riemergono conflitti che sembravano contenuti. Etiopia, Eritrea, Somalia, Sudan, Yemen e Mar Rosso formano ormai un unico spazio strategico, attraversato da guerre interne, rivalità regionali e interessi internazionali. Il rischio è che un conflitto locale produca conseguenze ben oltre i propri confini. Il punto più delicato resta l’Etiopia. Il 21 settembre sette gruppi armati e politici hanno annunciato la nascita dell’Ethiopian Peoples’ Forces Alliance for Survival, con l’obiettivo dichiarato di rovesciare il governo del primo ministro Abiy Ahmed e favorire la nascita di un’amministrazione transitoria. Nella nuova alleanza figurano il Tigray People’s Liberation Front (Tplf), il movimento Fano dell’Amhara e l’Oromo Liberation Army. Si tratta di formazioni con storie, interessi e basi territoriali differenti. Alcune, durante la guerra del 2020-2022, si erano combattute su fronti opposti. Resta quindi da verificare quanto questa convergenza politica possa tradursi in una reale capacità militare comune.
Più inquietante è ciò che sta accadendo nel Tigray. Il 23 settembre le forze tigrine hanno preso il controllo di tre aeroporti regionali e sono tornate a combattere apertamente contro le forze federali. Gli scontri hanno interessato anche le aree confinanti dell’Afar e dell’Amhara. L’Igad (Intergovernamental Authority on Development) ha chiesto una de-escalation immediata, ricordando che l’Accordo di Pretoria del 2 novembre 2022 resta il quadro politico di riferimento. Quell’intesa aveva posto fine a una guerra devastante. Oggi appare sempre più fragile. Nei mesi scorsi il Tplf aveva ripreso il controllo dell’amministrazione regionale, mentre l’esercito federale aveva effettuato attacchi con droni contro forze tigrine.
A rendere il quadro ancora più pericoloso contribuisce il deterioramento dei rapporti fra Etiopia ed Eritrea. Nel 2018 la riconciliazione tra Abiy Ahmed e Isaias Afwerki sembrò inaugurare una nuova stagione. Durante la guerra del Tigray, le truppe eritree combatterono a fianco dell’esercito federale etiope. Dopo Pretoria, però, i rapporti con Addis Abeba sono progressivamente peggiorati. Lo scontro riguarda la sicurezza e investe direttamente il Mar Rosso. Addis Abeba, capitale di un grande Paese senza sbocco al mare, considera l’accesso marittimo una questione strategica. Il porto eritreo di Assab è diventato il simbolo di questa aspirazione. Il governo etiope dichiara di voler perseguire una soluzione negoziata. Ad Asmara, invece, le rivendicazioni etiopiche vengono percepite come una possibile minaccia. All’inizio del 2026 l’Etiopia ha accusato l’Eritrea di sostenere gruppi armati operanti sul proprio territorio. Asmara ha respinto le accuse di interferenza. Negli ultimi giorni Addis Abeba ha esteso le accuse ad altri attori regionali, segno di un clima politico sempre più deteriorato.
Il problema del mare supera comunque il confronto tra Etiopia ed Eritrea. Il Mar Rosso è ormai una delle grandi faglie geopolitiche internazionali. A sud, Bab el-Mandeb collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e, attraverso Suez, al Mediterraneo. La nuova avanzata degli Houthi lungo la costa yemenita ha aumentato la pressione su uno dei corridoi marittimi più importanti del mondo. La crisi yemenita produce effetti immediati sulla sponda africana. Circa tremila persone hanno già attraversato il mare verso Gibuti, mentre altri movimenti interessano le coste del Corno. Le Nazioni Unite prevedono nuovi spostamenti di popolazione se i combattimenti continueranno.
Questa saldatura tra le due rive modifica il valore strategico dei porti africani. Assab, Massaua, Gibuti e Berbera sono ormai punti di appoggio politico, logistico e militare lungo le rotte tra Asia, Africa ed Europa. È in tale contesto che va letto il caso del Somaliland. Israele ne ha riconosciuto formalmente l’indipendenza il 26 dicembre 2025, primo Stato membro delle Nazioni Unite a compiere questo passo. Mogadiscio ha reagito definendo la decisione una violazione della propria sovranità; anche l’Unione Africana ha riaffermato l’integrità territoriale della Somalia. Il Somaliland, autonomo de facto dal 1991, dispone del porto di Berbera, sul Golfo di Aden, da anni al centro degli interessi degli Emirati Arabi Uniti. La sua indipendenza ha così assunto una dimensione che supera il contenzioso somalo.
