La nota di Palazzo Chigi e le dichiarazioni pubbliche del ministro della Difesa Guido Crosetto, che sottolineano il «rispetto dei trattati con gli Stati Uniti» nella scelta di negare l’atterraggio agli aerei da guerra nella base di Sigonella, rappresentano una svolta importante. Perché è vero che il governo tiene a ribadire come i rapporti con l’alleato americano siano «solidi e improntati a una piena e leale collaborazione». Ma è pur vero che dopo la decisione analoga adottata dalla Spagna e la posizione della Francia che ha negato agli aerei diretti in Israele il sorvolo del proprio territorio, l’Italia ha mostrato una presa di distanza importante e necessaria in un momento di gravissima crisi internazionale. E soprattutto di incertezza causata dalle mosse azzardate e imprevedibili di Donald Trump.
«Non condivido né condanno», aveva dichiarato la presidente del Consiglio Giorgia Meloni dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran. Da allora sono trascorsi venti giorni e il governo ha subito diversi scossoni. Uno su tutti, la sconfitta al referendum sulla giustizia con una netta prevalenza dei No.
Un messaggio chiaro all’esecutivo e alla stessa Meloni che aveva deciso di impegnarsi personalmente nella campagna elettorale in una girandola di impegni pubblici, interviste e comizi, scommettendo sulla vittoria. Il giorno dopo il verdetto delle urne è cominciato il repulisti. Via Giusi Bartolozzi, la capa di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio, protagonista di un attacco scomposto ai magistrati in diretta tv proprio nel giorno in cui Meloni aveva invece pubblicato un video di 13 minuti per spiegare la riforma sottolineando come non ci fosse alcuna intenzione punitiva nei confronti delle toghe. Via Andrea Delmastro, il sottosegretario alla Giustizia che aveva deciso di acquistare un ristorante in società con un imprenditore ora in carcere perché condannato in via definitiva per essersi intestato beni in realtà riconducibili al clan mafioso capeggiato da Michele Senese. Via anche Daniela Santanchè, la ministra del Turismo indagata in varie inchieste e ora messa alla porta nonostante il tentativo di resistere.
Provvedimenti drastici che non chiudono comunque le vicende. Meloni sa bene che le indagini giudiziarie sugli ormai ex esponenti del suo governo possono creare nuovi e più gravi imbarazzi. Le verifiche sul ruolo di Delmastro, così come i processi contro Santanchè, sono tuttora in corso e l’esito potrebbe aggravare la posizione di entrambi. Anche Bartolozzi, indagata per aver mentito ai pubblici ministeri romani per il rimpatrio del torturatore libico Almasri, potrebbe finire a giudizio. La decisione di farli dimettere è apparsa tardiva — c’è chi dice che la scelta di coprirli abbia contribuito a far prevalere i No al referendum — ma è stato comunque un segnale sull’intenzione di voltare pagina.
Adesso bisognerà capire se anche il rifiuto agli Stati Uniti sull’utilizzo della base di Sigonella rientri in questa strategia. Di certo c’è che gli aerei in volo venerdì sera avevano chiesto di atterrare dopo il decollo e dunque non ci sarebbe stato modo di chiedere l’autorizzazione al Parlamento. Ma aver sottolineato la volontà di rispettare gli accordi bilaterali e soprattutto «l’impegno a fare passare in Parlamento ogni operazione che non rientri nei trattati e debba essere quindi autorizzata», come ha fatto il ministro Crosetto, traccia comunque la strada. Perché è evidente che, anche con una maggioranza larga e quindi nessun pericolo di essere battuti, l’ipotesi di un voto parlamentare sulla concessione delle basi militari scatenerebbe lo scontro politico e metterebbe ulteriormente in allarme l’opinione pubblica.
La guerra «lampo» annunciata al momento dell’attacco da Trump — che intanto specula sui propri annunci e accresce le proprie ricchezze, come hanno dimostrato gli analisti finanziari — si sta trascinando senza nessuna possibile previsione su quando potrà finire. I cittadini sono spaventati e anche sfiancati da una situazione economica che si aggrava con l’aumento dei prezzi giorno dopo giorno. L’avvertimento lanciato da Confindustria al governo è suonato chiaro e forte.
Se si vuole invertire la rotta bisogna dimostrarlo, prendendo davvero le distanze dall’«amico americano», ma anche dal presidente israeliano Benjamin Netanyahu. Meloni lo ha fatto domenica scorsa quando ha parlato di «offesa» al patriarca di Gerusalemme monsignor Pizzaballa dopo che il governo di Tel Aviv gli aveva negato l’ingresso al Santo Sepolcro e il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha convocato l’ambasciatore alla Farnesina. Si tratta però di episodi, reazioni a iniziative e azioni gravi. Invece ora è necessario concordare una strategia con i partner europei, resistere alla tentazione di tendere nuovamente la mano a Usa e Israele, prendere su questo un impegno già il 9 aprile, quando Meloni parlerà alle Camere. Per far finire la guerra, certo. Ma anche per dimostrare che l’Italia non è subalterna e non cede alle minacce di chi scatena conflitti, violando il diritto internazionale e coltivando esclusivamente i propri interessi.
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