Il cardinale Pizzaballa: «In Terra Santa soffrono tutti ma c’è chi occupa e chi è occupato», di Antonio Sanfrancesco

Il dolore attraversa tutta la Terra Santa, dilaniata da un conflitto che sta incendiando tutto il Medio Oriente, ma le situazioni «non sono tutte identiche». Non si può «stilare una graduatoria della sofferenza» ma «esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato».

A scriverlo è il Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, in una lettera pastorale indirizzata ai fedeli della sua diocesi nella quale sottolinea che «le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità». Serve «guarigione dall’odio e dalla memoria tossica».

È da qui che prende avvio il documento diffuso il 27 aprile, intitolato Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa. Un testo ampio, destinato alla riflessione e al confronto, che si muove tra analisi della realtà, visione spirituale e indicazioni pastorali e che sarà pubblicato in italiano dalla Libreria Editrice Vaticana dall’8 maggio mentre è allo studio la traduzione in altre lingue.

Dopo il 7 ottobre, un cambio di epoca

Il Patriarca non elude il contesto politico del Medio Oriente. Il riferimento al 7 ottobre e alla guerra a Gaza è esplicito: eventi che hanno segnato uno spartiacque, chiudendo un’epoca e aprendone un’altra: «Quello che stiamo vivendo», scrive, «non rappresenta solo un conflitto locale, ma è il sintomo di un cambiamento di paradigma a livello globale». Per decenni la comunità internazionale ha creduto in un ordine fondato su regole e trattati, mentre oggi «assistiamo al ritorno della forza come strumento decisivo per risolvere ogni contesa» e «la guerra è diventata oggetto di un culto idolatra».

In questo scenario, la guerra non è solo combattuta con le armi: «È una guerra che si conduce anche con parole e immagini», rileva il patriarca, sottolineando come sia «sempre più difficile distinguere la cronaca dalla propaganda», mentre cresce l’interrogativo su quante vite siano decise da meccanismi automatizzati. La Chiesa locale è chiamata a risposte diverse in realtà eterogenee, a partire da Gaza, dove i cristiani «sono immersi in una condizione di estrema tribolazione, ma la Parrocchia della Santa Famiglia e la Caritas rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore».

La ferita aperta della Cisgiordania

Accanto al dramma di Gaza, Pizzaballa richiama con forza l’attenzione sulla situazione in Cisgiordania, dove la tensione cresce ogni giorno: «È lì che si sta decidendo il futuro del conflitto israelo-palestinese», scrive, denunciando come «aumentano le aggressioni causate dall’occupazione» e dalla «totale assenza dello Stato di diritto», insieme a «un continuo aumento degli insediamenti». Il rischio, avverte, è quello di «la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa».

Una Chiesa chiamata a guarire

Di fronte a questo scenario, la domanda centrale resta: come vivere da cristiani in Terra Santa oggi?

La risposta del Patriarca è radicata nella vocazione stessa di Gerusalemme: «La vocazione della Città Santa è guarire il mondo dalle sue ferite». Una missione che passa attraverso «la mitezza e il coraggio del perdono» e che chiama i cristiani a essere «sale, luce e lievito all’interno delle società a cui appartengono a pieno titolo».

Gerusalemme diventa così non solo uno spazio geografico, ma un simbolo vivo di convivenza e relazione: «Noi siamo la Chiesa di Gerusalemme, e la Città Santa è il cuore non solo geografico, ma anche spirituale della nostra comunità ecclesiale», ricorda il Patriarca, descrivendo una realtà «per sua essenza, plurale», in cui la Chiesa è chiamata ad abbracciare tutti.

Comunità ferite e parole logorate

La lettera non nasconde le difficoltà interne. La guerra ha lasciato segni profondi anche nella vita delle comunità cristiane: relazioni spezzate, sfiducia diffusa, frammentazione: «Assistiamo alla dissoluzione delle relazioni», segnate da odio e sospetto, mentre parole fondamentali come «convivenza», «dialogo», «giustizia» e «bene comune» appaiono sempre più logorate. Particolarmente forte è la denuncia sull’uso distorto della religione: «i Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari» e «i testi sacri vengono utilizzati per giustificare violenze, occupazione e terrorismo». Una deriva che porta a una conclusione netta: «Questo abuso del nome di Dio è il peccato più grave del nostro tempo».

Una proposta aperta

La lettera si articola in tre parti: una lettura della realtà, una visione ispirata alla Scrittura e una serie di implicazioni pastorali concrete per parrocchie, famiglie, scuole e istituzioni. Non offre soluzioni immediate, ma un cammino.

È, come la definisce lo stesso Pizzaballa, «un’iniziale proposta di riflessione», da sviluppare insieme, «purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi».

È, come la definisce lo stesso Pizzaballa, «un’iniziale proposta di riflessione», da sviluppare insieme, «purché si sia comunque mossi dal sincero desiderio di cercare di comprendere la volontà di Dio su ciascuno di noi».

famigliacristiana.it/chiesa/cardinale-pizzaballa-denuncia-sofferenza-gaza-occupazione-cisgiordania-aggressioni-cpblpz16

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