Pochi luoghi al mondo incarnano questa categoria in maniera più evidente del Sudan. Un paese già stretto nella morsa della guerra e dell’insicurezza alimentare è ora piegato dalle piogge tardive causate dal fenomeno climatico El Niño, che spacca la terra arida e prosciuga il Nilo. Il rischio di carestia incombe su popolazioni che soffrono già di una grave mancanza di cibo.

Ciò che è vissuto in maniera asimmetrica è stato anche causato in maniera asimmetrica. Questi paesi poveri e vulnerabili stanno pagando il prezzo delle emissioni prodotte dai paesi ricchi, senza nemmeno ricevere il pieno risarcimento dalle casse di quegli stati che hanno accumulato la ricchezza generata dalle industrie che hanno contribuito alla crisi climatica e al riscaldamento globale.

Non stiamo combattendo solo contro l’autocompiacimento o l’indifferenza nei confronti dell’importanza della giustizia climatica, ma anche contro un clima politico che negli ultimi anni, sotto la guida di Donald Trump, ha conosciuto a sua volta un collasso.

A ben vedere, il problema non è solo un fallimento storico, ma anche una disinvolta noncuranza, un avventurismo che scatena guerre e mette sotto pressione economie i cui margini di sicurezza sono già stati compromessi dalla crisi climatica. Il conflitto in Iran, in combinazione con El Niño, è una sinergia tra clima e politica che da un lato ha fatto lievitare i costi dei fertilizzanti e dall’altro ha ridotto drasticamente le precipitazioni.

Più in generale, quello che era generosamente chiamato “ordine basato sulle regole” – definizione altisonante ma dall’attuazione precaria, che però si fondava su una solida base di cooperazione e aiuti internazionali – è stato completamente cancellato. Il ritiro di Trump dall’accordo di Parigi ha dato il tono, mentre lo smantellamento dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale (Usaid) ha causato il taglio dei fondi che dirottavano miliardi di dollari dai paesi ricchi alle economie in via di sviluppo per affrontare le conseguenze degli eventi meteorologici estremi e ridurre le emissioni di gas serra.

Ecco un altro effetto a cascata. Mentre gli Stati Uniti si ritirano dai propri impegni, trasmettendo il messaggio che non esistono regole né doveri e, anzi, che non esiste alcun problema legato alla crisi climatica, aumenta la pressione sugli altri paesi affinché facciano di più. Dovranno trovare il modo di mantenere una risposta coordinata di fronte a una potenza egemone destabilizzante, oltre a cercare di promuovere un senso di responsabilità sociale in un periodo di sociopatia politica.

La sciocca miopia di tutto questo sta nel fatto che, anche se esiste un’enorme differenza tra le esperienze vissute, e quindi la sensazione che ghiacciai, alluvioni e carestie stiano accadendo molto lontano, i loro effetti a catena, le difficoltà nell’approvvigionamento alimentare e le crisi politiche e dei rifugiati finiranno per colpire tutti noi.

La situazione peggiorerà drasticamente negli hotspot, ma nel lungo periodo non c’è comunque modo di sfuggire a tutto questo. Sembra che proprio nel momento in cui questa consapevolezza dovrebbe unirci di fronte a tutti i modi in cui la vita sta rapidamente cambiando, ci stiamo invece allontanando. Ma alla fine, a prescindere da dove abitiamo, siamo tutti intrappolati sullo stesso pianeta.

Da Internazionale del 1 settembre 2026. Nesrine Malik è una giornalista di The Guardian

https://www.internazionale.it/opinione/nesrine-malik/2026/09/01/nepal-alluvione-crisi-climatica