La Somalia resta uno degli anelli più deboli del sistema regionale. Al-Shabaab, la formazione antigovernativa presente da anni nel Paese, continua a controllare aree rurali e a condurre operazioni contro le istituzioni federali. La missione dell’Unione Africana Aussom rappresenta ancora un pilastro della sicurezza. Il suo mandato è stato prorogato fino alla fine del 2026 e le Nazioni Unite continuano a garantirle sostegno logistico attraverso Unsos. Resta però irrisolto il problema di un finanziamento stabile e prevedibile. Le difficoltà di bilancio rischiano infatti di limitarne progressivamente la capacità operativa. Un indebolimento improvviso della presenza africana potrebbe favorire una nuova frammentazione dello Stato, già provato dalla siccità, dall’insicurezza alimentare e dalla riduzione degli aiuti internazionali.
A ovest incombe il Sudan. La guerra iniziata nell’aprile 2023 tra le Forze armate sudanesi di Abdel Fattah al-Burhan e le Rapid Support Forces (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo ha prodotto una divisione territoriale ed economica del Paese. Le Rsf controllano gran parte del Darfur, mentre l’esercito mantiene l’est e altri territori. Il conflitto si è regionalizzato. Le forze armate sudanesi beneficiano, con modalità e intensità differenti, dell’appoggio politico o militare di Egitto e Türkiye e mantengono stretti rapporti con Arabia Saudita e Qatar. Gli Emirati Arabi Uniti sono invece accusati dal governo sudanese e da altri attori internazionali di sostenere le Rsf, accusa che Abu Dhabi respinge.
La guerra sudanese tocca direttamente il Corno. Le reti di alleanze che la attraversano sono le stesse che stanno ridisegnando il Mar Rosso. La rivalità emersa negli ultimi anni tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è diventata un elemento importante della crisi regionale, anche se negli ultimi giorni Riyadh e Abu Dhabi hanno avviato un tentativo di riavvicinamento. L’Arabia Saudita sta rafforzando i rapporti con Egitto, Türkiye e Qatar. Abu Dhabi dispone, dal canto suo, di una rete costruita negli anni attraverso investimenti, porti, finanza e cooperazione militare. Il Corno d’Africa rischia così di trasformarsi in un terreno di proiezione delle rivalità del Golfo.
Anche l’Egitto guarda con crescente attenzione alla regione. Il contenzioso con l’Etiopia sulla Grande Diga del Rinascimento resta irrisolto e riguarda la sicurezza idrica egiziana. I rapporti del Cairo con Somalia, Eritrea e Sudan inseriscono la questione del Nilo nello stesso equilibrio di potenza che investe il Mar Rosso. La tensione sulla diga ha già contribuito, negli ultimi anni, al riavvicinamento tra Mogadiscio e Il Cairo in funzione di contenimento dell’influenza etiope.
Ne deriva una geografia politica nuova. Il Corno d’Africa non può più essere letto soltanto come una periferia segnata da conflitti etnici, fragilità statali e povertà. È diventato una linea di faglia tra Africa e Medio Oriente. Le sue coste guardano verso la penisola arabica; i suoi porti interessano potenze regionali e globali; le guerre interne richiamano capitali, armi e alleanze dall’esterno. Addis Abeba, Asmara, Mogadiscio, Gibuti e Khartoum sono sempre più collegate a Riyadh, Abu Dhabi, Doha, Ankara, Il Cairo, Tel Aviv e Sana’a. Per questo la crisi etiopica assume oggi un significato particolare. L’Etiopia possiede il peso demografico, economico e militare per essere il perno del Corno. Se diventasse invece il luogo di convergenza delle diverse faglie regionali, l’intero sistema entrerebbe in una fase ancora più instabile. Un nuovo conflitto nel Tigray potrebbe coinvolgere l’Eritrea, interferire con la guerra sudanese, accrescere la competizione per i porti e indebolire ulteriormente la Somalia.
L’Igad, l’organizzazione regionale che oggi riunisce Gibuti, Etiopia, Kenya, Somalia, Sud Sudan, Sudan e Uganda, ha richiamato a metà settembre la necessità di preservare la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nel Golfo di Aden, insieme all’esigenza di garantire la piena applicazione dell’Accordo di Pretoria. L’Eritrea, che ne faceva parte, ha formalmente lasciato l’organizzazione nel dicembre 2025; il Sudan ha invece ripreso pienamente la propria partecipazione nel febbraio 2026. Il richiamo dell’Igad è significativo perché i due dossier sono ormai collegati. La sicurezza del Corno d’Africa dipende dalla capacità di impedire che le crisi interne diventino guerre per procura e che gli interessi esterni trasformino le fragilità locali in fronti di competizione internazionale.
Il rischio maggiore, oggi, non coincide quindi con l’esplosione di una singola guerra. Sta piuttosto nella regionalizzazione dei conflitti. Quando i fronti si sovrappongono, ogni crisi acquista una dimensione più ampia e ciascun attore locale può cercare un protettore esterno. La stabilità del Corno d’Africa richiede una diplomazia capace di coniugare pace interna, cooperazione regionale e sicurezza marittima. Senza questo sforzo, il Mar Rosso rischia di diventare la linea lungo la quale le guerre dell’Africa orientale e quelle del Medio Oriente finiscono per incontrarsi.
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