La miglior lezione sul clima, di Corrado Augias

Scendere dal treno, dopo giorni sull’altopiano di Asiago, è il modo giusto per capire quella che è una catastrofe annunciata.

Il racconto.

Giorni fa un mio nipote che si occupa di energie alternative mi confidava il suo scetticismo sul fatto che un governo o una qualche agenzia sovranazionale prenda davvero un’iniziativa efficace per contrastare il cambiamento climatico. Gli ho chiesto da dove venisse questa sua opinione. La sua risposta è stata netta: gli interessi che si oppongono a misure realmente efficaci sono così forti che al momento una soluzione drastica è fuori dalla portata politica di qualunque governo. La tua risposta non mi basta, ho incalzato, c’è un disastro sotto i nostri occhi. Ci sono fenomeni che dimostrano come il pianeta si stia ribellando alla nostra azione devastante. Ti dirò di più, ha replicato, faccio un paragone con quanto avvenne nell’ultimo dopoguerra. L’idea di un’Europa unita, di un’autorità mondiale che in qualche modo regolasse i conflitti, riuscì ad essere concepita e in qualche modo attuata solo perché veniva dopo un’immane carneficina, i milioni di morti che la Seconda guerra mondiale era costata. Oggi potrebbe ripetersi la stessa situazione: i terremoti, le bombe d’acqua che sfondano i tetti, le alluvioni che travolgono tutto, l’agonia dei ghiacciai, non bastano per un vero allarme. Sarebbe necessaria, provo orrore per ciò che dico, una catastrofe con milioni di morti perché forse si cominciassero a prendere seriamente in considerazione una serie di contromisure che salvino il pianeta e noi che ci abitiamo.

Ho riflettuto a lungo prima di riportare questo colloquio. Poi ho pensato che valesse la pena riferirne perché quel giovane mi ha anche detto che il suo punto di vista ha ampia circolazione tra i suoi coetanei. È come se un’ipotesi che sa di fine del mondo si sia fatta largo tra i trentenni un po’ rimpiazzando quei “Fridays for future” lanciati a suo tempo da un’adolescente molto determinata, Greta Thunberg. Visti oggi, avevano tutto sommato un che di innocente, di inoffensivo. Infatti, non sono serviti a granché. Quando dico grandi e forti interessi devo anche precisare che accanto agli interessi delle grandi multinazionali, di quelle aziende divoratrici di energia che lavorano sull’intelligenza artificiale, dei magnati del petrolio, ci sono anche interessi di diverso genere, per esempio quelli dei paesi definiti in via di sviluppo. Lì, molti impianti e molti combustibili sono spaventosi produttori di anidride carbonica, l’impalpabile gabbia che sta trasformando il nostro pianeta in una serra dentro la quale stiamo bollendo. I dirigenti di quei paesi sanno benissimo che i loro impianti e i loro combustibili sono obsoleti. Sono però gli unici di cui dispongono in grado di avviare un possibile sviluppo. Fateci raggiungere una capacità industriale e finanziaria vicina alla vostra, dicono, e poi potremmo pensare a limitare le emissioni nocive. Un ragionamento analogo si può trasferire a livello sociale.

I ceti a reddito più basso, quelli che devono combattere con l’aumento dell’affitto, le spese mediche, i pericoli di una periferia degradata, hanno poca voglia di occuparsi di un’emergenza planetaria. L’orizzonte delle loro preoccupazioni è quotidiano e concreto. Forse è proprio qui il punto di saldatura tra un problema epocale e il bisogno di sicurezza che anche le forze di sinistra sembrano aver dimenticato.

Noi italiani ci lamentiamo spesso, a giusto titolo, dell’apatia del nostro governo incapace di affrontare anche solo a parole, non si dice di risolvere, un cambiamento di dimensioni apocalittiche. Per amore di giustizia bisogna però aggiungere che in questo il governo di destra si comporta né più né meno come tutti gli altri governi che assistono impotenti a questo cataclisma incapaci di affrontarlo per la dimensione delle risorse che bisognerebbe impiegare, per l’entità degli interessi che pochi hanno la forza di contrastare.

Ma forse in questo sommario elenco di possibili ragioni ce n’è una che supera le altre. Affrontare oggi il problema in maniera efficace significa distrarre risorse pubbliche da altri impieghi di più immediata visibilità per investirle in azioni di lunga portata i cui benefici diventerebbero visibili di qui a qualche anno. Dove sono, ammesso che ci siano mai stati, politici dotati di una tale disinteressata lungimiranza?

L’altro ostacolo anch’esso di dimensioni gigantesche è che un’azione di questo tipo va affrontata tutti insieme. Non avrebbe senso che l’Italia o la Francia o anche gli Stati Uniti si impegnassero da soli in una battaglia del genere. Questa è una lotta che impegna nel suo insieme il genere umano. Basta scrivere queste parole per capire che forse nemmeno la catastrofe evocata con orrore dal giovane studioso delle energie alternative servirebbe davvero per un’efficace cambiamento di rotta.

È possibile che gli eventuali lettori scorgano in questa nota un eccesso di pessimismo. Per quanto mi riguarda spero vivamente di essermi sbagliato. Se pessimismo c’è lo si deve anche ad una penosa esperienza personale di pochi giorni fa. Ho passato parte dell’estate sull’altopiano di Asiago godendo un’aria raffrescata dall’altitudine intorno ai mille metri, dalle sue vaste foreste, dalle sterminate praterie. Poi è arrivato il momento di tornare a Roma; scendendo alla stazione Termini dopo quattro ore di aria condizionata, sono stato di colpo investito dall’aria soffocante della capitale. Per la prima volta ho apprezzato il consiglio che suona così banale: le persone anziane non devono andare in giro nelle ore più calde. L’improvviso soffio bruciante mi ha investito con violenza costringendomi, appesantito come ero dalla valigia, a cercare un appoggio. Piccola e insignificante esperienza più efficace però della lettura di tante statistiche. Quando ero bambino mi dicevano di non stare troppo vicino alla fiamma perché fa male è pericoloso. Ora quella fiamma l’ho toccata.

fonte: La Repubblica del 31.8.2026

 

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