Cosa significa essere davvero liberi? Le risposte che la tradizione ci ha consegnato sembrano oggi insufficienti, proprio ora che la domanda si ripropone con rinnovata urgenza. Nei Mind the Economy delle ultime due settimane abbiamo seguito, con Philip Pettit, un percorso che ci ha portato oltre le nozioni classiche di libertà. Non basta essere semplicemente liberi dalla coercizione o di poter scegliere in autonomia. In Republicanism (Oxford University Press, 1997) Pettit scrive: “Un agente domina un altro se e solo se ha su di lui un certo potere, in particolare un potere di interferenza su base arbitraria” (p. 52). Si può dunque non subire alcun ostacolo immediato e tuttavia non essere liberi, se si vive esposti alla possibilità permanente che qualcun altro possa intervenire discrezionalmente nella nostra vita. E non basta neppure che il potere politico derivi dalla volontà popolare, se non resta contestabile: “Ciò che conta non è tanto che il governo segua in ogni momento la volontà del popolo, ma che i cittadini possano contestare ciò che il governo fa” (pp. 277-278) – scrive ancora Pettit.
Ma il fatto è che oggi una parte crescente della non-libertà non ha il volto classico del tiranno. Non si presenta come comando personale o imposizione drammatica. Si manifesta piuttosto come dipendenza da organizzazioni, metriche, piattaforme, dispositivi tecnici, ambienti economici che nessuno di noi controlla davvero e che tuttavia orientano profondamente il nostro spazio d’azione. Uno stato di “subjection or domination”, soggezione o dominazione lo definisce Pettit in On the People’s Terms (Cambridge University Press, 2012). E il punto è che questa soggezione assume, oggi, forme spersonalizzate, diffuse, opache. E proprio per questo è più difficile da riconoscere.
Il potere che non ordina ma dispone
Siamo abituati a immaginare il dominio nella forma del comando. Qualcuno ordina, qualcun altro obbedisce. Ma una parte decisiva del potere contemporaneo non comanda dall’alto. Dispone il campo entro cui agiamo. Non vieta apertamente, ma organizza le opportunità. Non indica direttamente che cosa fare, ma fa sì che alcune opzioni diventino naturali, altre onerose, altre quasi impraticabili. In Republicanism Pettit isola tre elementi fondamentali connessi all’esercizio della dominazione: la capacità di interferire, l’arbitrarietà dell’interferenza e il suo esercizio sulle scelte che l’altro è in posizione di compiere. È soprattutto la riflessione intorno a quest’ultimo aspetto ad aprire uno spazio teorico fecondo. Perché ciò che conta non è solo l’atto con cui qualcuno ostacola una decisione già presa. Conta anche il modo in cui viene predisposto il ventaglio delle opzioni a disposizione. Che cosa sarà facile, che cosa costoso, che cosa anche solo pensabile.
In questo senso la dominazione contemporanea è spesso “ambientale” prima che direttiva. Gli economisti comportamentali parlano al riguardo di “architettura della scelta”. Quell’influenza che si esercita plasmando il contesto. Il lavoratore non riceve necessariamente un ordine esplicito, ma viene inserito in un sistema di metriche che definisce tempi, priorità e soglie di accettabilità. L’utente di una piattaforma non viene obbligato a fare o a preferire qualcosa in particolare, ma si muove entro un’architettura che distribuisce visibilità e irrilevanza, premio e oblio, reputazione e declassamento. Qui il potere non coincide con il divieto, ma con la capacità di strutturare lo spazio delle possibilità.
Per questo tale forma di dominio ci appare meno scandalosa. Il comando è politicamente riconoscibile; implica un centro decisionale, una responsabilità e un destinatario che può protestare. L’architettura della scelta, invece, si presenta come sfondo neutro anche se neutro non lo è affatto. Perché si tratta di ambienti costruiti. E allora la dominazione non comincia quando il potere interviene in modo spettacolare; comincia quando qualcuno dispone unilateralmente della scena entro cui altri dovranno scegliere.
Il potere come tecnica
Se il primo volto della dominazione contemporanea è la capacità di predisporre silenziosamente l’ambiente dell’azione, il secondo è forse ancora più insidioso: il potere che si sottrae alla contestazione presentandosi non come volontà, ma come tecnica. Non decide, apparentemente, ma calcola. Non impone ma ottimizza. Si concretizza in protocolli, metriche, standard, criteri di efficienza. Là dove un tempo la dominazione aveva il volto riconoscibile del capo o del superiore, oggi assume spesso la forma impersonale della procedura. Su questo punto Pettit offre un criterio prezioso. In On the People’s Terms scrive – “L’interferenza che si conforma a regole, e che in questo senso è non arbitraria, può tuttavia restare non controllata da te” (p. 58). Il passaggio è decisivo. Significa che il potere non cessa di essere dominante solo perché si esercita secondo regole. Anche una regola può essere opaca, unilaterale, non contestabile. Può essere coerente sul piano procedurale e arbitraria sul piano repubblicano se coloro che la subiscono non hanno alcun controllo effettivo sui criteri che la guidano e sugli effetti che produce.
Questa osservazione ci aiuta a comprendere un tratto tipico del presente. Molti poteri che ci governano non si legittimano più come autorità politiche o morali, ma come sistemi cognitivi superiori. Sono piattaforme che “classificano”, software che “valutano”, dispositivi che “predicono”, organizzazioni che “misurano”. Il lessico stesso suggerisce neutralità. Ma dietro ogni ranking vi è una gerarchia di fini, dietro ogni metrica una decisione su ciò che conta e dietro ogni standard ufficiale un giudizio implicito su ciò che merita di essere premiato o scoraggiato. La tecnica non elimina la volontà di dominio. La dissimula dietro la supposta oggettività della tecnica. E così la sottrae più facilmente al vaglio pubblico. Il potere che struttura le condizioni della nostra condotta senza essere esposto a un corrispondente obbligo di giustificazione. Un potere opaco, ci dice Pettit. Una opacità epistemica a causa della quale non sappiamo come una decisione sia stata presa; una opacità normativa che ci nega di sapere quali valori l’hanno orientata e, infine, un’opacità politica che deriva dal fatto che non disponiamo di strumenti effettivi per contestarla. La tecnica diventa così la forma contemporanea di una dominazione depoliticizzata. Ciò che è stato deciso appare come ciò che è semplicemente risultato.
Il potere che non punisce ma rende prudenti
La teoria repubblicana della libertà acquista tutta la sua forza quando pensa il dominio non a partire dall’atto ma dalla condizione. Non è necessario che il potere intervenga continuamente perché vi sia dominazione. Basta che possa intervenire. Basta che tale possibilità sia credibile e stabilmente inscritta in un rapporto di potere asimmetrico. Il padrone non ha bisogno di colpire ogni giorno lo schiavo per soggiogarlo. E’ sufficiente che lo schiavo sappia che potrebbe farlo in qualunque momento. È questa consapevolezza a plasmare il suo comportamento. Il potere si fa così più sobrio, più interiorizzato. Governa meno con l’eccezione e più con l’aspettativa.
Ne deriva che una parte consistente della non-libertà è legata non tanto al danno subito, quanto alla precarietà strutturale di chi dipende dalla benevolenza dei altri. E questa precarietà produce effetti morali prima ancora che politici. La deferenza, la reticenza e spesso l’autocensura. Il lavoratore precario che non osa contraddire una valutazione ingiusta, il giornalista che conosce perfettamente i temi che “non conviene” trattare, il ricercatore che adatta il proprio orizzonte intellettuale alle metriche di valutazione dominanti, il piccolo fornitore che si conforma in anticipo alle richieste implicite del grande committente. In tutti questi casi la sanzione spesso non c’è proprio. Non serve. Basta sapere che potrebbe arrivare per ottenere il comportamento voluto.
La prudenza si trasforma così da virtù classica dell’agire razionale – come la vedevano Smith e Montesquieu – in sintomo di malattia politica. Segnale del fatto che il soggetto non agisce in un campo di libertà robusta, ma in uno spazio in cui la propria posizione è esposta a decisioni altrui spesso incontrollabili. Non c’è sempre paura esplicita, né un vissuto drammatico di soggezione. C’è piuttosto un addestramento silenzioso che ci insegna a non esporci troppo, a calibrare le parole, a leggere i segnali, a non oltrepassare limiti che nessuno definisce apertamente ma che tutti imparano a riconoscere. Una società può così apparire largamente permissiva e tuttavia produrre soggetti sistematicamente accomodanti e deferenti. Può offrire molte opzioni formali e insieme distribuire in modo così asimmetrico i rischi dell’errore e del dissenso da rendere quelle opzioni molto meno aperte di quanto sembrino.
Il potere che esige trasparenza ma non la concede
C’è infine un ultimo volto della dominazione contemporanea. Non si tratta solo del fatto che alcuni poteri possano plasmare l’ambiente nelle quali le nostre scelte hanno luogo, che si travestano da tecnica o che producano autocensura preventiva. Si tratta anche del fatto che questi stessi poteri impongono ai soggetti un obbligo crescente di visibilità, misurabilità e giustificazione, senza che siano disposti, al contempo, a sottoporsi a un analogo dovere di responsabilità e trasparenza. Da una parte, individui sempre più intellegibili che vengono valutati, classificati, profilati, monitorati, comparati. Dall’altra, centri decisionali, politici ed economici, che restano in larga misura opachi. Che adottano criteri proprietari, modelli non accessibili, metriche non condivise e soglie non discusse pubblicamente. La dominazione prende qui la forma di una asimmetria di giustificazione. Anche su questo punto Pettit è illuminante. In On the People’s Terms egli insiste sul fatto che l’interferenza non limita la libertà solo quando è soggetta al controllo di chi la subisce. Scrive, infatti, che – “L’interferenza che io o altri esercitiamo in una tua scelta non imporrà una volontà estranea, e dunque non invaderà la tua libertà di scelta, nella misura in cui la mia discrezionalità nell’esercitare l’interferenza è soggetta al tuo controllo” (p. 57). Il problema, dunque, non è soltanto l’esistenza di regole, ma il fatto che esse possano essere contestate, riviste, riportate sotto il controllo di coloro che ne subiscono gli effetti. Ora, una delle figure tipiche del presente è proprio il rovesciamento di questa esigenza. I soggetti devono rendere conto, i sistemi no. Il lavoratore deve giustificare la propria performance, mentre il sistema che la misura non deve spiegare perché valuti certi aspetti e non altri. Il professionista o lo studente devono adattarsi a standard di merito, produttività, reputazione, mentre chi definisce tali standard può restare al riparo da un corrispondente scrutinio pubblico. Si genera in tal modo una situazione paradossale nella quale i “dominati” divengono sempre più trasparenti e visibili, mentre i “dominanti” si sottraggono progressivamente a qualsiasi forma di scrutinio. Questa asimmetria è politicamente decisiva. Un potere che non deve giustificarsi resta, in senso repubblicano, un potere potenzialmente arbitrario anche quando è proceduralmente raffinato. L’opacità non è un semplice difetto informativo; è un modo di custodire la discrezionalità. Ciò che non deve spiegarsi mantiene il privilegio di ridefinire i criteri senza esporsi pienamente al dissenso. La dominazione smette così di apparire come mera sproporzione di forza e diventa sproporzione nel diritto di chiedere ragioni e nel dovere di fornirle.
Il problema, allora, non è che la modernità ci chieda troppe spiegazioni. Il problema è che le chiede quasi sempre nella direzione sbagliata: verso il basso, a chi deve dimostrare di meritare lavoro, fiducia, salario, credito, visibilità; molto meno verso l’alto, a chi definisce le condizioni entro cui tali beni vengono distribuiti. Se è così, allora la libertà contemporanea non può più essere pensata soltanto come protezione dall’intrusione visibile. Deve essere pensata anche come lotta contro quelle forme di potere che chiedono trasparenza ai soggetti mentre negano trasparenza a sé stesse.
La dominazione contemporanea non ha più bisogno di mostrarsi per essere efficace. Dispone, ottimizza, misura — e non deve spiegarsi. Finché il potere potrà plasmare le condizioni della nostra vita senza sottoporsi a un corrispondente obbligo di giustificazione, la libertà resterà, per molti, una promessa non mantenuta.
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